Dopo l’entusiasmo civile seguito a Rinascita Scott, la città, dinanzi a questo ritorno delle intimidazioni, appare stanca e sfiduciata. Ma abbassare lo sguardo sarebbe la sconfitta più grave
di Maurizio Bonanno
Ve la ricordate la Vibo Valentia il giorno dopo Rinascita Scott?
Ve lo ricordate quel clima, quel profumo di primavera che a Vibo Valentia si respirava in pieno dicembre?
Ve la ricordate quella mattina del 24 dicembre del 2019?
Ve la ricordate quella la manifestazione spontanea organizzata pochi giorni dopo il blitz, la mattina della vigilia di Natale?
Ve la ricordate quella marea di gente? Almeno tremila persone che, dimenticando per un attimo che si era alla vigilia del Natale, invase le strade della città? Una marea così allegra o, per meglio dire: sollevata e leggera, così leggera che camminava, liberata e libera, lungo le strade quasi senza toccare terra!
Ve lo ricordate quel lungo corteo che scelse di fermarsi dinanzi alla sede del comando provinciale dei Carabinieri? Ve li ricordate gli applausi?
E quella specie di gara a farsi i selfie con a fianco i carabinieri ed il loro comandante? Quel mostrare orgoglioso la foto appena scattata abbracciando un carabiniere?


E quella tenerissima scena, da noi ripresa e raccontata con commozione, della bimba che pose una rosa su un’auto dei carabinieri per rappresentare il “grazie” di tutti?
Ve la ricordate quella Vibo Valentia? Ve la ricordate quell’aria leggera e salubre che si respirava in città e nelle scuole vibonesi che diventarono centri di dibattito sulla legalità, con un forte coinvolgimento degli studenti che chiedevano un cambiamento radicale della classe dirigente?
Dov’è oggi quella Vibo Valentia? Dov’è?
Aldilà delle persone generose che si sono presentate alla fiaccolata lungo le vie dell’area industriale teatro delle ultime preoccupanti intimidazioni, i numeri di fatto non sono quelli delle folle oceaniche, di quel tessuto civile che alla vigilia del natale del 2019 si era riversata in strada con un entusiasmo coinvolgente. Si sono visti i soliti noti, le stesse facce, ma se fosse stato veramente un fatto corale, almeno si sarebbe raggiunto il 10% degli abitanti sul territorio di questa provincia. Soprattutto non si respirava entusiasmo ed area di libertà. Piuttosto, cono la paura è apparsa, tra quelle facce dei generosi presenti, rassegnazione.
Più che paura, è sembrato esserci rassegnazione, che è la cosa peggiore, perché se hai paura reagisci, ma se sei rassegnato…
…se sei rassegnato smetti perfino di immaginare che le cose possano cambiare. E quando una comunità smette di immaginare il cambiamento, ha già consegnato una parte della propria libertà.
È questo il vero pericolo che oggi incombe su Vibo Valentia. Non soltanto le intimidazioni, non soltanto il ritorno di segnali inquietanti, non soltanto il rumore sordo di una criminalità che torna a voler presidiare il territorio con la forza della paura. Il pericolo più grande è l’assuefazione. È quel pensiero che lentamente si insinua nelle coscienze: “Tanto è sempre stato così”. È il voltarsi dall’altra parte. È il convincersi che protestare non serva, che esporsi sia inutile, che alla fine nulla cambi davvero.
E invece no. La storia di questa città dimostra esattamente il contrario.
Quel dicembre del 2019 non fu un’illusione collettiva. Non fu una parentesi folkloristica. Fu la prova concreta che esiste una Vibo Valentia diversa, sana, orgogliosa, capace di riconoscersi attorno ai valori della legalità e della dignità. Per qualche settimana questa terra smise di sentirsi schiacciata dal peso del proprio destino e rialzò la testa. Le scuole parlarono di futuro. I ragazzi pretesero una politica migliore. La gente comune sentì di non essere più sola. I dibattiti e gli incontri culturali avevano sempre la legalità come riferimento principale.
Quella energia non può essere evaporata nel nulla. Non può essere stata soltanto un’emozione passeggera consumata nello spazio di una stagione giudiziaria. Perché se così fosse, significherebbe che questa terra riesce ad indignarsi soltanto davanti ai blitz e alle sirene, ma non sa trasformare l’indignazione in cultura civile permanente.
La verità è che la lotta contro la mentalità mafiosa non si vince nelle aule bunker e nemmeno soltanto con le operazioni delle forze dell’ordine, pur straordinarie e fondamentali. Si vince soprattutto nelle coscienze. Nella capacità di una comunità di non normalizzare mai il malaffare, la prepotenza, il ricatto, il silenzio conveniente. Si vince quando un territorio decide che non vuole più convivere con certi meccanismi. Quando sceglie di non delegare sempre ad altri il compito di reagire.


Ecco perché quella fiaccolata, pur piccola, aveva comunque un valore enorme. Perché quelle persone hanno mandato un messaggio: ci siamo ancora. Ma non basta. Non può bastare una piccola pattuglia di cittadini coraggiosi mentre il resto della città osserva da lontano, magari condividendo indignazione sui social ma evitando la fatica della presenza fisica, della partecipazione, dell’assunzione di responsabilità.
Vibo Valentia deve decidere cosa vuole diventare. Deve scegliere se essere una comunità viva oppure un territorio che lentamente si abitua ad abbassare lo sguardo. E questa scelta riguarda tutti: la politica, le istituzioni, le associazioni, la scuola, gli imprenditori, i professionisti, i giovani, le famiglie. Nessuno escluso.
Perché la rassegnazione è comoda. Ti protegge perfino dalle delusioni. Ma è anche il terreno più fertile per chi vuole continuare a comandare attraverso il timore, l’omertà e la sfiducia.
Serve invece uno scatto collettivo. Serve tornare nelle piazze, ma soprattutto serve tornare ad avere fiducia nella possibilità di cambiare davvero questa terra. Serve pretendere trasparenza, pretendere buona politica, pretendere istituzioni credibili. Serve sostenere chi denuncia, chi resiste, chi non si piega. Serve educare i ragazzi alla libertà vera, quella che non arretra davanti ai condizionamenti ambientali.
E soprattutto serve ritrovare orgoglio.
Perché Vibo Valentia non è soltanto cronaca giudiziaria. Non è soltanto intimidazioni e paura. È anche una terra piena di persone perbene, di giovani capaci, di imprenditori onesti, di operatori delle forze dell’ordine che lavorano in silenzio, di cittadini che ogni giorno fanno il proprio dovere con dignità.
Quella Vibo Valentia del 24 dicembre 2019 esiste ancora. Forse è più stanca. Forse è delusa. Forse ha perso entusiasmo. Ma esiste. E deve ritrovare la forza di rialzarsi ancora una volta.
Perché il contrario della paura non è il coraggio. Il contrario della paura è la speranza. E una comunità che perde la speranza diventa una comunità sconfitta ancor prima di combattere.









