Netta la presa di posizione di WWF, Osservatorio Civico Città Attiva, Insieme per il Bene Comune e Archeoclub : il Comune è chiamato a far sentire il proprio peso
Non è soltanto una questione di erba tagliata. È una questione di decoro, di immagine della città e, soprattutto, di capacità delle istituzioni di difendere il territorio che amministrano. Per questo assume un significato che va ben oltre la semplice denuncia il documento sottoscritto da quattro tra le più attive realtà dell’associazionismo vibonese – WWF Vibo Valentia, Osservatorio Civico Città Attiva, Insieme per il Bene Comune e Archeoclub – che puntano il dito contro le modalità con cui vengono eseguiti gli interventi di manutenzione lungo le principali arterie stradali.
Secondo i firmatari (Guglielmo Galasso per WWF O.A. di Vibo Valentia, Daniela Primerano e Francesca Guzzo per Osservatorio Civico Città Attiva, Ornella Grillo per Insieme per il Bene Comune e Anna Murmura per Archeoclub), tagliare la vegetazione senza rimuovere gli sfalci e i rifiuti accumulati ai margini delle carreggiate non rappresenta una vera manutenzione, ma rischia di aggravare ulteriormente il degrado. Una fotografia che, per chi percorre quotidianamente la Statale 18 e gli ingressi della città, appare tutt’altro che lontana dalla realtà.
Le associazioni non si limitano a lamentare un problema estetico. Il loro è un richiamo al rispetto dell’ambiente e alla qualità dell’azione amministrativa. Se gli interventi competono ad ANAS, alla Provincia o alle ditte incaricate, sostengono, è necessario pretendere che vengano eseguiti a regola d’arte. Ma proprio su questo punto emerge anche il ruolo che il Comune dovrebbe esercitare.
Il sindaco e l’amministrazione comunale, infatti, pur non essendo sempre i soggetti direttamente responsabili degli sfalci sulle arterie di competenza sovracomunale, rappresentano comunque gli interessi della comunità e hanno il dovere istituzionale di farsi interpreti delle esigenze dei cittadini presso gli enti competenti. Una funzione di interlocuzione e di pressione che, secondo molti osservatori, dovrebbe essere esercitata con maggiore determinazione, soprattutto quando in gioco vi è l’immagine della città.
La denuncia delle associazioni si inserisce, del resto, in un contesto più ampio nel quale il tema del decoro urbano torna con frequenza al centro del dibattito pubblico. Dalle periferie alle principali vie d’accesso, passando per spazi pubblici e aree verdi, le segnalazioni di incuria continuano a moltiplicarsi, alimentando la percezione di una manutenzione spesso episodica e priva di quella continuità che i cittadini si aspettano.
Non è un caso che quattro associazioni di diversa estrazione abbiano deciso di sottoscrivere un documento comune. Il segnale è politico nel senso più nobile del termine: quando il volontariato civico sente il bisogno di unirsi per richiamare le istituzioni alle proprie responsabilità, significa che il malessere sta assumendo dimensioni difficili da ignorare.
Le parole dei firmatari suonano come un invito a superare la logica degli interventi di facciata: «La manutenzione non si misura dal rumore dei decespugliatori, ma dal risultato finale», scrivono, ricordando che un territorio lasciato sporco dopo gli sfalci non restituisce l’immagine di una comunità curata, ma quella di un degrado che rischia di diventare normalità.
È un richiamo che merita attenzione. Perché il decoro non rappresenta un lusso, ma uno degli indicatori più immediati della qualità dell’azione amministrativa. Ed è proprio dalla capacità di pretendere servizi efficienti, controlli puntuali e interventi completi che passa anche la credibilità delle istituzioni agli occhi dei cittadini.
Le associazioni chiedono un cambio di passo. Una richiesta che difficilmente potrà essere liquidata come l’ennesima protesta, perché arriva da realtà che da anni operano sul territorio nella tutela dell’ambiente, del patrimonio culturale e della partecipazione civica non possono certamente essere annoverate in una posizione politica da opposizione.
Ignorare questo appello significherebbe rinunciare ad ascoltare una parte importante della società civile, quella che continua a credere che il rispetto del territorio debba tradursi in fatti concreti e non soltanto in dichiarazioni di principio.










