A margine del tavolo tematico “Autori di reati violenti a sfondo sessuale. violenza di genere: possibilità di trattamento penitenziario” tenutosi ieri a Vibo Valentia
di Antonella Moschella
Se il carcere si riduce a essere solo un contenitore di reati, la società sarà sempre in pericolo per le recidive. Una struttura che si limita a isolare e sorvegliare, senza graffiare la coscienza di chi ha sbagliato, non assolve alla sua funzione democratica. Rinchiudere una persona senza intervenire sulle cause che l’hanno portata a delinquere significa sospendere il problema, non risolverlo. La pena, da sola, non garantisce il cambiamento. Il carcere non deve essere una “ibernazione penitenziaria” che congela l’individuo per poi restituirlo alla società civile esattamente come prima, o peggio di prima. Se il carcere non offre strumenti per comprendere il male commesso e costruire modelli di vita alternativi, il rischio che il detenuto torni a delinquere resta elevato.
La psicologia dell’apprendimento insegna che la punizione, da sola, non produce l’estinzione di un comportamento. Può reprimerlo temporaneamente, ma non insegna come comportarsi diversamente. È il rinforzo di comportamenti positivi, attraverso percorsi educativi, terapeutici e di responsabilizzazione, a favorire un autentico cambiamento. Per evitare questo cortocircuito, è necessario intervenire con percorsi rieducativi strutturati e progetti mirati che coinvolgano attivamente psicologi, criminologi e educatori. Il rischio recidiva si abbatte solo trasformando il tempo della detenzione in un tempo di profonda ricostruzione.
La nostra Costituzione parla chiaro: il carcere non è a vita, e nel nostro ordinamento nemmeno l’ergastolo lo è in senso assoluto, poiché prevede sempre una prospettiva di riscatto e di ritorno in libertà. Proprio perché in Italia non esiste la pena di morte, lo Stato ha il dovere non solo di custodire il detenuto, ma anche di offrirgli la possibilità concreta di cambiare. Di conseguenza, la gravità del reato non può e non deve mai essere un limite alla rieducazione del condannato. Questo principio cardine vale soprattutto per i soggetti più complessi e socialmente temuti, come gli autori di reati violenti a sfondo sessuale. Per loro, la gestione penitenziaria e la prevenzione della violenza sessuale richiedono un approccio specialistico ed estremamente delicato.
Chi si macchia di crimini di natura sessuale vive quasi sempre una profonda scissione interiore: sono coloro che negano l’accaduto e spesso non lo ammettono neanche a loro stessi. Questa barriera psicologica non nasce solo da una strategia difensiva processuale, ma da un senso di vergogna devastante. Si vergognano di essere stati scoperti e associati a un reato così infamante. Comprendere la radice del proprio gesto non è facile per questi detenuti, ed è qui che l’istituzione deve intervenire, offrendo guide competenti capaci di scardinare i meccanismi di rimozione e mistificazione della realtà.
Il convegno ideato e promosso da Angela Marcello, Direttrice della Casa Circondariale ha offerto una vera e propria lezione su quanto sia urgente interrogarsi su quanto sia efficace il sistema carcerario oggi. Portando il dibattito fuori dalle mura del carcere, l’evento ha ospitato interventi di grandissimo spessore scientifico, arricchiti dal momento più toccante della giornata: la lettura di alcune lettere scritte dai detenuti autori di reati sessuali e violenza di genere (sex offender e maltrattanti) in percorso trattamentale un percorso che mira a superare il diniego e la minimizzazione delle proprie responsabilità, lavorando sulla gestione delle emozioni, sulla percezione della vittima e sulle distorsioni cognitive un trattamento clinico- criminologico in collaborazione con équipe specializzate che si concentra sulla comprensione del disvalore morale e sociale del reato e sulla prevenzione del rischio di recidiva. In quelle righe è emersa l’importanza vitale di ricevere una seconda possibilità. I condannati hanno evidenziato la fatica e la volontà di “mettercela tutta” per capire l’orrore fatto alle vittime, avviando un doloroso esame di coscienza. La lezione fondamentale del convegno è che per disinnescare la violenza bisogna trattarli come uomini, non come reati. Solo affrontando l’uomo dietro l’atto criminale, guidandolo in un percorso dove possa prima perdonarsi intimamente per il male commesso, si aprirà la strada per essere perdonato dalla società. Impegnarsi in questa direzione è l’unico modo per tracciare un nuovo cammino, garantendo al contempo una sicurezza reale e duratura per tutta la collettività.
Se continuiamo a guardare al carcere come a un semplice deposito di carne e colpe, non facciamo altro che nutrire la stessa violenza che vorremmo estirpare. Scegliere la via della rieducazione non significa mostrare debolezza o dimenticare il dolore delle vittime; al contrario, significa avere il coraggio di pretendere che quell’uomo cambi, che guardi l’orrore commesso e che si assuma la responsabilità del proprio futuro perché alla fine, la vera sicurezza sociale non si misura da quante chiavi stringiamo tra le mani, ma da quanti uomini restituiamo alla libertà profondamente trasformati perché la vera sicurezza non nasce dall’illusione che il carcere possa cancellare il problema semplicemente chiudendo una porta. Nasce dalla capacità di riaprire un’altra porta, molto più difficile: quella della coscienza.
Solo quando una persona arriva a comprendere fino in fondo il male che ha fatto può iniziare un autentico cambiamento.
Ed è proprio questa la sfida più grande della pena: non trasformarsi in vendetta, ma diventare responsabilità perché una società è davvero più sicura non quando costruisce più celle, ma quando riesce a restituire alla libertà uomini e donne profondamente trasformati, consapevoli delle proprie colpe e capaci di non ripeterle.











