L’educazione affettiva non dovrebbe essere un argomento occasionale, ma una materia di vita
di Antonella Moschella
La vicenda di Aurora Tila, la tredicenne uccisa dall’ex fidanzato, lascia un interrogativo che va oltre il processo e la responsabilità penale.
Prima di morire, quella ragazzina aveva chiesto consiglio a ChatGPT: «Secondo te dovrei lasciarlo?»
Una domanda semplice. Una domanda che, forse, avrebbe dovuto essere rivolta prima di tutto a una madre, a un padre, a un insegnante, a un educatore o a un altro adulto di fiducia.
Questo non significa accusare i genitori. Sarebbe ingiusto e semplicistico. Significa, però, interrogarci sul perché una ragazza di appena tredici anni abbia sentito il bisogno di confidare la propria paura a un’intelligenza artificiale.
Oggi i giovani vivono connessi con il mondo, ma spesso scollegati dalle persone che hanno accanto. Parlano attraverso uno schermo con maggiore facilità di quanto riescano a fare guardando negli occhi un adulto. È un cambiamento che dovrebbe preoccupare tutti.
Le istituzioni hanno il dovere di investire seriamente nell’educazione affettiva, nella prevenzione della violenza e nel sostegno psicologico nelle scuole. La prevenzione deve entrare nelle classi ogni giorno, insegnando ai ragazzi che il controllo non è amore, che la gelosia non è una prova d’amore e che nessuno può possedere un’altra persona.
I genitori, però, restano i primi educatori. Nessun telefono, nessun social network e nessuna intelligenza artificiale potranno mai sostituire il dialogo in famiglia. I figli devono sapere che possono raccontare tutto, anche ciò che li spaventa, senza il timore di essere giudicati o rimproverati.
E anche i giovani devono comprendere che chiedere aiuto non è una debolezza. È un atto di coraggio. Quando una relazione fa paura, quando ci si sente controllati, minacciati o soffocati, bisogna parlarne subito con un adulto.
L’intelligenza artificiale può ascoltare, suggerire e orientare. Può persino invitare a chiedere aiuto. Ma non può proteggere una ragazza da uno stalker, accompagnarla a denunciare, abbracciarla quando ha paura o intervenire fisicamente per salvarle la vita.
La vera domanda che questa tragedia lascia al nostro Paese è un’altra: stiamo costruendo una società in cui i nostri figli si fidano ancora degli adulti, oppure una società in cui è più facile confidarsi con uno schermo che con una persona?
Se la risposta ci mette a disagio, allora è da lì che dobbiamo ripartire perché la prevenzione dei femminicidi non comincia davanti a un tribunale. Comincia dentro una famiglia, in una scuola, nelle istituzioni e nella capacità degli adulti di ascoltare davvero i propri ragazzi, prima che sia troppo tardi.
Forse la prevenzione può partire anche da idee innovative come quella del professor Enrico Galiano, docente e scrittore molto seguito dai giovani. La sua proposta non è quella di portare Temptation Island nelle scuole per promuovere un reality, ma per insegnare ai ragazzi a riconoscere i segnali di una relazione tossica: il controllo, la gelosia ossessiva, la manipolazione e il possesso.
Se milioni di adolescenti guardano quel programma, ignorarlo non serve. Molto più utile è fermarsi, analizzarlo insieme e trasformarlo in un’occasione educativa perché imparare a distinguere un amore sano da uno malato può significare prevenire la violenza di domani.
L’educazione affettiva non dovrebbe essere un argomento occasionale, ma una materia di vita. Riconoscere i primi segnali di una relazione tossica potrebbe salvare una storia, ma soprattutto potrebbe salvare una vita.










