Una società davvero civile si misura da come protegge i più fragili e chi dedica la propria vita a prendersene cura
di Antonella Moschella
Arezzo. Nella notte tra l’8 e il 9 marzo 2025, Giuseppina Martin, 67 anni, ha ucciso la madre novantatreenne, malata di Alzheimer, stringendole al collo un foulard. La Corte d’Assise l’ha poi assolta, riconoscendole la totale incapacità di intendere e di volere al momento del fatto, ritenendo che anni di assistenza continua e senza tregua l’avessero condotta a un crollo psicologico.
È una vicenda che scuote la coscienza prima ancora del diritto. Una tragedia che non può lasciare indifferenti e che impone una riflessione profonda, umana e sociale.
Da una parte c’è una madre che ha perso la vita. Dall’altra una figlia che dovrà convivere per sempre con quel gesto. Le sue parole – «Spero che lei da lassù possa perdonarmi. Io non riesco a farlo» – raccontano una sofferenza che nessuna sentenza potrà mai cancellare.
Ma questa storia pone soprattutto una domanda che riguarda le istituzione: chi si prende cura di chi si prende cura?
L’Alzheimer e le altre forme di demenza non consumano soltanto il malato. Consumano anche chi lo assiste. Dietro ogni persona affetta da questa terribile malattia c’è quasi sempre un figlio, una figlia, un marito o una moglie che rinuncia alla propria vita per garantire assistenza ventiquattr’ore su ventiquattro. Notti insonni, paura, isolamento, stanchezza fisica e psicologica, senso di colpa e solitudine diventano compagni di viaggio per anni.
Chi non rispetta la disabilità dimentica una verità fondamentale: non sempre si nasce con una patologia. La malattia può arrivare in qualsiasi momento della vita e non guarda in faccia nessuno. Può colpire il ricco e il povero, il famoso e lo sconosciuto. La vicenda di Bruce Willis ne è la dimostrazione: il successo, la fama e il denaro non possono fermare una malattia che cancella lentamente la memoria, il linguaggio, i ricordi e perfino la consapevolezza della propria identità.
L’Alzheimer è una delle malattie più crudeli che possano esistere. Non spegne subito il corpo, ma cancella lentamente la persona. Porta via i ricordi, gli affetti, il passato. È come assistere, ogni giorno, a un lento addio.
E mentre il malato perde sé stesso, la famiglia rischia di perdere ogni equilibrio.
A tutto questo si aggiunge un peso economico enorme. Assistere una persona con demenza significa affrontare spese spesso insostenibili: badanti, farmaci, visite specialistiche, ausili sanitari e tante altre necessità quotidiane. Una pensione minima, anche sommata all’indennità di accompagnamento e agli altri benefici previsti dalla legge, nella maggior parte dei casi non basta. Molti familiari sono costretti a lasciare il lavoro o a consumare tutti i risparmi di una vita pur di garantire cure dignitose ai propri cari.
C’è un ultimo aspetto che non può essere ignorato.
Affidare un genitore malato a una struttura specializzata non è mai una scelta semplice. Non lo è perché i costi sono spesso proibitivi e non lo è, soprattutto, per il peso emotivo che comporta. Molti figli vivono quella decisione con un profondo senso di colpa, quasi fosse un abbandono.
Dopo una vita trascorsa a essere accuditi da chi ci ha insegnato a camminare, a parlare e ad affrontare il mondo, l’idea di affidare quel genitore alle cure di altri può essere vissuta come una sconfitta. In realtà, chiedere aiuto quando non si è più in grado di garantire un’assistenza adeguata è un atto di responsabilità e di amore.
A rendere questa scelta ancora più dolorosa c’è però un’altra paura, purtroppo non infondata. Negli anni la cronaca ha raccontato casi di maltrattamenti, trascuratezza e abbandono avvenuti in alcune strutture assistenziali. Si tratta di episodi che non riguardano tutte le residenze, dove migliaia di operatori lavorano ogni giorno con professionalità e umanità, ma che hanno incrinato la fiducia di molte famiglie. Il timore di lasciare il proprio caro nelle mani sbagliate diventa così un’angoscia che accompagna ogni decisione.
Per questo lo Stato non deve limitarsi a finanziare l’assistenza, ma deve garantire controlli rigorosi, personale adeguatamente formato, standard elevati di qualità e un sostegno concreto alle famiglie. Nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra l’impossibilità di assistere un proprio caro a casa e la paura che possa essere trascurato o maltrattato.
Una società civile si riconosce da come protegge chi non può più difendersi e da come sostiene chi, con amore e sacrificio, continua a prendersene cura.
Ed è qui che emerge la responsabilità dello Stato.
Lo Stato non può limitarsi a intervenire dopo una tragedia, ma deve impedirla.
Ha il dovere di garantire un’assistenza concreta attraverso servizi domiciliari efficienti, centri di sollievo, personale qualificato, sostegno psicologico ai caregiver e aiuti economici realmente adeguati. Non è assistenzialismo: è civiltà perché quando un caregiver crolla, non è soltanto una persona a spezzarsi. È un’intera famiglia che viene travolta.
Questa vicenda non deve essere letta come una giustificazione di un gesto estremo, ma come il grido di allarme di migliaia di famiglie che affrontano l’Alzheimer nel silenzio e nella solitudine.
Una società davvero civile si misura da come protegge i più fragili e chi dedica la propria vita a prendersene cura.
Per questo l’Alzheimer uccide due volte: la prima cancella lentamente la mente del malato; la seconda rischia di spegnere la speranza, la salute e la vita di chi, con amore, cerca ogni giorno di non lasciarlo solo.
E questo uno Stato che si definisce civile non dovrebbe mai permetterlo.
L’Alzheimer è come un mare che, con onde lente ma inarrestabili, cancella le impronte sulla riva della memoria, ma chi resta sulla spiaggia continua ad aspettare, aggrappato alla speranza di riconoscere, almeno per un istante, lo sguardo della persona che ama.










