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Social e minori: vietare senza educare non serve

Social e minori: vietare senza educare non serve

da admin_slgnwf75
30 Luglio 2026
in costume e società
Tempo di lettura: 3 minuti
Share on FacebookShare on Twitter

La questione centrale non riguarda soltanto l’età in cui un ragazzo può aprire un profilo, ma il tipo di cittadino digitale che vogliamo formare

di Alberto Capria

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Nelle ultime settimane sull’accesso dei minori alla rete – ed ai social network in particolare – molte nazioni hanno preso decisioni restrittive; Francia divieto per gli under 15, Spagna under 16, idem il Regno Unito mentre altri governi stanno valutando misure analoghe. Al di là delle poche differenze tra i singoli provvedimenti/divieti, l’accesso ai social non è più considerato una quesione privata o famigliare, ma un tema che attiene alla tutela dei minori, alla salute pubblica, all’educazione.

Il cuore della questione a mio avviso, non è solo quello di fissare un’età, decisione parzialmente comprensibile; un divieto, infatti, ritarda l’accesso ai social senza costruire le competenze necessarie per abitare e vivere appieno il mondo digitale.

Non è cosa avviene “durante” la navigazione in rete che è strategico, ma ciò che viene “prima e dopo” a fare la differenza: ruolo di famiglie e scuola, responsabilità delle piattaforme, capacità delle istituzioni di accompagnare una trasformazione digitale che attiene al mondo intero ed alla quale – ça va sans dire – non ci si può opporre in alcun modo

Il rapporto tra minori e tecnologie digitali è un fenomeno complesso, nel quale si intrecciano fragilità individuali e relazionali, attenzioni e dinamiche familiari interfacciate con piattaforme progettate per catturare e prolungare l’attenzione degli utenti. Ecco perché i divieti sono riduttivi; sono, come dice Matteo Lancini, la scelta che serve a noi adulti per …lavarci la coscienza.

Nel rapporto tra bambini e dispositivi digitali, la Società Italiana di Pediatria è stata chiara: niente schermi sotto i due anni, uso limitato tra i due e i cinque, stop durante pasti e prima di dormire, accesso a Internet accompagnato da un adulto possibilmente capace, perchè l’educazione digitale riguarda innanzitutto gli adulti. Sono loro a decidere quando consegnare il primo smartphone e, soprattutto, quali esempi offrire. E l’esempio di noi adulti nel caso di specie, difficilmente sarebbe stato seguito dall’Emile di Rousseau!

Il tema è ancora più urgente se guardiamo alla violenza negli ambienti digitali. In Italia i dati ISTAT mostrano che il 21% degli 11-19enni subisce con frequenza almeno mensile episodi offensivi, aggressivi o di esclusione.

Il vero problema dunque non è a quale età si possa aprire un profilo social ma quale ambiente digitale vogliamo costruire per le nuove generazioni; proteggere – che non è vietare – presuppone ben altro: significa chiedere alle piattaforme una responsabilità proporzionata al potere che esercitano sulla vita di milioni di ragazze e ragazzi, significa creare pari opportunità di intervento e significa soprattutto educare.

Per intanto ci si accontenta, sbagliando, del divieto; plaudiamo alla “tolleranza zero” – slogan da campagna elettorale buono per gli utili idioti; ma cosa accadrà quando i ragazzi, prima o poi, entreranno nel mondo digitale? Saranno più maturi solo perché avranno quindici anni anziché quattordici? Sedici e non tredici? Suvvia, siamo seri!

Il dibattito dovrebbe oltrepassare la contrapposizione tra favorevoli e contrari ai divieti; dovrebbe ignorare tifo da stadio e scontri fra sciocchi hooligans. Un dibattito serio – non ulteriormente differibile – presuppone tempi distesi, toni pacati, riflessione.

La questione centrale non riguarda soltanto l’età in cui un ragazzo può aprire un profilo, ma il tipo di cittadino digitale che vogliamo formare. I limiti anagrafici dovranno accompagnarsi a un investimento deciso nell’educazione digitale, nella formazione degli insegnanti, nel coinvolgimento di scuola e famiglie, nella creazione di spazi di partecipazione diffusi, in un diverso e più ampio modo di abitare i luoghi: fisici e digitali.

Il problema non è crescere con i social network, ma farlo senza gli attrezzi culturali necessari per comprenderli, cioè senza “educazione”. Il problema è educare al digitale non sequestrare i telefonini. Educare i ragazzi non è sorvegliare, né vietare; è renderli capaci di stare nel mondo, anche quello online, con padronanza, autonomia, responsabilità, pensiero critico, attenzione.

Dato che l’universo social è pericoloso, insidioso e complesso possiamo anche rinunciare ad educare: ma non chiamiamoci più … adulti!

Tags: digitaledivietoeducazioneproblemasocial

admin_slgnwf75

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