Quando un amministratore viene intimidito, non viene colpita solo una persona: viene colpita la libertà di decidere, di amministrare e di servire la propria comunità senza condizionamenti
di Antonella Moschella
Non è più possibile parlare di episodi isolati. A Vibo Valentia sembra essere in corso una partita a scacchi in cui, una dopo l’altra, vengono colpite le pedine delle istituzioni.
L’ultima mossa è stata l’auto incendiata della consigliera comunale Laura Pugliese. Ma prima di lei era stato il marito ad essere brutalmente aggredito all’interno della propria attività commerciale.
Prima ancora, il presidente del Consiglio comunale Antonio Iannello era stato vittima di un gravissimo attentato: colpi d’arma da fuoco esplosi contro la sua automobile mentre si trovava a bordo.
Il dirigente comunale Andrea Nocita è stato aggredito fisicamente e successivamente ha visto la propria auto andare in fiamme.
Anche la dirigente al Bilancio Claudia Santoro è stata colpita con l’incendio della sua autovettura, episodio per il quale risultano persone indagate.
All’assessore Marco Talaricosono invece state recapitate minacce dirette.
Un elenco che non può più essere liquidato come una semplice successione di coincidenze. Sono troppe le intimidazioni rivolte a chi ricopre incarichi pubblici.
La domanda è inevitabile: possibile che un Comune sia sotto scacco non da pochi mesi, ma ormai da anni?
In una partita a scacchi ogni mossa ha un obiettivo preciso: mettere sotto pressione l’avversario, costringerlo a difendersi, limitarne i movimenti fino ad arrivare allo scacco matto.
Quando vengono colpiti consiglieri, assessori, dirigenti e il presidente del Consiglio comunale, non viene attaccata soltanto una persona. Si colpisce l’intera macchina amministrativa, cercando di alimentare paura, isolamento e insicurezza.
Naturalmente spetta alla magistratura e alle forze dell’ordine accertare se esista un collegamento tra questi episodi e individuarne gli autori. Le responsabilità devono essere dimostrate con le prove.
Ma sul piano politico e istituzionale una riflessione è ormai obbligatoria.
Dov’è la legalità?
La legalità non è soltanto arrestare i colpevoli quando un reato è stato commesso. La legalità è fare in modo che chi amministra una città possa svolgere il proprio lavoro senza vivere nella paura di un’intimidazione, di un’aggressione o di un’auto incendiata.
Se nel giro di pochi mesi si susseguono incendi, minacce, aggressioni e colpi d’arma da fuoco contro amministratori e dirigenti pubblici, è inevitabile che la comunità si interroghi. Non significa mettere in dubbio il lavoro di magistratura e forze dell’ordine, che stanno svolgendo le indagini, ma chiedere con forza che lo Stato dimostri di essere più forte di chi usa la violenza.
La legalità non può essere uno slogan da pronunciare nelle commemorazioni. Deve essere una presenza concreta, visibile, capace di dare sicurezza ai cittadini e a chi rappresenta le istituzioni.
Perché quando un amministratore viene intimidito, non viene colpita solo una persona: viene colpita la libertà di decidere, di amministrare e di servire la propria comunità senza condizionamenti.
La vera domanda, oggi, non è solo “chi è stato?”, ma “lo Stato riuscirà a dimostrare che nessuno può piegare le istituzioni con la paura?” Da questa risposta dipende la fiducia dei cittadini nella giustizia e nella democrazia.
La legalità non può limitarsi alle dichiarazioni di solidarietà dopo ogni attentato. Deve essere la capacità dello Stato di garantire che chi amministra una città possa farlo senza vivere nella paura.
Perché se una città continua a registrare aggressioni, incendi, minacce e attentati contro i propri rappresentanti istituzionali, il problema non riguarda più soltanto le singole vittime. Riguarda la tenuta stessa della democrazia.
Lo Stato deve essere presente, visibile e autorevole. Non solo con le indagini, ma con una presenza costante delle istituzioni perché quando gli amministratori vengono lasciati soli, il messaggio che passa è devastante: che intimidire può servire.
La risposta, invece, deve essere l’opposto. Più legalità, più trasparenza, più partecipazione civile. Perché la paura prospera nel silenzio, mentre la democrazia vive solo quando le istituzioni sono libere di operare senza condizionamenti.
Uno Stato forte non si misura soltanto dalla capacità di indagare dopo che un reato è stato commesso, ma dalla capacità di impedire che un’intera amministrazione comunale viva per anni sotto un clima di intimidazione.
Quando le istituzioni diventano bersaglio, non perde solo chi è stato colpito. Perde l’intera comunità.
Al di là delle appartenenze politiche, nessuno dovrebbe avere paura di svolgere il proprio servizio per la comunità. La democrazia vive del confronto, non della violenza; delle idee, non delle intimidazioni.
Vibo Valentia merita di essere una città libera, dove chi amministra possa farlo con serenità e dove nessuno pensi di poter condizionare le istituzioni attraverso la paura perché quando viene colpito un rappresentante delle istituzioni, non perde una parte politica: perde l’intera comunità.











