Dal CEV al Sistema Bibliotecario Vibonese, passando per il silenzio delle istituzioni: Vibo Valentia sta perdendo la propria anima. E forse la cosa più grave è che quasi nessuno sembra accorgersene
di Maurizio Bonanno
No.
Questa volta non parleremo di bilanci. Non parleremo di decreti ingiuntivi. Non parleremo di quote associative.
Non parleremo nemmeno delle dimissioni del presidente del Sistema Bibliotecario Vibonese. Perché tutto questo viene dopo.
Prima c’è una domanda.
Che razza di città stiamo diventando?
Una città che considera la cultura un impiccio. Un costo. Un fastidio da sopportare. Una parentesi tra una sagra e un festival gastronomico. Una questione da sbrigare in un salottino giusto per pochi; niente di popolare. Perché è più semplice applaudire davanti a uno stand, piuttosto che sbadigliare davanti alla presentazione di un libro.
Se è davvero questa la direzione, allora il fallimento del Sistema Bibliotecario Vibonese non è una sorpresa. È semplicemente la conseguenza più logica: soffocato dai debiti, paralizzato dall’assenza della politica, privato della sua missione.
Come se perdere la propria memoria fosse un dettaglio amministrativo. Come se ottantamila libri fossero soltanto ottantamila oggetti. Come se una biblioteca fosse un magazzino e non il luogo dove una comunità costruisce la propria coscienza.
Per anni ci siamo raccontati una storia rassicurante. Che Vibo Valentia fosse una città di cultura. Che quel periodo di festival letterari e di fiere dell’editoria minore, ospitando autori importanti, si potesse consumare tagliando qualche nastro, scattando qualche fotografia: ci siamo illusi di appartenere a una categoria diversa diventando pure Capitale Italiana del Libro!
La verità è che la cultura si misura quando costa. Quando richiede sacrifici. Quando obbliga la politica a scegliere.
Perché finché c’è da salire su un palco sono bravi tutti. È quando bisogna salvare un’istituzione che iniziano i distinguo, le assenze, i rinvii, gli scaricabarile.
Ed è esattamente quello che è successo.
Per mesi i sindaci hanno disertato le assemblee. Non uno scontro. Non un voto contrario. Sarebbe stato perfino più dignitoso. Hanno preferito non decidere. Che è il modo più elegante con cui la politica rinuncia alla politica.
Intanto, il Sistema Bibliotecario affondava. Settecentomila euro di debiti fanno impressione. Ma fanno ancora più impressione gli sguardi distratti di chi quei debiti li osservava come si guarda un temporale dalla finestra: sperando che passasse da solo.
Non è passato. È arrivato fin dentro casa. E adesso tutti sembrano scoprire che il Sistema Bibliotecario rischia di scomparire. Come se fosse accaduto in una notte.
Non è così.
Le istituzioni non muoiono all’improvviso. Muoiono per abbandono. Un giorno si rinvia una decisione. Il giorno dopo manca il numero legale. Poi scade una convenzione. Poi si chiude una porta. Poi si restituiscono delle chiavi. Poi si spostano dei libri. Alla fine ci si accorge che è rimasto l’edificio. Ma l’istituzione non c’è più.
È già successo con il CEV.
Un luogo che aveva restituito alla città il gusto del confronto, della lettura, della discussione civile. Unica testimonianza concreta che ricordasse che Vibo Valentia ès tata Capitale Italiana del Libro. Oggi quei locali di Palazzo Gagliardi sono poco più di un contenitore svuotato. È successo nel silenzio generale. Come se fosse normale. Come se la cultura fosse arredamento. Come se bastasse conservare i muri per poter dire che tutto è ancora al suo posto.
No.
I muri non fanno la cultura. La fanno le persone. Le idee. Le relazioni. Le occasioni d’incontro.
Le biblioteche non custodiscono soltanto libri. Custodiscono cittadini. Ed è questo che sembra essere stato dimenticato.
Naturalmente sarebbe troppo comodo dire che la colpa è di tutti.
Quando una nave affonda, l’equipaggio ha certamente le sue responsabilità. Ma il comandante resta il comandante.
Enzo Romeo aveva fatto del Sistema Bibliotecario Vibonese uno dei simboli della propria proposta politica.
Aveva promesso di salvarlo. Di rilanciarlo. Di restituirgli il ruolo che aveva avuto negli anni migliori.
Non era una promessa marginale. Era uno dei tasselli attraverso cui la nuova amministrazione aveva raccontato la propria idea di città.
Oggi, con le dimissioni dalla presidenza del Sistema Bibliotecario, quella promessa si infrange contro la realtà.
E la realtà è impietosa. Non è stato costruito un piano di rilancio. Non è stata ricomposta la frattura tra i Comuni. Non è stata esercitata quella leadership istituzionale che il ruolo di sindaco del capoluogo avrebbe richiesto.
La politica, prima ancora di amministrare, dovrebbe saper convincere. Mettere insieme. Creare consenso. Chiamare gli altri attorno a un progetto.
Se, per mesi, le assemblee dei sindaci sono andate deserte, non basta limitarsi a registrare le assenze. Bisogna chiedersi perché nessuno abbia sentito il dovere di esserci. Anche questo è un dato politico. Forse il più significativo.
E poi c’è un’altra questione, che non può essere elusa.
Le deleghe non sono un fatto notarile. Sono una scelta politica. Raccontano le priorità di un sindaco e la fiducia che ripone nei propri collaboratori.
Quando un settore strategico come la cultura arriva a questo punto di paralisi, è inevitabile che il giudizio investa anche chi quella delega ha affidato e chi l’ha esercitata.
Perché i risultati, nel governo di una città, non sono mai figli del caso. Sono figli delle scelte. E le scelte, piaccia o no, hanno sempre un nome e un cognome.
Sia chiaro.
Nessuno pensa che settecentomila euro di debiti potessero essere cancellati con un colpo di bacchetta. Sarebbe una sciocchezza sostenerlo. Ma tra il risanare un ente e assistere impotenti al suo svuotamento c’è una differenza enorme.
È la differenza che separa il governo degli eventi dalla loro semplice certificazione. Ed è proprio questa differenza che, oggi, molti cittadini fanno fatica a vedere.
Una città non diventa più povera quando chiude una biblioteca. Diventa più povera quando nessuno prova più a impedirne la chiusura. È allora che il problema non sono più i libri. È la politica. Ed è ancora prima la visione. Perché le città finiscono molto prima di crollare: finiscono quando smettono di credere che la cultura sia il loro futuro.









