Sparagna non ha parlato soltanto di musica. Ha parlato di storia, di beni culturali, della bellezza dei luoghi e delle culture, della grandezza della Calabria
di Franco Cimino
Lui, Ambrogio Sparagna, ieri sera non era molto in forma. Considerati i quasi sessanta minuti di ritardo con cui ha iniziato lo spettacolo, viene facile pensare che fosse stanco e che ciò fosse dovuto al lungo viaggio affrontato per arrivare in Calabria, da noi, a Borgia.
Ha cantato e suonato poco, ma ha parlato molto. Con voce piana e ritmo lento, con lo sguardo che ondeggiava continuamente tra il pubblico — diventato via via sempre più numeroso rispetto all’inizio della serata — e l’orizzonte, perso tra il cielo e il verde scuro degli uliveti, per poi posarsi sulle preziose, antiche rovine del Teatro-Basilica.
Eppure, che suonasse poco, cantasse ancora meno e parlasse tanto non diminuiva affatto la sua grandezza. Al contrario. Sparagna si è confermato un maestro dalle molte arti, un uomo di cultura vastissima, un docente capace di trasformare ogni parola, ogni frase, ogni riflessione in una lezione preziosa, da ascoltare con attenzione, mettere in tasca e custodire nella memoria.
Una memoria che, prima o poi, tornerà utile quando parleremo con i nostri figli, con gli amici, con i colleghi o semplicemente con noi stessi. Perché Sparagna non ha parlato soltanto di musica. Ha parlato di storia, di beni culturali, della bellezza dei luoghi e delle culture, della grandezza della Calabria. Ha ricordato il contributo immenso che il Mediterraneo ha dato alla civiltà e le nostre antiche radici, segnate dagli incontri con la Grecia, con il mondo arabo, con l’Africa e con tanti altri popoli che hanno fatto della cultura calabrese una delle più ricche e affascinanti del patrimonio italiano ed europeo.
Tutto questo, domani, ci accompagnerà ancora. Sarà parte del nostro modo di guardare al passato e di immaginare il futuro, collegando la nostra storia familiare e personale a quella, ben più grande, della terra alla quale apparteniamo.
Basterebbe questo per dirsi davvero soddisfatti e felici di aver partecipato, ieri sera, a quello che preferisco definire un incontro più che un concerto, con uno dei più grandi musicisti ed etnomusicologi del nostro tempo.
Un ricercatore instancabile di suoni, canti e tradizioni popolari, provenienti anche dalle terre più lontane dalla nostra.
Ad accompagnarlo c’era l’Orchestra Popolare Italiana, da lui fondata molti anni fa. Naturalmente non era presente nella sua formazione completa, ma anche la rappresentanza salita sul palco ha dato prova di straordinaria qualità.
Musicisti di raro talento, capaci di incantare già soltanto osservandoli passare con naturalezza da uno strumento all’altro, forti di una preparazione musicale impressionante e di una conoscenza profonda delle tradizioni popolari.
Anche l’orchestra sembrava forse un po’ affaticata, ma mai svogliata. Ho colto, invece, la generosità con cui ogni musicista ha affrontato l’intera ora e mezza di spettacolo. Sembrava una grande squadra di calcio campione d’Italia impegnata in una partita giocata con la serenità di chi, pur senza dover dimostrare nulla, continua a esprimere tutta la propria classe, provando magari qualche nuovo schema senza perdere eleganza e autorevolezza.
Ma anche senza Ambrogio Sparagna sul palcoscenico, sarebbe bastata quell’orchestra per sentirsi pienamente appagati. E invece c’era anche lui, con la sua autorevolezza di maestro, intento a guidare gli orchestrali uno a uno, seguendoli con lo sguardo, indicando tempi, movimenti e interventi, quasi dirigendo non solo la musica, ma il respiro stesso dell’esecuzione.
Il concerto, dal titolo curioso, nel quale si intrecciano il vino e l’olio, i suoni e le musiche, raccontava una contaminazione che non aveva nulla di gastro-etno-musicale. Era, piuttosto, l’incontro fecondo di linguaggi culturali diversi, tutti necessari per comprendere la storia di una terra, di un popolo e del mare che li ha generati.
Bastava guardarli suonare. Era già una gioia sufficiente.
C’erano anche le danzatrici. Non saprei come definirle meglio, perché il loro non era semplicemente un ballo, ma un linguaggio del corpo. Le loro movenze richiamavano la tarantella, le antiche danze del Mediterraneo, i gesti che sembravano provenire dalla Grecia e, in qualche misura, evocavano persino il sirtaki, pur senza identificarvisi.
Erano bravissime, soprattutto quando la danza assumeva un carattere quasi mistico, spirituale, misterioso. Sembrava talvolta una preghiera rivolta a una divinità antica; altre volte una danza d’amore, cercato, atteso o finalmente vissuto.
E c’erano le voci.
Le due cantanti hanno dato prova di grande qualità. Una, in particolare, possedeva un timbro davvero unico: una voce che sembrava non appartenere né al registro femminile né a quello maschile, ma piuttosto a quel canto senza tempo che l’immaginazione attribuisce alle sirene. Sirene che, in quell’ora della notte, sembravano ancora affacciarsi dal nostro mare, proprio di fronte alle coste di Borgia.
Alle nostre spalle, invisibili, ma presenti.
Molto bravo anche il cantante, dalla voce quasi tenorile, di origine greca e ormai calabrese d’adozione. Vive a Catanzaro con la moglie e ha trovato nella nostra Marina una seconda patria, così come la famiglia della sposa è diventata anche la sua.
È il nostro mare ad averlo accolto. Lo stesso mare che egli continua a navigare con le sue imprese artistiche e culturali e con i suoi sogni.
Fra tutti, quello che ieri sera egli stesso ha definito il sogno più grande: la pace.
Quanta abbondanza, ieri sera, nel Parco Archeologico della Roccelletta! Quanta arte, quanta umanità, quanta cultura, quanta simpatia e quanta musica, anche entro quei limiti di cui ho detto all’inizio.
Sarebbe già sufficiente questo per poter dire di aver vissuto una serata straordinaria.
Ma c’è ancora dell’altro, e forse è ciò che più conta.
C’era la ventiseiesima edizione di Armonie d’Arte Festival, manifestazione che, in questo luogo, ha costruito cultura e ha scritto una pagina nuova della storia di una Calabria che vorrebbe essere diversa e che ancora fatica a diventarlo.
E c’era la grazia, l’intelligenza e la bellezza di una donna straordinaria che questo Festival lo ha immaginato, creato e fatto crescere con la sua sensibilità artistica e con la sua instancabile determinazione.
Chiara Giordano è una donna di cultura raffinata, di robusta intellettualità, di rara generosità. Una persona di straordinario talento, capace di intuizioni che hanno trasformato Armonie d’Arte non soltanto in un luogo d’incontro fra linguaggi diversi, ma in una delle più originali e coraggiose esperienze culturali della Calabria contemporanea.
Pianista, organizzatrice, ideatrice, Chiara Giordano ha letteralmente scoperto questo luogo, quando ancora era conosciuto da pochi, curato da pochissimi e troppo spesso trascurato. Ne è diventata, con il lavoro quotidiano, la custode, l’interprete e la più autorevole ambasciatrice.
Se il Parco Archeologico della Roccelletta ha potuto, in questi anni, richiamare l’attenzione delle istituzioni, sia pure non ancora quanto meriterebbe, e se ha ricevuto quelle cure che ne hanno consentito la tutela e la valorizzazione, gran parte del merito appartiene, lo ripeto senza esitazione, proprio a Chiara Giordano.
Non riconoscerlo significa cedere all’invidia, all’ignoranza o a quella miopia culturale che troppo spesso impedisce di apprezzare il valore di ciò che nasce nella nostra terra.
Se Armonie d’Arte Festival fosse nato altrove — in Sicilia, in Puglia, in Umbria o perfino nella Napoli che ha dato i natali alla sua fondatrice — probabilmente godrebbe di un sostegno istituzionale ben più forte. Sarebbe ancora più conosciuto, più frequentato e più premiato di quanto non sia oggi. Manifestazioni di ben minore spessore ricevono, ogni anno, riconoscimenti che questo Festival meriterebbe pienamente.
Sono certo, tuttavia, che verrà anche quel tempo. Il Festival è ancora giovane, così come giovane è la sua creatrice. I riconoscimenti, quando sono autentici, arrivano spesso con il tempo, e il tempo, talvolta, sa essere il giudice più giusto.
Basta tutto questo per dire di aver trascorso una serata memorabile?
Forse no.
Perché ieri sera, in quel magnifico parco, gioiello di storia e di bellezza, si respirava qualcosa di più. L’aria era quieta, serena, quasi immobile. Non c’era vento, eppure sembrava che ogni cosa respirasse: gli alberi, le pietre antiche, il teatro, il cielo.
Solo a tratti si avvertiva quella lieve brezza capace di scompigliare i capelli e di muovere con delicatezza le gonne leggere delle donne, aggiungendo alla serata una grazia quasi impercettibile.
E poi c’era la luna.
Una luna meravigliosa, mutevole nei colori, non ancora piena, non ancora perfettamente rotonda. Ma proprio per questo ancora più affascinante.
Guardandola, ci si commuoveva.
Quando il canto degli artisti sembrava ormai dissolversi nella notte e le sirene immaginarie tornavano al loro mare, era la luna a prendere la parola.
Era lei a cantare le poesie più belle.
La musica continuava ancora, ma sembrava provenire dal cielo.
E la luna, regina silenziosa della notte di Borgia, dirigeva quel concerto invisibile con una dolcezza che nessun direttore d’orchestra avrebbe potuto uguagliare.
È stata lei, forse, la vera ultima artista della serata.











