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Quando si perde il valore della vita: nella realtà non esiste il tasto “Ricomincia”

Quando si perde il valore della vita: nella realtà non esiste il tasto “Ricomincia”

da admin_slgnwf75
12 Agosto 2026
in costume e società
Tempo di lettura: 5 minuti
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La nostra società deve interrogarsi sul rapporto che le nuove generazioni hanno con la rappresentazione della violenza. Non significa sostenere che i videogiochi rendano automaticamente violenti, ma esiste una differenza che adulti, famiglie e scuola devono insegnare .

di Antonella Moschella

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C’è qualcosa di profondamente inquietante nella violenza che attraversa sempre più spesso la cronaca. Non è soltanto il numero delle aggressioni a preoccupare, ma la facilità con cui si arriva a colpire qualcuno, talvolta per motivi insignificanti, come se non si avesse più la percezione delle conseguenze che un gesto può provocare.

Un pugno, una bottiglia, un coltello, una spranga, pochi secondi di rabbia possono essere sufficienti per distruggere una vita e, insieme ad essa, quella di un’intera famiglia.

La vicenda di Diomede Barchiesi ne è una drammatica testimonianza. Cinquant’anni, operaio dello stabilimento Stellantis di Atessa, marito e padre, si trovava con la famiglia a trascorrere alcuni giorni in camper. Secondo quanto raccontato dai familiari, stava dormendo quando la moglie ha saputo che il figlio era coinvolto in un’aggressione e che la figlia, accorsa sul posto, era stata insultata sessualmente. Diomede è uscito. Un padre che sente che stanno picchiando suo figlio non rimane a dormire. Va a vedere cosa sta succedendo. Avrebbe raggiunto alcuni ragazzi e chiesto semplicemente: «Cosa state facendo? State picchiando mio figlio?».

Poi, improvvisamente, il colpo.

La moglie Anna Maria Di Caro ricorda il rumore di un pugno violentissimo, il marito che perde immediatamente conoscenza e il tonfo del suo corpo che cade a terra. Nessun tempo per difendersi, nessun tempo per capire. Un attimo prima era un uomo in piedi accanto alla propria famiglia; pochi secondi dopo era un uomo che lottava tra la vita e la morte in un reparto di Rianimazione.

Ed è proprio questo che dovrebbe farci paura: la sproporzione enorme tra il tempo necessario per compiere un gesto e le conseguenze che quel gesto può lasciare per sempre.

Sembra essersi smarrito il significato del limite.

Si litiga e si picchia. Si viene contraddetti e si reagisce con violenza. Per uno sguardo, una parola, una precedenza, una gelosia, una discussione nata magari per nulla, si può arrivare a utilizzare coltelli, bottiglie o qualsiasi oggetto capace di trasformarsi in un’arma.

Come se colpire fosse diventato normale.

Come se il corpo dell’altro fosse qualcosa sul quale scaricare la propria rabbia.

Come se, soprattutto, dopo fosse sempre possibile tornare indietro.

Ed è qui che la nostra società deve interrogarsi anche sul rapporto che le nuove generazioni hanno con la rappresentazione della violenza. Non significa sostenere che i videogiochi rendano automaticamente violenti: sarebbe ingiusto e semplicistico, ma esiste una differenza che adulti, famiglie e scuola devono insegnare continuamente.

Nel videogioco hai un’altra possibilità. Nella vita no.

Sul monitor puoi cadere, morire e ricominciare. Puoi perdere una vita e averne un’altra. Puoi premere un tasto, ripartire dall’ultimo livello e cancellare virtualmente ciò che è successo.

Nella realtà non esiste “restart”.

Quando sferri un pugno non puoi sapere come cadrà la persona che hai davanti. Quando impugni un coltello non puoi controllare fino in fondo ciò che accadrà. Quando colpisci qualcuno con una bottiglia o una spranga non puoi decidere, dopo, che volevi soltanto spaventarlo.

Il corpo umano è fragile.

E la vita ancora di più.

Forse è proprio questo che genitori devono tornare a insegnare: avere paura delle conseguenze prima, non pentirsi dopo.

Perché dopo possono esserci un letto di Rianimazione, una famiglia davanti alla porta di un reparto, una madre, una moglie, dei figli che aspettano una notizia. E dall’altra parte può esserci un giovane che improvvisamente comprende di aver compromesso anche la propria esistenza per pochi secondi di rabbia.

Ma esiste qualcosa di ancora più grave della violenza fisica: il male che lentamente distrugge l’anima.

È l’assuefazione alla violenza. È vedere un pestaggio e considerarlo normale. È filmarlo invece di intervenire o chiamare aiuto. È pensare che la forza renda potenti, che umiliare qualcuno significhi essere superiori, che una vita possa valere meno della propria rabbia.

Una società non diventa violenta soltanto quando aumentano le aggressioni. Diventa violenta quando comincia ad abituarsi ad esse.

Per questo non bastano le pene. Servono certamente responsabilità e conseguenze per chi commette violenza, ma serve soprattutto educazione: nelle famiglie, nelle scuole, nello sport, nei luoghi di aggregazione. Bisogna tornare a parlare ai ragazzi di empatia, autocontrollo, rispetto e dignità umana.

Bisogna insegnare che allontanarsi da una provocazione non significa essere vigliacchi. Significa essere abbastanza forti da dominare la propria rabbia.

La vera forza non è riuscire a mettere qualcuno a terra.

La vera forza è avere la possibilità di colpire e scegliere di non farlo.

La storia di Diomede deve allora diventare qualcosa di più dell’ennesima notizia destinata a scomparire dopo pochi giorni dalle pagine dei giornali.

Deve diventare una domanda rivolta a tutti noi: quando abbiamo cominciato a dimenticare quanto vale una vita?

Perché possiamo inventare mondi virtuali nei quali morire cento volte e rinascere cento volte, ma fuori dallo schermo siamo esseri umani.

Abbiamo una sola vita.

E qualche volta basta un pugno, un istante di rabbia, un secondo senza coscienza per spegnerla o cambiarla per sempre.

Nel videogioco appare “Game Over” e possiamo ricominciare. Nella vita, quando arriva davvero il “Game Over”, nessuno può premere un tasto per restituirci ciò che abbiamo perduto.

Tags: computerdavide bianchesigiovanisocietàvalorevita

admin_slgnwf75

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