Non emettiamo sentenze prima degli investigatori, ma non possiamo neppure permettere che le parole «ho agito d’istinto» diventino una spiegazione sufficiente per qualsiasi conseguenza
di Antonella Moschella
Doveva essere una vacanza in Calabria, giorni di mare e serenità da trascorrere insieme alla famiglia e alla propria cagnolina. È diventata invece un incubo che un turista tedesco difficilmente potrà dimenticare.
La vicenda avvenuta sulla spiaggia di Pizzo racchiude due comportamenti che devono essere tenuti distinti: la leggerezza di chi lascia libero il proprio cane e la violenza di una reazione che ha avuto conseguenze irreversibili.
Chi ama profondamente un animale finisce spesso per considerarlo un figlio peloso. Ne conosce il carattere, si fida della sua docilità, lo guarda correre felice e pensa che lasciargli qualche momento di libertà non possa rappresentare un pericolo.
È probabilmente così che nasce una leggerezza: non dalla volontà di danneggiare qualcuno, ma dalla convinzione che non possa accadere nulla.
E invece può accadere.
Il guinzaglio non serve soltanto a proteggere gli altri dal nostro cane. Serve anche, e qualche volta soprattutto, a proteggere il nostro cane dagli altri. Possiamo conoscere perfettamente il carattere dell’animale che vive con noi, ma non possiamo conoscere la paura, l’intolleranza o la reazione delle persone che incontrerà.
Quella leggerezza, in questa storia, ha avuto un prezzo terribile: una piccola cagnolina non tornerà più a casa.
Dall’altra parte c’è un padre che sostiene di avere visto il proprio bambino di sei anni inseguito da due cani e di averlo successivamente portato al Pronto Soccorso per un morso. Se un genitore vede realmente il proprio figlio in pericolo, la paura è comprensibile e l’istinto di proteggerlo è naturale. Nessuno può pretendere una lucidità assoluta in quei pochi secondi, ma comprendere la paura non significa giustificare automaticamente qualsiasi reazione.
La cagnolina colpita era uno Schnauzer nano. Anche un cane piccolo può mordere e nessun animale deve essere sottovalutato, ma proprio le sue dimensioni impongono una domanda: era davvero necessario arrivare a colpirla alla testa con l’asta di un ombrellone con una forza tale da provocarle lesioni così gravi da rendere necessaria l’eutanasia?
Non era possibile urlare, spaventarla, frapporsi, mettere al sicuro il bambino prendendolo in braccio o tentare di allontanarla?
Saranno gli accertamenti a stabilirlo, perché difendere significa fermare un pericolo; ciò che eventualmente supera la forza necessaria per fermarlo appartiene a un’altra dimensione, quella dell’eccesso e della violenza.
C’è poi una questione fondamentale: il presunto morso al bambino.
Le versioni sono contrastanti. Il padre sostiene che il piccolo sia stato morso; il turista tedesco afferma invece di non avere visto la propria cagnolina mordere il bambino.
Se esiste una lesione compatibile con un morso, deve certamente essere presa sul serio, ma se sulla spiaggia erano presenti più cani, bisognerebbe cercare di stabilire, per quanto scientificamente possibile, quale animale l’abbia provocata.
Sarebbe quindi importante valutare con professionisti competenti l’opportunità e la fattibilità di accertamenti medico-veterinari o forensi sulla documentazione sanitaria e fotografica disponibile e, laddove tecnicamente significativo, sulle caratteristiche della dentatura degli animali coinvolti.
Un eventuale morso documentato dimostrerebbe l’esistenza di una lesione, non attribuirebbe automaticamente quella lesione proprio alla cagnolina morta.
C’è poi un ulteriore elemento che merita la stessa attenzione. Il turista tedesco sostiene di essere stato successivamente aggredito, fatto cadere a terra e di avere riportato lesioni; l’altro uomo nega invece qualsiasi aggressione.
Anche questo deve essere accertato.
Se la versione del turista trovasse conferma, sarebbe un elemento particolarmente importante per ricostruire l’intera escalation di quella serata perché, in quel caso, la violenza denunciata non sarebbe rimasta confinata ai pochi secondi nei quali il padre sostiene di avere temuto per l’incolumità del figlio, ma si sarebbe successivamente rivolta anche contro il proprietario dell’animale.
Non emettiamo sentenze prima degli investigatori, ma non possiamo neppure permettere che le parole «ho agito d’istinto» diventino una spiegazione sufficiente per qualsiasi conseguenza.
L’istinto può spiegare la paura. La paura può spiegare una reazione immediata. Non stabilisce da sola che quella reazione sia stata necessaria e proporzionata. Restano dolore di una famiglia arrivata in Calabria per trascorrere una vacanza, che tornerà a casa senza quella piccola creatura che faceva parte della propria quotidianità.
Questa storia lascia una lezione dolorosissima: non lasciamo i cani liberi pensando che, siccome sono piccoli, docili e buoni, nulla possa accadere. Non possiamo sapere chi incontreranno e quale reazione potrà avere.
Il guinzaglio può sembrare una limitazione della loro libertà. A volte, invece, è il filo che li protegge e che ci permette di riportarli a casa con noi.
Adesso, però, a quella cagnolina è dovuta soprattutto la verità.
Si accerti il presunto morso. Si valuti, se tecnicamente possibile, la sua compatibilità con gli animali presenti. Si ricostruisca cosa stesse facendo la cagnolina nel momento in cui è stata colpita, quanti colpi siano stati inferti e con quale intensità. Si faccia luce sulla denunciata aggressione al turista. Si ascoltino i testimoni e si acquisiscano eventuali immagini.
Una leggerezza può spiegare perché un cane fosse libero, ma non può, da sola, spiegare perché quel piccolo cane oggi sia morto.
Quando abbiamo paura per qualcuno che amiamo, l’istinto di proteggerlo può diventare potentissimo, ma difendere non significa perdere il controllo. La paura, per quanto comprensibile, non può diventare una licenza per esercitare una forza senza misura. La forza deve servire a fermare il pericolo, non a distruggere ciò che percepiamo come pericoloso.
La vera forza non consiste nel colpire più forte. Consiste nel sapersi fermare quando il pericolo è stato neutralizzato.
La paura è come il fuoco: nella giusta misura può proteggerci; quando divampa senza controllo può bruciare anche ciò che non avevamo intenzione di distruggere.
Tra difesa e violenza esiste un confine sottile, tracciato dalla necessità e dalla ragione. Quando la paura cancella quel confine, anche un gesto nato per proteggere può trasformarsi, in pochi secondi, in un gesto capace di togliere una vita.











