Mi ritrovo a difendere Salvini, e lo faccio volentieri. Non per il leader politico, ma per il diritto di un uomo di essere dove vuole, ascoltare ciò che ama e rivendicare la propria libertà.
di Maurizio Bonanno
E così mi ritrovo difendere Salvini!
Lo scrivo così, senza troppi giri di parole, perché è esattamente quello che mi è capitato di pensare davanti a ciò che è accaduto durante il concerto dedicato a Fabrizio De André all’Agnata.
E lo faccio volentieri.
Non perché improvvisamente abbia scoperto di condividere ogni posizione di Matteo Salvini. Non è questo il punto. Il punto è un altro e, per me, è molto più importante: la libertà non può dipendere da chi la esercita.
Se la difendo soltanto quando riguarda qualcuno che mi piace, allora non sto difendendo la libertà. Sto semplicemente difendendo me stesso.
Io mi sento un liberale. Lo sono nel senso più autentico del termine e, proprio per questo, considero la libertà individuale un principio dal quale non si può arretrare a seconda delle circostanze.
C’è una lezione che mi porto dietro da sempre ed è quella, ormai diventata quasi proverbiale, attribuita a Voltaire: «Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo».
È un principio semplice. Talmente semplice che spesso ce ne dimentichiamo.
Perché la libertà di espressione è facilissima da difendere quando ad esprimersi è qualcuno che la pensa come noi. La vera difficoltà arriva quando a parlare è qualcuno che ci è lontano, che ci irrita, che magari consideriamo profondamente sbagliato.
È lì che si misura il liberalismo.
Ed è proprio per questo che, quella sera, Salvini aveva tutto il diritto di essere all’Agnata.
Era lì per un concerto.
Non era sul palco a fare politica. Non stava chiedendo voti. Non stava tenendo un comizio.
Era semplicemente una persona che aveva scelto di assistere ad uno spettacolo musicale.
E allora mi chiedo: davvero dobbiamo arrivare al punto di stabilire chi può entrare ad un concerto sulla base delle proprie idee?
Davvero immaginiamo di poter selezionare il pubblico di un artista attraverso una sorta di patente ideologica? Solo dopo aver superato l’esame di conformità ideologica?
È una follia, naturalmente.
Ma è una follia che rischia di diventare normale quando cominciamo a considerare la cultura come una proprietà privata di una parte politica.
E qui, forse, veniamo al cuore della questione.
Fabrizio De André non appartiene alla sinistra.
Non appartiene alla destra.
Non appartiene ai liberali, ai socialisti, agli anarchici, ai comunisti.
Appartiene alla cultura italiana.
E, nel momento stesso in cui una canzone diventa patrimonio collettivo, smette di essere proprietà esclusiva di chi ne condivide l’ideologia.
Io De André lo amo da quando ero ragazzo. Lo ascoltavo già ai tempi del liceo. La sua musica mi ha accompagnato per anni.
E sì, da liberale posso persino sentirmi vicino ad alcune delle suggestioni anarchiche del suo pensiero. Ma non è questo il punto.
Il punto è che non devo essere anarchico per amare De André.
Così come non devo condividere ogni idea di un artista per farmi attraversare dalla sua arte.
L’arte è più grande dell’ideologia che l’ha generata.
La musica, quando è grande, attraversa gli schieramenti, supera le appartenenze, entra nella vita delle persone e ci rimane. E forse è proprio questa la sua funzione più alta.
Non convincerci a votare qualcuno. Non dirci da che parte stare. Ma farci sentire qualcosa. Farci pensare. Persino farci dubitare delle nostre certezze.
Io non so cosa avrebbe detto Fabrizio De André davanti a questa vicenda. E non voglio saperlo attraverso le interpretazioni di qualcun altro.
Soprattutto, non voglio commettere l’errore di far parlare i morti per dare ragione ai vivi.
So però cosa dicono a me le sue canzoni.
E questo mi basta.
Mi emozionano. Mi fanno pensare. Qualche volta mi mettono persino in discussione.
Ed è proprio per questo che non sopporto l’idea di trasformare De André in una specie di santino ideologico da esibire per stabilire chi abbia diritto di ascoltarlo.
Sarebbe una beffa.
Perché cosa ci sarebbe di più lontano dalla libertà di un artista anarchico che una commissione incaricata di stabilire chi sia abbastanza «puro» per ascoltarlo?
Non esiste un esame d’ammissione per De André.
E non deve esistere.
Come non deve esistere per un libro, per un film, per un quadro, per una canzone. Nessuno può decidere quali cantanti io possa ascoltare, quali libri leggere, quali film guardare.
E nessuno può decidere per gli altri.
Se cominciassimo su questa strada, dovremmo costruire una gigantesca dogana della cultura, dove ogni opera viene accompagnata dal certificato politico dell’autore e ogni spettatore sottoposto alla verifica della propria conformità.
Il paradosso diventerebbe presto evidente.
Perché la cultura è piena di artisti, scrittori e musicisti che hanno avuto rapporti controversi con la politica, con il potere, con le ideologie del proprio tempo.
La storia dell’arte non è un certificato di buona condotta. È molto più complicata. E proprio per questo è molto più interessante.
Persino quando un’opera nasce dentro un sistema ideologico o viene utilizzata dalla propaganda, la sua dimensione artistica può continuare ad essere studiata, discussa, giudicata.
La cultura non si affronta con il manganello della censura morale. Si affronta con gli strumenti della critica, della conoscenza, del confronto.
Ed è qui che, secondo me, si annida il vero problema di questa vicenda.
Non nella contestazione, che appartiene alla libertà di chi l’ha espressa. Ma nell’idea, sempre più presente nel dibattito pubblico, che esista qualcuno autorizzato a stabilire chi abbia diritto di stare in determinati luoghi, ascoltare determinate musiche, leggere determinati libri.
Questa idea non mi appartiene.
E non dovrebbe appartenere a nessuno che si definisca liberale. Perché la libertà non ha bisogno di essere d’accordo con noi per essere libertà.
Mi preoccupa, soprattutto, il mondo che stiamo consegnando ai nostri figli. Un mondo nel quale sei libero, purché tu abbia le idee giuste.
Nel quale puoi ascoltare un artista, purché tu abbia la patente politica giusta. Nel quale puoi dire ciò che pensi, purché ciò che pensi non disturbi troppo qualcuno.
No.
Non è questa la società nella quale voglio vivere. E non è questa quella che voglio lasciare ai miei figli.
Devono essere liberi di pensare. Di sbagliare. Di cambiare idea. Di ascoltare De André e, magari, di non capire subito De André.
Devono poter leggere un libro senza dover prima chiedere se l’autore è politicamente presentabile.
Devono poter ascoltare una canzone senza preoccuparsi di chi altro la ascolta. Devono poter discutere. Anche animatamente. Persino litigare. Ma poi tornare a parlarsi.
Perché una democrazia adulta non pretende l’assenza del conflitto. Pretende che il conflitto rimanga dentro il perimetro della libertà.
L’avversario si batte con le idee.
Non si cancella. Non si censura. Non si espelle dalla cultura. Non gli si nega un concerto.
Del resto, se applicassimo seriamente il principio secondo cui l’artista può essere ascoltato soltanto da chi condivide la sua visione del mondo, dovremmo riscrivere interi capitoli della storia della cultura.
Dovremmo mettere al rogo Céline perché collaborazionista e antisemita, dimenticando però il genio letterario.
Dovremmo cancellare Wagner perché amato da Hitler, come se la musica potesse essere retroattivamente sequestrata dalle passioni politiche di chi l’ha ascoltata.
Dovremmo discutere ogni film, ogni libro, ogni disco sulla base della patente morale del suo autore o del suo pubblico. E dove finiremmo?
Certo, una distinzione va fatta.
Un conto è un’opera che viene semplicemente amata da un regime. Altro è un’opera concepita per servire quel regime, costruita come strumento di propaganda.
Ma persino qui la storia dell’arte ci impone un esercizio di onestà.
Leni Riefenstahl realizzò opere profondamente legate alla propaganda nazista. Eppure nessuno storico serio del cinema può negare l’importanza di quelle opere nell’evoluzione del linguaggio cinematografico.
Sergej Ėjzenštejn mise il proprio straordinario talento al servizio della causa sovietica. E la sequenza della scalinata di Odessa è ancora oggi studiata nelle scuole di cinema.
Possiamo giudicare, contestualizzare, condannare, distinguere. Ma non possiamo pretendere che la storia della cultura venga riscritta secondo le nostre convenienze politiche.
E allora sì, mi tocca difendere Salvini.
Ma, in fondo, difendendo lui difendo qualcosa di molto più grande di lui.
Difendo il diritto di un uomo di stare in un luogo pubblico senza dover dimostrare di pensarla come chi quel luogo lo considera culturalmente proprio.
Difendo il diritto di ascoltare una canzone. Difendo il diritto di emozionarsi davanti ad una musica. Difendo il diritto di amare un artista anche quando magari non se ne condividono le idee. Difendo, soprattutto, l’idea liberale secondo cui la libertà dell’altro è parte della mia stessa libertà.
E allora vorrei dirlo proprio pensando a De André.
Le sue canzoni non sono un feudo. Non hanno bisogno di un buttafuori. Non hanno bisogno di un certificato di appartenenza. Non hanno bisogno di qualcuno che stabilisca chi sia degno di ascoltarle.
Le canzoni, quando sono davvero grandi, fanno una cosa molto più semplice e molto più rivoluzionaria: appartengono a tutti.
Anche a chi non la pensa come noi. Anche a chi magari, ascoltandole, scoprirà di avere torto.
Perché la cultura vive nel confronto aperto, non nella presunzione del monopolio.
E la libertà, quella vera, comincia esattamente nel momento in cui accettiamo che anche l’altro possa esercitarla. Se una canzone continua a parlare a chi la pensa diversamente da chi l’ha scritta, significa che quella canzone ha vinto. Quale esempio più chiaro sapere che Giorgia Meloni possa amare Guccini e che Matteo Salvini possa emozionarsi ascoltando De André?!
Non c‘è alcuna contraddizione. Semmai è la dimostrazione di quanto la grande musica italiana, quella dei cantautori in particolare, sia riuscita a scavalcare gli steccati ideologici che l’hanno generata.
Ed è un bene. Anzi, è una delle cose più belle che la cultura possa fare.
Io, almeno, continuerò a pensarla così.
Da liberale.
E con De André nelle cuffie.











