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Homo tamarrus: dalla caricatura del cattivo gusto alla prepotenza quotidiana, perché il vero tamarro si riconosce quando viene contraddetto

Homo tamarrus: dalla caricatura del cattivo gusto alla prepotenza quotidiana, perché il vero tamarro si riconosce quando viene contraddetto

da Maurizio
16 Agosto 2026
in costume e società
Tempo di lettura: 8 minuti
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La vera tamarraggine consiste nel credere che la propria volontà valga più della dignità degli altri e che la prepotenza possa sostituire le regole

di Antonella Moschella

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La parola “tamarro” appartiene da molti anni al linguaggio popolare italiano e, come spesso accade alle parole nate nel gergo, ha modificato progressivamente il proprio significato seguendo i cambiamenti della società. La sua etimologia non è definitivamente accertata: alcune ricostruzioni la collegano ad ambienti dialettali meridionali, nei quali avrebbe indicato originariamente un contadino rozzo, altre hanno proposto una derivazione dall’arabo tammār, “venditore di datteri”. Al di là delle diverse ipotesi linguistiche, nell’immaginario collettivo italiano il tamarro è diventato soprattutto una figura riconoscibile per l’eccesso: abbigliamento vistoso, marche ostentate, catene, automobile modificata, musica ad altissimo volume, gestualità esagerata, linguaggio sguaiato e bisogno costante di attirare l’attenzione. Era, insomma, il personaggio che si vedeva e soprattutto si sentiva arrivare.

Questa rappresentazione, tuttavia, oggi appare insufficiente e rischia persino di essere ingiusta. Non c’è nulla di necessariamente incivile in un tatuaggio, in una collana vistosa, in un’automobile personalizzata o in un abbigliamento che altri possono considerare di cattivo gusto. Il gusto estetico è soggettivo e non misura né l’educazione né il valore morale di una persona. Si può essere tatuati dalla testa ai piedi ed essere rispettosi, gentili e capaci di autocontrollo; allo stesso modo si può indossare un abito sartoriale, possedere titoli accademici e frequentare ambienti prestigiosi mostrando, alla prima contrarietà, una sorprendente rozzezza. È per questo che il vero significato contemporaneo della “tamarraggine” andrebbe cercato non nell’apparenza, ma nel comportamento.

Il tamarro moderno, infatti, può essere molto più difficile da riconoscere di quello della vecchia caricatura. Può essere un uomo o una donna, un professionista o un commerciante, un dirigente o un impiegato, un laureato o una persona con poca istruzione. Può guidare una vecchia utilitaria oppure un SUV costosissimo, indossare una canottiera o una giacca firmata, tacchi eleganti o scarpe da ginnastica. La tamarraggine è straordinariamente democratica: non guarda il conto corrente, il titolo di studio, il sesso, la professione o la provenienza geografica. Soprattutto, non coincide necessariamente con l’ignoranza. La cultura fornisce conoscenze; l’educazione, il rispetto degli altri e la capacità di governare se stessi appartengono a un piano differente.

Per questo il vero tamarro spesso non si riconosce quando entra in una stanza, ma quando qualcuno gli dice di no. È il momento della contraddizione a diventare la cartina di tornasole del comportamento. Finché tutto procede secondo i suoi desideri può essere cortese, sorridente e persino affabile; basta però una fila da rispettare, una precedenza da concedere, un cliente che protesta, un automobilista che gli fa notare un errore o una domanda che mette in discussione la sua versione dei fatti perché possa avvenire la metamorfosi. Non è necessariamente la contrarietà in sé a scatenare la reazione: è l’idea, profondamente radicata, che essere contraddetti equivalga a essere sfidati e che cedere significhi perdere autorità.

Qualsiasi luogo in cui esista una fila, dallo studio del medico al supermercato, dall’ufficio postale alla farmacia, diventa un osservatorio privilegiato di questa piccola antropologia quotidiana. Tutti aspettano pazientemente il proprio turno, magari da parecchio tempo, finché arriva qualcuno convinto che il suo tempo sia più prezioso e il suo impegno più urgente di quello degli altri. Chiede chi sia l’ultimo, ma, appena individuato il proprio posto nella fila, comincia immediatamente a cercare una ragione per trasformarsi nel primo: deve soltanto chiedere un’informazione, impiegherà appena trenta secondi, ha lasciato l’auto in doppia fila, deve correre al lavoro oppure, nella variante più sofisticata, conosce qualcuno e quella conoscenza sembra conferirgli per magia un diritto di precedenza. È quasi paradossale osservare come, nella sua personale concezione del mondo, il tempo degli altri perda improvvisamente ogni valore.

Al supermercato il principio rimane identico. Mentre tutti aspettano davanti alla cassa, qualcuno compare lateralmente con pochi prodotti e pronuncia la formula universale: “Ho soltanto queste cose”, come se il diritto di precedenza fosse determinato dal numero di yogurt presenti nel cestino anziché dall’ordine di arrivo. Finché gli altri lasciano correre, tutto procede serenamente. Il problema comincia quando una persona educatamente osserva: “Mi scusi, c’ero prima io”. È allora che una banalissima regola di convivenza può trasformarsi in una questione personale. Il tono cambia, la voce aumenta, lo sguardo diventa aggressivo e una richiesta perfettamente legittima viene percepita come una provocazione.

Nel traffico questa mentalità trova un terreno ancora più fertile. Chi lascia la propria automobile in seconda fila sostiene di dover rimanere soltanto un minuto, chi occupa due parcheggi ritiene evidentemente di avere una buona ragione, chi blocca la strada pretende che siano gli altri ad aspettare. Se però un’altra persona si ferma pochi secondi per far scendere un anziano o un bambino, il clacson diventa immediatamente lo strumento attraverso il quale manifestare la propria impazienza. Se il tamarro commette un errore, gesticola contro di te; se l’errore lo commetti tu, gesticola ugualmente contro di te. Cambiano le circostanze, ma non la conclusione: nella sua personale concezione del mondo la precedenza, materiale e simbolica, gli appartiene sempre.

Fin qui potremmo ancora sorridere. La situazione cambia radicalmente quando dalla semplice maleducazione si passa all’aggressività verbale. È questo il confine oltre il quale il tamarro smette di essere una macchietta folkloristica e diventa un problema di convivenza civile. Una domanda viene interpretata come provocazione, una richiesta di spiegazioni come un affronto, una critica come un’offesa personale. La voce aumenta progressivamente, l’interlocutore viene interrotto, il dito viene puntato, la distanza fisica diminuisce, il corpo si protende in avanti e lo spazio personale dell’altro viene invaso. Arrivano la parolaccia, l’insulto, talvolta la bestemmia e, nei casi più gravi, la minaccia.

La parolaccia, in questo contesto, non rappresenta semplicemente una povertà linguistica. Diventa uno strumento di sopraffazione. Non serve più a esprimere un concetto, ma a ferire, intimidire o costringere l’altro al silenzio. Anche la bestemmia può assumere la stessa funzione: non aggiunge una sola ragione alla discussione, ma aumenta la violenza sonora della scena. È come se l’impoverimento degli argomenti dovesse essere compensato dall’aumento dei decibel. La parolaccia diventa una virgola, l’insulto un punto e la bestemmia un punto esclamativo. Il paradosso è evidente: mentre chi urla crede di mostrare forza, spesso sta mostrando semplicemente di non riuscire più a governare la propria reazione.

L’Homo tamarrus, in questo senso, non discute più: occupa acusticamente il territorio. Interrompe, sovrasta, gesticola, si avvicina, cerca di impedire all’altro persino di completare una frase. La discussione smette di essere uno scambio di ragioni e diventa una lotta per stabilire chi debba dominare la scena. Il problema non è più capire chi abbia ragione, ma costringere l’altro ad arretrare. Ed è proprio qui che l’aggressività verbale può diventare il primo gradino di una scala molto più pericolosa. Dopo l’urlo può arrivare l’insulto, dopo l’insulto la minaccia, dopo la minaccia l’invasione dello spazio personale e, talvolta, il contatto fisico. Uno spintone, un oggetto scagliato, un pugno sul tavolo o un gesto intimidatorio non sono manifestazioni di carattere forte: rappresentano il fallimento dell’autocontrollo.

Naturalmente perdere la pazienza può capitare a chiunque e sarebbe superficiale trasformare ogni momento di rabbia in una diagnosi morale della persona. Tutti possiamo avere una giornata difficile, rispondere male o pentirci immediatamente di una parola. Ciò che definisce la tamarraggine, nel senso qui utilizzato, è piuttosto la convinzione che la prepotenza costituisca un metodo legittimo per ottenere ciò che si vuole, che l’aggressività possa sostituire il dialogo e che far paura all’interlocutore equivalga ad avere dimostrato di avere ragione.

Questo comportamento non appartiene soltanto agli uomini. Esiste il tamarro ed esiste la tamarra, perché la maleducazione e l’aggressività non hanno genere. Anche una donna può urlare, insultare, bestemmiare, umiliare, minacciare, pretendere privilegi, saltare una fila o trasformare una semplice osservazione in uno scontro personale. Non è peggiore perché donna e non è meno grave perché donna. Lo stereotipo secondo cui l’aggressività sarebbe prevalentemente maschile rischia di farci dimenticare una verità molto semplice: la prepotenza è un comportamento umano e come tale può appartenere a chiunque. Un vestito elegante, una borsa costosa, un trucco impeccabile o un ruolo professionale prestigioso non rendono più raffinato un insulto.

Il problema più profondo che emerge da questa fenomenologia quotidiana è probabilmente la crescente difficoltà nel tollerare la frustrazione. Aspettare sembra diventato insopportabile, ricevere un rifiuto viene percepito come un’umiliazione, essere contraddetti appare un’offesa, riconoscere un errore una sconfitta e chiedere scusa quasi una forma di debolezza. In una società abituata alla velocità e alla gratificazione immediata, anche il limite più banale può essere vissuto come un ostacolo intollerabile. È così che una fila alla posta può diventare una lite, un parcheggio può trasformarsi in una rissa, una precedenza stradale può generare un’aggressione e una normale contestazione tra cliente ed esercente può degenerare in urla, minacce o qualcosa di ancora più grave.

L’aspetto forse più inquietante è che chi subisce questa aggressività spesso decide di tacere o di allontanarsi. Una persona può smettere di discutere semplicemente perché comprende che davanti a sé non ha più un interlocutore disposto al confronto, oppure perché teme che la situazione possa degenerare. Il silenzio ottenuto attraverso l’intimidazione non è consenso. Far arretrare qualcuno con le urla non significa averlo convinto; significa soltanto essere riusciti a trasformare una discussione in una situazione nella quale l’altro ritiene più prudente andarsene.

È proprio qui che emerge la differenza tra forza e prepotenza. La forza autentica non consiste nell’avere l’ultima parola, nel gridare più forte o nel costringere gli altri al silenzio. Consiste nel riuscire a governare se stessi quando si è arrabbiati. Tra la provocazione, reale o percepita, e la risposta esiste uno spazio piccolissimo ma decisivo: quello dell’autocontrollo. È in quello spazio che scegliamo se utilizzare la ragione oppure l’insulto, se spiegare oppure minacciare, se abbassare il tono oppure alzare le mani. La civiltà non consiste nel non provare rabbia, ma nel non consegnare alla rabbia il comando delle nostre azioni.

Per questo anche l’associazione tradizionale tra tamarraggine e scarsa istruzione dovrebbe essere definitivamente superata. Un titolo di studio certifica un percorso di conoscenza, non garantisce automaticamente educazione, empatia o capacità di autocontrollo. Esistono persone semplicissime dotate di una straordinaria eleganza umana ed esistono persone coltissime capaci, quando perdono la calma, di trasformarsi verbalmente in iene. La signorilità non si compra, non si eredita e non viene conferita insieme a una laurea. Puoi mangiare con dodici posate d’argento e rimanere un cafone; puoi mangiare un panino seduto su un muretto ed essere un signore.

Allo stesso modo, sarebbe sbagliato continuare ad associare il termine a una particolare area geografica o condizione sociale. Le parole popolari hanno spesso portato con sé antichi pregiudizi: il contadino, il meridionale, il periferico, il povero sono stati troppo facilmente trasformati in sinonimi di rozzezza. La realtà dimostra invece che l’inciviltà attraversa ogni confine. Il vero spartiacque non passa tra Nord e Sud, centro e periferia, ricchi e poveri, laureati e non laureati, uomini e donne passa tra chi riconosce nell’altro una persona con gli stessi propri diritti e chi considera ogni rapporto una prova di forza.

Forse, allora, dovremmo aggiornare definitivamente l’immagine dell’Homo tamarrus. L’apparenza racconta gusti, ma il comportamento racconta la persona.

Il tamarro si riconosce soprattutto nel momento in cui non può ottenere immediatamente ciò che vuole. È lì che cade la maschera

La vera tamarraggine consiste nel credere che la propria volontà valga più della dignità degli altri e che la prepotenza possa sostituire le regole. Il vero signore, al contrario, non è quello che riesce sempre a imporsi, ma colui che potrebbe alzare la voce e sceglie di abbassarla, che potrebbe umiliare e sceglie di spiegare, che potrebbe reagire e riesce invece a governarsi.

Perché l’educazione si vede davvero quando siamo arrabbiati. Quando tutto va bene è facile essere gentili; è nel momento della contraddizione che mostriamo chi siamo. E forse la distanza tra l’Homo tamarrus e l’Homo sapiens è racchiusa proprio in quei pochi secondi tra la rabbia e la reazione, quando ciascuno di noi decide se essere padrone di se stesso oppure diventare semplicemente la persona che urla più forte nella stanza.

Tags: caricaturacattivo gustoprepotenzatamarraginetamarro

Maurizio

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