Lo Stato laico non deve giudicare la fede di una persona, ma deve pretendere che, quando necessario, ogni cittadino sia identificabile
di Antonella Moschella
La libertà religiosa è uno dei principi fondamentali di una democrazia e deve essere rispettata e tutelata, ma nessuna libertà può essere interpretata come assoluta quando entra in relazione con la sicurezza, l’identificazione delle persone e il rispetto di regole che devono essere uguali per tutti. È da questa premessa che dovrebbe essere letta la vicenda della giovane italiana di origini bengalesi che indossa il niqab e che ha denunciato quanto accaduto in un ufficio postale di Gallarate.
Il niqab non è un semplice velo: copre quasi completamente il volto lasciando visibili soltanto gli occhi. E quando si entra in un ufficio postale per effettuare operazioni che richiedono l’identificazione certa della persona, chiedere che il volto venga mostrato non significa necessariamente discriminare una religione. Significa permettere a chi svolge un servizio delicato di accertare che la persona che ha davanti sia effettivamente quella indicata nel documento.
D’altra parte, la stessa Poste Italiane, ha precisato di aver effettuato verifiche interne e ha sostenuto che gli operatori non abbiano tenuto una condotta discriminatoria, ma abbiano applicato le procedure e gli obblighi previsti per l’identificazione del cliente. Dopo il necessario riconoscimento, infatti, l’operazione sarebbe stata regolarmente completata.
Ed è proprio questo il punto: prima viene la sicurezza, poi viene il credo religioso, non perché una fede valga meno, ma perché la sicurezza rappresenta un interesse collettivo e la regola deve valere nello stesso modo per tutti.
Se una persona entra in un luogo nel quale è necessario essere riconoscibili indossando un casco integrale o un passamontagna, le viene chiesto di scoprirsi. Non si comprende allora perché il principio dell’identificabilità dovrebbe cambiare quando a coprire il volto è un indumento legato a una convinzione religiosa. Lo Stato laico non deve giudicare la fede di una persona, ma deve pretendere che, quando necessario, ogni cittadino sia identificabile.
La questione, quindi, non dovrebbe diventare uno scontro tra musulmani e non musulmani, né tra italiani e stranieri. La protagonista della vicenda, peraltro, dichiara di essere italiana. Proprio per questo il principio dovrebbe essere ancora più semplice: stessi diritti, stessi doveri e stesse regole.
Rimane naturalmente il dovere del rispetto. Se sono state realmente pronunciate espressioni come «togliti il coso», sono parole che potevano e dovevano essere evitate. Far rispettare una regola non autorizza nessuno a mortificare una persona o la sua religione. Fermezza ed educazione possono, e devono, convivere. Sarebbe stato sufficiente spiegare con professionalità che, per ragioni di identificazione, era necessario rendere visibile il volto.
Il vero problema che emerge da questa vicenda è però un altro: perché lasciare ancora spazio all’incertezza?Sarebbe auspicabile una normativa nazionale chiara che disciplini espressamente la copertura del volto nei luoghi nei quali sussistono esigenze di identificazione e sicurezza. Una legge comprensibile, uniforme e applicabile a tutti, indipendentemente dal fatto che il volto sia nascosto per ragioni religiose o per qualsiasi altra ragione.
La libertà religiosa è preziosa proprio perché vive all’interno di uno Stato che protegge le libertà di tutti. Ma vivere insieme significa anche accettare un confine: il proprio credo appartiene alla sfera della coscienza, mentre la sicurezza appartiene alla collettività. Quando le due esigenze si incontrano, la soluzione non può essere cancellare la fede, ma neppure cancellare le regole comuni.
Una democrazia non chiede a nessuno di rinunciare a Dio. Chiede però che davanti alla legge, alle istituzioni e alle esigenze di sicurezza non esistano cittadini riconoscibili e cittadini irriconoscibili. La religione merita rispetto; la persona merita rispetto; ma anche chi lavora in un ufficio pubblico o aperto al pubblico deve essere messo nelle condizioni di svolgere correttamente il proprio compito.
La società è come una casa con molte stanze: ognuno può pregare nella propria, custodire la propria fede e scegliere ciò in cui credere, ma la porta d’ingresso è comune e, quando la sicurezza lo richiede, chi entra deve poter mostrare il proprio volto. Non è la casa a decidere quale Dio ciascuno debba pregare; è la convivenza a stabilire le regole necessarie perché tutti possano abitarla in sicurezza.
La libertà religiosa finisce dove comincia la necessità di garantire la sicurezza e l’identificazione di tutti. Il credo divide le coscienze secondo sensibilità diverse; la legge, invece, deve unirci sotto una regola uguale per ciascuno.Rispettare una religione non significa rinunciare alla sicurezza, così come chiedere di essere identificabili non significa discriminare una fede. Prima di ciò che ci distingue deve esserci ciò che ci protegge: la certezza che le regole valgano per tutti.









