Una persona che soffre ha bisogno anche di una parola, di una spiegazione, di essere visitata quando il dolore aumenta, di sapere che qualcuno si è accorto della sua presenza
di Antonella Moschella
Quattordici ore in un Pronto soccorso. Quattordici ore trascorse con il dolore, l’ansia e la sensazione di essere diventata invisibile. La testimonianza della giornalista Ada Cosco, dal Pronto soccorso dell’ospedale Dulbecco di Catanzaro, non racconta soltanto un’attesa estenuante: racconta il senso di abbandono di una persona che, mentre soffre, arriva a chiedersi quale sia il significato stesso di recarsi in ospedale se nessuno riesce ad alleviare quel dolore.
Le sue parole sono fortissime. Parla di pazienti trattati come «carne da macello», descrive ore interminabili e, nel momento più drammatico, ripete semplicemente: «Sto male». È proprio lì che la denuncia smette di essere soltanto una questione di organizzazione sanitaria e diventa una questione profondamente umana.
Perché un Pronto soccorso dovrebbe essere il fiore all’occhiello di un ospedale. È la porta alla quale si bussa quando si ha paura, quando il dolore diventa insopportabile, quando non si sa più cosa fare. Chi vi entra non pretende necessariamente di essere visitato immediatamente se ci sono pazienti più gravi. Esistono il triage, le priorità cliniche e le emergenze che devono necessariamente precedere i casi meno urgenti, ma aspettare non dovrebbe mai significare essere dimenticati.
Una persona che soffre ha bisogno anche di una parola, di una spiegazione, di essere visitata quando il dolore aumenta, di sapere che qualcuno si è accorto della sua presenza. L’umanità non necessita di una TAC, non richiede finanziamenti straordinari e non ha bisogno di essere acquistata con una gara d’appalto. L’empatia non risolve una carenza di personale e non sostituisce una terapia, ma può impedire che un malato, oltre al dolore fisico, debba sopportare anche quello terribile dell’abbandono.
Naturalmente sarebbe ingiusto trasformare questa vicenda in un’accusa indiscriminata contro medici e infermieri. Se un Pronto soccorso è sovraffollato e pochi professionisti devono occuparsi contemporaneamente di decine di pazienti, anche loro diventano vittime di un’organizzazione insufficiente. Nessun medico può moltiplicarsi e nessun infermiere può essere contemporaneamente accanto a tutti.
Ma proprio per questo la responsabilità deve salire lungo la catena organizzativa e arrivare fino a chi programma e governa la sanità. Non si può continuare a chiedere ai professionisti di compensare con il sacrificio personale ciò che manca strutturalmente.
Nella testimonianza di Ada Cosco compare anche un’altra denuncia, ancora più delicata: la percezione che per alcuni, grazie alle conoscenze personali, le porte possano aprirsi più facilmente. È un’affermazione che, naturalmente, richiede verifiche prima di poter parlare di favoritismi accertati, ma anche la sola percezione che possa esistere una corsia preferenziale per «l’amico dell’amico» distrugge la fiducia nel servizio pubblico. In un Pronto soccorso deve esistere una sola raccomandazione: la gravità clinica. Chi sta peggio passa prima, indipendentemente dal cognome, dal ruolo sociale, dal denaro o dalle conoscenze.
Ed è qui che entra in gioco una parola pronunciata continuamente davanti alle condizioni della sanità calabrese: vergogna.
Ma la vergogna è un sentimento particolare. Per provarla bisogna possedere una coscienza capace di riconoscere la distanza tra ciò che si sarebbe dovuto fare e ciò che si è fatto. Ci si vergogna quando si abbassano gli occhi, quando ci si rende conto di avere deluso qualcuno, quando la propria immagine riflessa nello specchio diventa difficile da sostenere.
Il paradosso è che troppo spesso finiscono per vergognarsi i cittadini al posto di chi dovrebbe assumersi le responsabilità.
Ci si vergogna vedendo una donna piangere dal dolore dopo ore trascorse in ospedale. Ci si vergogna davanti agli anziani abbandonati sulle sedie o sulle barelle delle sale d’attesa. Ci si vergogna quando medici e infermieri vengono lasciati a fronteggiare masse di pazienti con organici insufficienti. Ci si vergogna quando una Regione meravigliosa, capace di attirare visitatori da tutto il mondo, non riesce a trasmettere ai propri cittadini e ai propri turisti la certezza che, in caso di malore o incidente, il sistema sanitario sarà in grado di rispondere tempestivamente.
L’articolo 32 della Costituzione stabilisce che la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Non parla della salute come di una concessione, né come di un servizio riservato a chi può pagare o possiede le conoscenze giuste. Parla di un diritto fondamentale.
Per questo la denuncia di Ada Cosco non dovrebbe essere liquidata come lo sfogo di una persona esasperata. Dovrebbe diventare occasione per verificare, capire e intervenire. Non per trovare un colpevole da esporre pubblicamente, ma per impedire che domani un’altra Ada, un altro anziano, un altro padre o un’altra madre debbano vivere lo stesso calvario.
La sanità calabrese ha bisogno di personale, mezzi, posti letto, diagnostica, organizzazione territoriale e investimenti. Ma ha bisogno anche di recuperare qualcosa che nessun bilancio regionale può quantificare: umanità ed empatia.
Perché l’impotenza di chi vorrebbe aiutare e non possiede i mezzi è dolorosa. Ma l’indifferenza di chi possiede il potere di cambiare le cose e sceglie di non farlo sarebbe moralmente molto più grave.
Chi governa apra dunque gli occhi per vedere, le orecchie per ascoltare e soprattutto la coscie-nza per comprendere. Dietro una statistica sanitaria può esserci una persona che sta piangendo. Dietro quattordici ore di attesa può esserci qualcuno che non chiede privilegi, ma soltanto di non sentirsi abbandonato.
La vera vergogna non è riconoscere che la sanità ha dei problemi. La vera vergogna sarebbe conoscerli, avere la possibilità di intervenire e continuare a comportarsi come se quel dolore appartenesse sempre a qualcun altro.
Una società perde la propria umanità quando il malato deve avere, oltre alla malattia, anche la fortuna di conoscere qualcuno. In ospedale dovrebbe esistere una sola precedenza: quella determinata dalla gravità e dal bisogno di cura. Il denaro può comprare una visita privata e le conoscenze possono forse facilitare qualche percorso terreno, ma difficilmente compreranno le porte del Paradiso.
Alla fine della vita non conterà quante porte siamo riusciti ad aprire per noi stessi, ma quante ne abbiamo aperte a chi soffriva e non aveva nessuno.










