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Olbia, trenta contro uno: quando l’odio si impara prima ancora di diventare adulti

Olbia, trenta contro uno: quando l’odio si impara prima ancora di diventare adulti

da Maurizio
23 Agosto 2026
in costume e società
Tempo di lettura: 4 minuti
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Quando un adolescente arriva a partecipare a una violenza di branco, il problema non nasce improvvisamente quella sera sulla spiaggia. La violenza raramente germoglia dal nulla

di Antonella Moschella

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Siamo nel 2026 e ci ritroviamo ancora a raccontare storie che sembrano provenire da un tempo cavernicolo, nel quale la diversità non viene semplicemente accettata o rispettata, ma diventa una ragione per odiare, insultare e persino picchiare qualcuno che non ha fatto nulla, che non ti ha provocato, che probabilmente non ti avrebbe neppure guardato se tu non avessi deciso di trasformarlo in un bersaglio.

È quanto denunciato da Angelo Ratti, promoter trentanovenne e membro di un collettivo queer, che ha raccontato di essere stato vittima, nei giorni precedenti Ferragosto, di una brutale aggressione nella zona di Porto Istana, vicino a Olbia. Secondo la sua ricostruzione, al termine di una serata sarebbe stato circondato e aggredito da un gruppo composto da circa trenta persone. Ratti ha riferito di essere stato buttato a terra, immobilizzato sulla sabbia, picchiato e insultato con espressioni omofobe. Tre amici intervenuti per aiutarlo sarebbero rimasti a loro volta coinvolti nella violenza.

Dopo cinque giorni, ha raccontato di continuare a non sentire da un orecchio e di avere problemi alla parte sinistra del corpo. Ma esistono ferite che una fotografia non riesce a mostrare: sono quelle lasciate dalla paura, dall’umiliazione e dalla consapevolezza di essere stati trasformati in un bersaglio non per qualcosa che si è fatto, ma per ciò che si è.

La vicenda è stata denunciata alle forze dell’ordine e, secondo quanto riportato, sono in corso accertamenti per identificare i presunti responsabili. Saranno naturalmente le indagini a stabilire con precisione dinamica e responsabilità individuali. È una precisazione necessaria, perché la giustizia si costruisce sulle prove e non sulle condanne anticipate.

Ma c’è un particolare del racconto che dovrebbe provocare una riflessione ancora più profonda: secondo Ratti, nel gruppo sarebbero stati presenti molti ragazzi, anche minorenni.

Ed è forse questa la parte più inquietante.

Quando un adolescente arriva a partecipare a una violenza di branco, il problema non nasce improvvisamente quella sera sulla spiaggia. La violenza raramente germoglia dal nulla. Prima del pugno spesso esistono parole, esempi, modelli educativi, silenzi e assenze. Esiste una cultura nella quale l’altro viene deriso perché diverso, la sensibilità viene confusa con debolezza e l’aggressività viene scambiata per forza.

La famiglia rimane il primo luogo nel quale un bambino dovrebbe imparare il limite, il rispetto e l’empatia. Non significa attribuire automaticamente ai genitori la responsabilità penale o morale di ogni comportamento commesso da un figlio: sarebbe ingiusto e semplicistico. Esistono famiglie presenti che si trovano davanti a comportamenti dei figli che non hanno insegnato né approvato. Ma è altrettanto sbagliato fingere che l’educazione familiare non abbia un peso enorme nella costruzione della persona.

Ci sono genitori assenti, troppo impegnati per accorgersi di ciò che sta crescendo dentro i propri figli. E ci sono presenze che possono essere persino peggiori dell’assenza, quando sono gli adulti stessi a trasmettere disprezzo, pregiudizi, aggressività, intolleranza e l’idea che chi è diverso meriti meno rispetto.

Un figlio non impara soltanto attraverso ciò che gli viene detto. Impara soprattutto osservando.Osserva come suo padre parla delle persone, come sua madre giudica chi è differente, come in casa vengono affrontati il conflitto, la rabbia e il dissenso. Assorbe persino le battute pronunciate a tavola, gli insulti considerati innocui, le discriminazioni mascherate da ironia.

Per questo la presenza di minorenni in un episodio di violenza di gruppo, qualora venga confermata, dovrebbe preoccuparci molto più dell’ennesimo titolo di cronaca. Significa che l’odio è riuscito a raggiungere persone che stanno ancora costruendo la propria identità.

E poi interviene il branco. Da solo, forse, qualcuno di quei ragazzi non avrebbe avuto il coraggio di alzare una mano. Dentro trenta persone, invece, la responsabilità individuale sembra dissolversi. Il branco offre l’illusione dell’impunità e trasforma la vigliaccheria in una falsa dimostrazione di forza. Trenta contro uno non rappresenta forza. Rappresenta la moltiplicazione della debolezza individuale.

Ancora più sconcertante è quanto denunciato da Ratti riguardo al comportamento del padre di uno dei ragazzi coinvolti, che avrebbe prima cercato di convincerlo a non presentare denuncia e successivamente lo avrebbe insultato. Anche questo episodio dovrà essere verificato, ma, se confermato, sarebbe emblematico di un problema educativo enorme. Proteggere un figlio non significa sottrarlo alle conseguenze delle proprie azioni. Amare un figlio significa anche insegnargli che esiste un confine e che, quando quel confine viene superato, bisogna assumersi la responsabilità di ciò che si è fatto.

Il genitore che giustifica sempre, minimizza sempre e cerca sempre un colpevole fuori dalla propria casa non sta proteggendo suo figlio. Sta rischiando di consegnargli una convinzione pericolosissima: posso fare qualsiasi cosa perché qualcuno verrà comunque a salvarmi dalle conseguenze.

Essere gay, eterosessuale, credente, ateo, conservatore o progressista appartiene alla libertà personale. Nessuno è obbligato a condividere le scelte, le idee o lo stile di vita di un’altra persona. Ma esiste una linea invalicabile che distingue una società civile dalla barbarie: il rispetto dell’incolumità e della dignità dell’altro.

La libertà non significa pretendere che tutti siano uguali a noi. Significa riuscire a vivere accanto a qualcuno che è diverso da noi senza sentire il bisogno di annientarlo.

Questa aggressione non dovrà essere ricordata soltanto come la storia di un uomo gay picchiato. Dovrà essere ricordata come la storia di giovani che avrebbero dovuto conoscere già il significato della parola rispetto e che invece avrebbero scelto il branco.

Perché quando dei minorenni imparano prima a odiare che a rispettare, abbiamo già perso qualcosa come società.

Un pugno può partire da una mano, ma molto spesso la sua storia comincia molto prima. Comincia nelle parole ascoltate, negli esempi ricevuti, nelle assenze educative, nei pregiudizi normalizzati e nei limiti mai insegnati. La famiglia non può controllare ogni passo di un figlio, ma resta il primo luogo in cui dovrebbe imparare che essere uomini non significa dominare chi è diverso. Significa avere abbastanza umanità da rispettarlo.

Tags: adolescenteaggressionebrancofamigliagayodioolbiaqueerSpiaggiaviolenza

Maurizio

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