Credere nella vita dopo la morte non significa desiderare di lasciare questa esistenza. Al contrario, significa attribuire a ogni giorno un valore ancora maggiore
di Antonella Moschella
Ci sarà un giorno in cui tutto ciò che oggi sembra indispensabile perderà improvvisamente importanza.
Non conteranno più il denaro accumulato, il potere, le case possedute, il ruolo ricoperto, i titoli conquistati, le discussioni vinte o l’immagine costruita davanti agli altri. Non conterà quante persone ci abbiano applaudito o criticato.
Resteremo semplicemente noi.
E, per chi crede, resteremo davanti a Dio.
Quel Dio sul quale, durante la vita, ci siamo posti tante domande: esiste davvero? Perché credere senza avere certezze? Che cosa c’è dopo la morte? Tutto finisce con l’ultimo respiro oppure esiste qualcosa oltre ciò che i nostri occhi riescono a vedere?
Credere sarebbe facile se avessimo prove davanti agli occhi, se potessimo vedere Dio, conoscere con certezza ciò che esiste dopo la morte e sapere esattamente cosa ci attende, ma allora probabilmente non parleremmo più di fede.
La fede comincia proprio dove finiscono le nostre certezze.
Credere non significa rinunciare alla ragione. Significa accettare che la ragione, per quanto straordinaria, non riesca a spiegare ogni mistero dell’esistenza.
Nessuno di noi può raccontare con certezza cosa ci sia oltre la morte. E allora la domanda ritorna: perché credere?
Non perché sia conveniente farlo, come se la fede fosse un’assicurazione sull’aldilà. Si crede perché dentro l’essere umano esiste da sempre una domanda che nessun possesso materiale riesce a spegnere completamente: può davvero finire tutto qui?
Possibile che l’amore di una vita, i sacrifici, il bene compiuto, le persone amate, le lacrime, gli abbracci e tutto ciò che abbiamo costruito dentro di noi siano destinati semplicemente a scomparire con l’ultimo battito del cuore?
La fede cristiana risponde con una parola: Risurrezione.
Cristo non ha promesso all’uomo che non sarebbe morto. Ha attraversato Egli stesso la morte.
Ed è proprio questo il cuore del cristianesimo: Gesù Cristo è morto ed è risorto. La morte non ha avuto l’ultima parola.
Per chi crede, la Risurrezione non è soltanto il ricordo di ciò che accadde a Cristo, ma la speranza che la morte non rappresenti la conclusione definitiva della nostra storia.
Cristo ha vinto la morte attraversandola. Ed è forse questa la consolazione più grande che la fede possa offrire davanti a una tomba: noi vediamo una fine, Dio vede un passaggio.
Per questo, nel cristianesimo, la morte non è un muro.
È una porta.
Una porta che prima o poi tutti attraverseremo.
Parlare della morte ci mette a disagio perché è l’unico viaggio del quale conosciamo la partenza senza poter raccontare il ritorno. Eppure proprio questo mistero dovrebbe ricordarci una verità essenziale: la vita è preziosa perché non ci appartiene per sempre.
Credere nella vita dopo la morte, quindi, non significa desiderare di lasciare questa esistenza. Al contrario, significa attribuire a ogni giorno un valore ancora maggiore.
Significa vivere con la speranza che l’ultimo respiro non sia l’ultima parola.
Questa speranza non cancella il dolore di una perdita. Quando muore qualcuno che amiamo rimangono una sedia vuota, una voce custodita nella memoria, fotografie che improvvisamente diventano più preziose, piccoli gesti quotidiani dei quali comprendiamo fino in fondo il valore soltanto quando non possiamo più viverli.
Chi crede soffre e piange come tutti gli altri. Vorrebbe ancora uno sguardo, una parola, un abbraccio, ma dentro quel dolore continua a custodire una speranza: la morte può separare i corpi, ma non può cancellare l’amore.
Credere nell’aldilà, però, non può essere soltanto una consolazione davanti alla morte.
Deve diventare una responsabilità davanti alla vita.
Se crediamo davvero che la nostra esistenza non termini qui, allora acquistano un peso diverso le nostre azioni, le parole pronunciate, il bene compiuto e anche quello che avremmo potuto fare e abbiamo scelto di non fare.
Ed è qui che incontriamo la coscienza.
Bert Hellinger diceva: «La coscienza parla nella nostra anima con la voce di Dio».
Forse è proprio nel silenzio che quella voce diventa più difficile da ignorare.
Possiamo mentire agli altri, costruire giustificazioni, nascondere un torto, attribuire ad altri le nostre responsabilità e convincerci di avere sempre ragione. Possiamo persino ferire qualcuno e continuare la nostra giornata come se nulla fosse accaduto.
Ma esiste un luogo nel quale prima o poi le maschere cadono: la nostra coscienza. È lì che sappiamo.
Sappiamo quando abbiamo fatto del bene senza che nessuno ci vedesse, ma sappiamo anche quando abbiamo umiliato, tradito, abbandonato, calunniato, giudicato senza conoscere, ignorato una richiesta d’aiuto o provocato una sofferenza che avremmo potuto evitare.
La coscienza ci domanda se abbiamo amato oppure usato, aiutato oppure ignorato, costruito oppure distrutto, perdonato oppure alimentato rancore.
Ci ricorda le lacrime che abbiamo asciugato, ma anche quelle che abbiamo provocato; le parole che hanno restituito speranza e quelle che hanno lasciato una ferita.
E forse Dio non parla sempre attraverso qualcosa di straordinario.
A volte parla attraverso quel pensiero che ritorna quando vorremmo dimenticare. Attraverso quel rimorso che ci suggerisce: chiedi scusa. Attraverso quella compassione che ci dice: fermati, qualcuno ha bisogno di te. Attraverso quella voce silenziosa che, davanti a una scelta, continua a ricordarci: sai qual è la cosa giusta da fare.
Dio può parlare anche così: non imponendo, ma chiamando.
Noi rimaniamo liberi persino di non ascoltare. Possiamo soffocare la coscienza con l’orgoglio, l’egoismo, l’interesse e l’indifferenza, ma ogni scelta lascia una traccia dentro di noi.
Per questo dovremmo pensare alla morte qualche volta anche mentre siamo vivi.
Non per avere paura. Per imparare a vivere meglio.
Se sapessimo che oggi fosse l’ultimo giorno accanto a una persona che amiamo, probabilmente la abbracceremmo più forte.
Se sapessimo che quella telefonata fosse l’ultima, forse non avremmo tanta fretta di chiuderla.
Se sapessimo di non avere un altro domani per chiedere perdono, forse metteremmo da parte oggi il nostro orgoglio.
E se comprendessimo davvero quanto è breve il tempo che ci è stato affidato, sprecheremmo meno giorni odiando, giudicando, vendicandoci o cercando continuamente di dimostrare agli altri quanto valiamo.
Perché davanti alla morte siamo tutti uguali.
Chi possiede moltissimo e chi quasi nulla. Chi ha comandato e chi ha obbedito. Chi è stato celebrato dal mondo e chi lo ha attraversato quasi in silenzio.
E davanti a Dio, per chi crede, non serviranno maschere.
Rimarrà ciò che abbiamo fatto quando nessuno guardava.
Rimarranno le persone che abbiamo aiutato e quelle che abbiamo ferito. Rimarrà il bene che abbiamo scelto di compiere e forse anche quello davanti al quale abbiamo preferito voltarci dall’altra parte.
Soprattutto, rimarrà l’amore.
Perché l’amore è una delle poche ricchezze che non diminuisce quando viene donata.
La vita, allora, assomiglia a un lungo viaggio durante il quale continuiamo a riempire una valigia.
Pensiamo di dovervi mettere successo, denaro, proprietà, riconoscimenti, prestigio e potere. Ma davanti all’ultima porta scopriremo che quella valigia dovrà rimanere a terra.
Il denaro resterà qui. Le proprietà resteranno qui. I titoli resteranno qui. Il prestigio resterà qui. Persino il nostro corpo resterà qui.
Passerà soltanto l’anima.
Ed è per questo che dovremmo preoccuparci meno di quanto stiamo accumulando fuori di noi e molto di più di ciò che stiamo mettendo dentro quella valigia invisibile che è la nostra anima.
Lì possiamo custodire ciò che nessuno può comprare: il perdono concesso, una mano tesa, una sofferenza non ignorata, una persona aiutata senza chiedere nulla in cambio, un abbraccio donato nel momento giusto, una parola capace di restituire speranza, una richiesta di scusa pronunciata vincendo l’orgoglio.
Questa è forse una delle più grandi responsabilità della fede: vivere sapendo che ogni giorno lascia una traccia.
Per questo, quando la coscienza parla, dovremmo imparare ad ascoltarla prima che sia troppo tardi.
Chiedere scusa quando abbiamo sbagliato. Riparare quando è ancora possibile. Amare mentre abbiamo ancora qualcuno da abbracciare. Dire una parola buona mentre qualcuno può ancora ascoltarla. Fare il bene mentre le nostre mani possono ancora farlo.
Perché credere in Dio non significa soltanto alzare gli occhi verso il cielo. Significa anche saperli abbassare verso chi soffre accanto a noi.
Credere nella vita dopo la morte, allora, non dovrebbe insegnarci ad avere paura di morire, ma a non arrivare alla fine senza avere veramente imparato a vivere e ad amare.
La vita è come una candela affidata per un tempo alle nostre mani. Nessuno di noi sa quanto durerà la sua fiamma, ma ciascuno può scegliere se usarla soltanto per illuminare se stesso oppure avvicinarla al buio di qualcun altro.
Un giorno quella candela si spegnerà sulla terra.
Per chi crede, però, non sarà il buio. Sarà l’inizio di un’altra luce.
E quando arriverà il momento di lasciare la nostra valigia terrena davanti all’ultima porta, comprenderemo forse che tutto ciò che avevamo creduto di possedere apparteneva soltanto al tempo.
Davanti a Dio non conterà quanto siamo stati importanti agli occhi del mondo.
Conterà quanto siamo stati capaci di amare, quanto bene abbiamo seminato e quanta umanità abbiamo lasciato dietro di noi.
Perché, alla fine, la valigia dell’anima non peserà per ciò che abbiamo posseduto, ma per ciò che abbiamo donato.











