Arrestare soltanto l’ultima persona della catena senza cercare chi quella catena la controlla significa tagliare continuamente i rami lasciando intatta la radice
di Antonella Moschella
Tra i tanti problemi con cui l’Italia è chiamata quotidianamente a confrontarsi ce n’è uno che, soprattutto in alcune grandi città e nelle località maggiormente frequentate dai turisti, continua a provocare rabbia, esasperazione e un crescente senso di impotenza: quello dei borseggi.
Se ne parla continuamente. Si vedono filmati, denunce, cittadini che gridano per avvertire i passanti, persone riprese mentre presumibilmente tentano di rubare. Eppure la sensazione che arriva all’opinione pubblica è sempre la stessa: tutti conoscono il fenomeno, tutti ne discutono, ma nessuno sembra riuscire realmente a debellarlo.
Negli ultimi giorni ha fatto discutere quanto accaduto a Venezia, dove alcuni youtuber hanno spruzzato vernice rossa contro persone ritenute borseggiatori. Una provocazione certamente destinata ad attirare l’attenzione, ma che non può diventare una soluzione. Nessun cittadino può sostituirsi alle forze dell’ordine, né un sospetto può essere trasformato in colpevole attraverso una telecamera, una bomboletta spray e una pubblica umiliazione.
Ma proprio qui nasce il problema: se la giustizia fai-da-te è inaccettabile, e lo è, lo Stato deve dimostrare che esiste un’alternativa concreta ed efficace.
Non si può chiedere al cittadino di non intervenire personalmente e contemporaneamente lasciargli la sensazione che nulla cambi. La risposta deve essere la presenza dello Stato, attraverso prevenzione, controlli, indagini, applicazione delle leggi e tutela effettiva delle vittime.
Fanno riflettete anche le dichiarazioni del magistrato Alfonso Sabella, secondo il quale alcune borseggiatrici sarebbero esse stesse vittime, donne sfruttate e, in alcuni casi, costrette a continuare ad avere figli e contemporaneamente a rubare.
È un’affermazione forte, che non dovrebbe essere né liquidata con indignazione né accettata senza interrogarsi sulle sue conseguenze.
Se quanto descritto corrisponde a situazioni realmente accertate, allora Sabella pone un problema umano e criminologico enorme. Una donna costretta da altri a rubare può essere contemporaneamente autrice materiale di un reato e vittima di un sistema criminale. Comprendere questa realtà non significa giustificare il furto. Significa chiedersi chi ci sia sopra quella donna, chi la controlli, chi eventualmente la minacci e soprattutto chi tragga profitto da ciò che ruba.
Ed è lì che lo Stato dovrebbe arrivare.
Più problematica appare invece un’altra parte delle dichiarazioni del magistrato, soprattutto quando afferma di non voler mandare bambini in carcere se non in situazioni eccezionali e critica come inefficaci o propagandistiche le norme maggiormente repressive.
Che un bambino non debba pagare per i reati commessi dalla madre è un principio di civiltà. Su questo non dovrebbe esserci alcuna discussione. Un bambino non è un detenuto, non è un complice e non può diventare destinatario della pena inflitta a un adulto.
Ma proprio perché il bambino deve essere tutelato, la risposta non può fermarsi al semplice “non mandiamolo in carcere”.
La domanda successiva deve essere: in quale ambiente lo si lascia crescere?
Se una madre viene realmente costretta a rubare, se qualcuno la obbliga ad avere figli, se quei bambini vengono portati negli stessi ambienti nei quali si delinque o utilizzati indirettamente all’interno di un meccanismo criminale, allora quei minori hanno bisogno di una protezione ancora maggiore.
La tutela dell’infanzia non può diventare, nemmeno involontariamente, lo scudo dietro il quale altri adulti continuano a delinquere. Altrimenti si produce un paradosso terribile: una garanzia nata per proteggere il bambino finisce per renderlo ancora più utile a chi lo sfrutta.
Ed è questo il punto sul quale le dichiarazioni di Sabella meritano una riflessione critica.
Comprendere non può significare arrendersi. Proteggere non può significare rendere impuniti.
Se una donna è sfruttata, deve essere liberata da chi la sfrutta. Se commette un reato, la sua responsabilità deve essere valutata secondo la legge e tenendo conto della sua effettiva condizione. Se dietro di lei esiste un’organizzazione, quella struttura deve essere individuata e colpita. E se ci sono bambini coinvolti, devono intervenire anche gli strumenti di tutela dei minori.
Non può essere normale vedere ragazze giovanissime crescere dentro questi circuiti e aspettare semplicemente che diventino adulte, accumulino reati e condanne e un giorno entrino definitivamente nel sistema penitenziario. A quel punto lo Stato avrebbe già perso.
Il primo intervento deve avvenire molto prima.
E soprattutto non deve essere dimenticata l’altra vittima: il cittadino derubato.
Dietro una borsa sottratta può esserci un anziano al quale viene portata via la pensione, una famiglia in vacanza che rimane senza documenti e denaro, un lavoratore, un turista o semplicemente una persona alla quale vengono sottratti oggetti che possono avere anche un valore affettivo.
La sofferenza di chi delinque non cancella quella di chi subisce il reato.
Per questo la legge deve esserci, deve essere chiara e deve poter essere applicata. Se presenta lacune o non dispone di strumenti adeguati ad affrontare fenomeni criminali organizzati che sfruttano maternità e minori, allora deve essere il legislatore a intervenire e integrarla.
Occorre presidiare i luoghi nei quali il fenomeno è maggiormente presente, identificare chi viene sorpreso a delinquere, intervenire sulla reiterazione dei comportamenti, seguire i minori coinvolti e soprattutto investigare su eventuali reti di sfruttamento.
Arrestare soltanto l’ultima persona della catena senza cercare chi quella catena la controlla significa tagliare continuamente i rami lasciando intatta la radice.
E qui le parole di Sabella possono diventare persino un’indicazione importante: se queste donne sono davvero vittime di qualcuno, bisogna trovare quel qualcuno.
Non basta dire che sono sfruttate. Bisogna liberarle dallo sfruttamento.
Non basta dire che ci sono bambini. Bisogna impedire che quei bambini crescano imparando che rubare rappresenti una normale forma di vita.
Non basta dire ai cittadini di denunciare. Bisogna fare in modo che la denuncia produca una risposta percepibile dello Stato.
Perché un bambino non nasce borseggiatore. Impara ciò che vede, ciò che vive e ciò che gli adulti gli insegnano.
Ed è forse questa la parte più dolorosa dell’intero fenomeno. Prima ancora del portafoglio sottratto a un turista, potrebbe esserci un’altra sottrazione molto più grave e silenziosa: quella dell’infanzia di bambini ai quali viene negata la possibilità di conoscere un modello di vita diverso.
La risposta, quindi, non può essere soltanto repressiva, ma neppure soltanto comprensiva. Deve tenere insieme legalità e umanità.
Proteggere il cittadino derubato. Accertare la responsabilità di chi ruba. Aiutare chi è realmente vittima di coercizione. Colpire chi organizza e sfrutta. Proteggere i bambini e offrire loro una possibilità diversa.
Perché tra l’impunità e la vernice rossa esiste una terza strada.
È quella dello Stato di diritto: uno Stato abbastanza forte da far rispettare la legge e abbastanza umano da salvare chi, dietro un reato, è davvero vittima di qualcun altro.











