La vera indagine non dovrebbe cercare soltanto conferme. Dovrebbe cercare anche smentite. La giustizia non può riempire con una convinzione ciò che le prove non riescono a dimostrare
di Antonella Moschella
La Camera, con 178 voti favorevoli, 97 astenuti e nessun contrario, ha approvato la proposta di legge per istituire una Giornata intitolata a Enzo Tortora, in memoria delle vittime innocenti degli errori giudiziari. Ben venga. È una scelta importante, ma se vogliamo davvero onorare Enzo Tortora non possiamo limitarci a ricordarlo una volta all’anno con celebrazioni, discorsi e cerimonie. Dobbiamo ricordarci di lui ogni volta che una persona viene arrestata e noi, dopo cinque minuti, abbiamo già deciso che è colpevole; ogni volta che un’indagine viene raccontata come se fosse già una sentenza; ogni volta che un’ipotesi investigativa diventa, nell’opinione pubblica e talvolta persino nella mente di chi indaga, una verità che deve soltanto essere confermata.
Essere garantisti con Enzo Tortora oggi è facilissimo. Conosciamo la fine della sua storia. Sappiamo che era innocente, sappiamo che le accuse che lo travolsero erano infondate e sappiamo quale devastante meccanismo giudiziario e mediatico lo investì. Il problema è riuscire a essere garantisti prima, quando ancora non sappiamo come finirà un procedimento, quando leggiamo un’ordinanza di custodia cautelare e rischiamo di considerarla una sentenza definitiva, quando vediamo le immagini di un arresto e pensiamo che il processo sia ormai soltanto una formalità, quando un’indagine finisce sulle prime pagine e la presunzione di innocenza viene considerata quasi un cavillo per avvocati.
È particolarmente significativo che per questa ricorrenza sia stato scelto il 17 giugno, giorno dell’arresto di Tortora, e non quello della sua assoluzione perché il suo dramma cominciò proprio lì, quando un uomo ancora innocente per la legge venne esposto davanti all’intero Paese come se la sua colpevolezza fosse già stata dimostrata. La giustizia mediatica possiede una caratteristica terribile: condanna immediatamente e assolve lentamente. L’arresto conquista le prime pagine; l’assoluzione può arrivare molti anni dopo, quando la reputazione, gli affetti, il lavoro e perfino la salute di una persona sono stati compromessi.
Ma il caso Tortora dovrebbe farci riflettere soprattutto su ciò che accade prima della sentenza, perché gli errori giudiziari molto spesso nascono proprio durante le indagini. Nascono quando un sospetto diventa un’ipotesi, l’ipotesi si trasforma progressivamente in convinzione e quella convinzione finisce per condizionare la lettura di tutto ciò che viene raccolto successivamente.
Indagare significa necessariamente formulare ipotesi. Senza ipotesi non esiste un’indagine, ma un’ipotesi dovrebbe essere una strada da verificare, non una destinazione già stabilita. Il pericolo comincia quando ci si innamora di una tesi e, invece di cercare la verità, si comincia inconsapevolmente a cercare soprattutto ciò che possa confermarla. Gli elementi favorevoli alla ricostruzione vengono valorizzati, quelli contrari rischiano di essere ridimensionati, le piste alternative vengono abbandonate e perfino ciò che dovrebbe generare un dubbio viene interpretato in maniera compatibile con la convinzione iniziale.
È il cosiddetto bias di conferma, uno dei rischi più insidiosi di qualsiasi attività investigativa: se sono convinto che una persona sia colpevole, posso finire per attribuire valore accusatorio anche a comportamenti, parole o circostanze che, osservati senza quella convinzione, potrebbero avere spiegazioni completamente differenti.
Per questo bisogna continuare a ripetere una distinzione apparentemente elementare, ma fondamentale: un’ipotesi non è una prova e un indizio non è automaticamente una certezza. Gli indizi devono essere valutati nella loro consistenza, confrontati tra loro e soprattutto messi alla prova attraverso verifiche rigorose. Una coincidenza non diventa un collegamento soltanto perché appare suggestiva; una frase ambigua non diventa una confessione perché si inserisce perfettamente nella ricostruzione investigativa che abbiamo già costruito.
La storia di Tortora contiene un episodio che dovrebbe essere insegnato a chiunque si occupi di investigazioni: un’agenda, un nome e due numeri telefonici. In quell’agenda compariva un nome interpretato come “Enzo Tortora”. Successivamente emerse che si trattava di “Enzo Tortona”. Accanto erano annotati due numeri telefonici che non appartenevano al presentatore.
Un’agenda. Una lettera interpretata diversamente. Due numeri da verificare e mai verificati se non dopo un lungo calvario giudiziario.
Può sembrare poco. In un’indagine, invece, può essere enorme.
Quanto può pesare una verifica mancata?
Può pesare quanto la libertà di un uomo.
Ed è proprio questo che il caso Tortora dovrebbe avere insegnato: mai innamorarsi di una tesi al punto da smettere di tentare di smentirla. Più una ricostruzione appare convincente, più dovrebbe essere sottoposta a verifiche. Bisognerebbe cercare non soltanto ciò che accusa, ma anche ciò che potrebbe discolpare. Bisognerebbe avere sempre la capacità professionale e intellettuale di domandarsi: e se avessimo sbagliato? E se questa traccia avesse un’altra spiegazione? E se questa persona fosse innocente? E se quella testimonianza non fosse attendibile?
La vera indagine non dovrebbe cercare soltanto conferme. Dovrebbe cercare anche smentite. Perché una tesi che sopravvive alle verifiche contrarie diventa più forte; una tesi che crolla davanti a una semplice verifica non avrebbe mai dovuto diventare una certezza.
Lo stesso rigore deve valere per le intercettazioni, strumenti investigativi preziosi ma delicatissimi. Una parola ascoltata male, una trascrizione inesatta, un’espressione dialettale equivocata, una frase estrapolata dal contesto, un riferimento ambiguo o una conversazione incompleta possono assumere un significato profondamente diverso da quello reale. Una trascrizione non è la realtà: è la rappresentazione scritta di una conversazione e, proprio per questo, deve poter essere confrontata con l’audio originale, contestualizzata e verificata. Non si può scegliere l’interpretazione più accusatoria soltanto perché coincide con la tesi investigativa.
La giustizia non può riempire con una convinzione ciò che le prove non riescono a dimostrare.
Chi indaga deve quindi essere preparato, rigoroso e consapevole che un errore non è mai soltanto un errore tecnico, perché dietro ogni superficialità possono esserci vite spezzate, famiglie distrutte, reputazioni compromesse e anni che non torneranno più.
Un esame sbagliato, una traccia trascurata, un reperto non correttamente conservato, un accertamento non effettuato, non ripetuto quando ancora possibile oppure svolto male possono segnare per sempre il destino di una persona. Alcuni errori investigativi, inoltre, non sono più riparabili. Una scena alterata non torna come prima, una traccia perduta può esserlo per sempre, un accertamento che poteva essere eseguito nell’immediatezza potrebbe diventare impossibile dopo molti anni.
Per questo chi svolge indagini non può affidarsi all’improvvisazione, all’intuito trasformato in certezza, all’orgoglio professionale o alla difesa d’ufficio del proprio operato. Deve studiare, aggiornarsi, dubitare, verificare e soprattutto possedere l’onestà intellettuale di ammettere gli sbagli quando emergono.
Il vero professionista non è quello che si considera infallibile, ma quello che sa fare autocritica.
Il dubbio, nell’attività investigativa, non rappresenta una debolezza. Al contrario, è una forma altissima di professionalità. Significa avere abbastanza competenza da non avere paura di rimettere in discussione le proprie conclusioni. Nessuna divisa, nessuna toga, nessuna laurea e nessun titolo professionale possono rendere un essere umano infallibile.
E quando si sbaglia, il minimo dovrebbe essere avere il coraggio del mea culpa.
Perché sbagliare un accertamento è grave, ma difendere l’errore soltanto per non ammettere di avere sbagliato può diventare un errore ancora più grave.
Il pensiero inevitabilmente corre anche ad altri errori giudiziari dopo Enzo Tortora. Che confermano che chi svolge indagini deve essere il più preparato possibile, perché un errore investigativo non si cancella con una scusa. Un esame fatto male spesso non può essere ripetuto, ma le conseguenze restano: vite distrutte, verità compromesse, giustizia ferita.
Servono studio, competenza, preparazione, aggiornamento, scrupolo e umiltà. E quando emerge un errore bisogna avere il coraggio di riconoscerlo, perché la finalità dell’indagine non dovrebbe essere dimostrare che chi ha indagato aveva ragione, ma arrivare alla verità.
Forse, allora, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che il caso Tortora non ci ha insegnato abbastanza. Sono trascorsi decenni e ancora discutiamo della possibilità che un’indagine venga condizionata da errori, omissioni, interpretazioni, accertamenti non eseguiti correttamente o convinzioni diventate troppo presto certezze.
E allora ben venga una Giornata dedicata a Enzo Tortora e alle vittime innocenti degli errori giudiziari. Ma non trasformiamola nell’ennesima commemorazione destinata a durare ventiquattr’ore.
Parliamone nelle scuole, dove si formano i cittadini di domani e, tra loro, anche i futuri investigatori, magistrati, giudici e avvocati. Raccontiamo ai ragazzi che cosa accadde a Enzo Tortora e insegniamo loro, fin da giovani, la differenza fondamentale tra sospetto e prova, tra indagato e colpevole, tra accusa e sentenza. Facciamo comprendere che la presunzione di innocenza non è una gentile concessione dello Stato, né un espediente degli avvocati per sottrarre qualcuno alle proprie responsabilità: è una garanzia fondamentale dello Stato di diritto, nata proprio dalla consapevolezza che anche le istituzioni, attraverso le persone che le rappresentano, possono sbagliare.
E ricordiamoci di Tortora soprattutto quando farlo è difficile: quando davanti a noi c’è un imputato che ci sta antipatico, quando l’accusa è particolarmente odiosa, quando l’opinione pubblica pretende immediatamente un colpevole, quando difendere le garanzie non porta applausi.
Perché la presunzione di innocenza oggi non serve più a Enzo Tortora. Serve al prossimo Enzo Tortora, quando ancora nessuno sa che è innocente.
Forse una giornata dedicata alla sua memoria potrà produrre almeno questo effetto: costringere chi indaga, chi accusa, chi giudica e anche chi racconta mediaticamente un’indagine a fermarsi per qualche istante davanti alla possibilità di avere sbagliato.
La giustizia è come una bilancia delicatissima: basta appoggiare sul piatto un peso sbagliato perché l’equilibrio cambi. Ma su quella bilancia non pesiamo oggetti. Pesiamo la libertà, la dignità, l’onore e la vita delle persone.
Questa dovrebbe essere la vera eredità di Enzo Tortora: la giustizia non deve avere fretta di dimostrare di avere ragione; deve avere abbastanza scrupolo da temere di poter sbagliare.
Perché un errore scritto su un foglio può essere corretto con una penna. Un errore scritto sulla vita di un innocente può non essere cancellato mai.
E se istituissimo una giornata in memoria di Enzo Tortora senza imparare proprio questa lezione, finiremmo paradossalmente per commemorarlo mentre continuiamo a creare le condizioni perché esista un altro Tortora. E allora, più che onorarne la memoria, rischieremmo di farlo rivoltare nella tomba.











