Viviamo in una società nella quale i sentimenti di appartenenza e di condivisione sembrano cedere sempre più spesso il posto alla competitività e all’individualismo
di Antonella Moschella
Viviamo in tempi difficili, veloci, incerti. Tempi nei quali sembra quasi impossibile non sperimentare, almeno in alcuni momenti della propria vita, un certo grado di ansia. L’uomo contemporaneo corre continuamente: corre per il lavoro, per la famiglia, per raggiungere obiettivi, per non rimanere indietro, per costruire il futuro, per difendere ciò che possiede. E mentre corre, spesso porta dentro di sé una preoccupazione che non riesce neppure a definire.
L’ansia è diventata una delle caratteristiche del nostro tempo.
Può manifestarsi come una sensazione di paura, inquietudine e preoccupazione, più o meno intensa e duratura, collegata oppure no a uno stimolo preciso. È quella penosa percezione che qualcosa possa accadere, una sorta di pericolo imminente che, tuttavia, non sempre riusciamo a identificare.
Sperimentarla può essere molto debilitante e, quando diventa intensa, persistente e compromette la vita quotidiana, può rappresentare anche il segnale di un vero disturbo che merita attenzione e, se necessario, l’aiuto di un professionista.
Ma che cos’è realmente l’ansia?
Per comprenderla bisogna prima distinguerla dalla paura.
La paura nasce generalmente davanti a un pericolo presente e riconoscibile. È una delle più antiche emozioni dell’essere umano e ha avuto, nella storia della nostra specie, una funzione fondamentale per la sopravvivenza. L’uomo primitivo doveva procurarsi il cibo, proteggere sé stesso e la propria discendenza, riconoscere rapidamente ciò che poteva rappresentare una minaccia.
La paura, quindi, possiede una funzione protettiva: davanti a un pericolo concreto prepara il corpo e la mente a reagire, fuggire, difendersi oppure evitare ciò che potrebbe danneggiarci.
L’ansia è diversa.
Molto spesso non riguarda ciò che sta accadendo, ma ciò che temiamo possa accadere.
La paura guarda il pericolo presente; l’ansia anticipa quello futuro.
Possiamo essere in ansia per una malattia che ancora non abbiamo, per un esame che dobbiamo sostenere, per un figlio che tarda a tornare, per il lavoro che potremmo perdere, per una relazione che temiamo possa finire, per il giudizio degli altri, per la vecchiaia, per la morte, per il futuro oppure perfino per qualcosa appartenente al passato che continuiamo a rivivere interiormente.
L’oggetto della preoccupazione, inoltre, non sempre è definito. Ci sentiamo in allerta, avvertiamo una minaccia, ma non sappiamo esattamente da che cosa dobbiamo difenderci.
È questa una delle caratteristiche più dolorose dell’ansia: avere paura senza riuscire sempre a dare un volto alla propria paura.
Per indicare condizioni simili utilizziamo talvolta anche parole come angoscia o ansietà. La persona può sentirsi costantemente minacciata, impotente, debole davanti a qualcosa che percepisce come imminente, anche quando nella realtà non esiste un pericolo immediato.
Naturalmente non tutta l’ansia è patologica.
Una certa preoccupazione appartiene alla vita umana. Può renderci prudenti, responsabili e attenti. Il problema nasce quando diventa eccessiva rispetto alla situazione reale, persiste nel tempo, condiziona le nostre decisioni e comincia a sottrarci serenità.
È allora che non siamo più noi a possedere l’ansia: sembra essere l’ansia a possedere noi. E oggi sono moltissime le condizioni che possono alimentarla.
Viviamo in una società nella quale i sentimenti di appartenenza e di condivisione sembrano cedere sempre più spesso il posto alla competitività e all’individualismo. Dobbiamo dimostrare continuamente qualcosa: essere efficienti, belli, giovani, produttivi, realizzati, economicamente sicuri, socialmente riconosciuti.
Non basta vivere: sembra quasi che dobbiamo continuamente dimostrare agli altri di vivere bene.
E il confronto permanente con ciò che hanno, fanno o mostrano gli altri aumenta inevitabilmente il senso di inadeguatezza.
Molto spesso l’ansia nasce anche dallo stress accumulato. Problemi familiari, economici, affettivi e lavorativi possono sommarsi fino a creare una condizione continua di tensione. A ciò si aggiungono le preoccupazioni interiori, le insicurezze, le ferite del passato, le aspettative per il futuro.
Il nostro corpo e la nostra mente finiscono così per vivere continuamente in allerta.
Quando proviamo queste sensazioni, il primo desiderio è liberarcene.
Pensiamo all’ansia come a qualcosa di negativo, quasi come a un nemico che vorremmo far sparire per sempre. È comprensibile, soprattutto per chi ne soffre intensamente. Eppure, prima ancora di combatterla, forse dovremmo imparare ad ascoltarla.
Accettare l’ansia non significa subirla passivamente e neppure rassegnarsi. Significa riconoscere che in quel momento esiste, comprendere che appartiene alla nostra esperienza e provare a interrogarci sulle ragioni che la alimentano.
Che cosa mi sta facendo paura? Che cosa temo di perdere? Che cosa sto cercando disperatamente di controllare? Quanto della mia sofferenza appartiene a ciò che sta realmente accadendo e quanto, invece, nasce da ciò che immagino possa accadere?
L’ansia può essere paragonata a una forma di energia.
La benzina può alimentare un incendio, ma è anche ciò che permette a un’automobile di muoversi. Allo stesso modo, quella tensione interiore può paralizzarci oppure, se riconosciuta e gestita, può diventare uno stimolo a comprendere meglio noi stessi, a cambiare qualcosa nella nostra vita, a chiedere aiuto, a proteggerci o ad affrontare finalmente ciò che continuiamo a rimandare.
Naturalmente questo non significa trasformare ogni sofferenza in qualcosa di positivo. Quando l’ansia diventa patologica non basta la buona volontà e non basta dirsi semplicemente di accettarla. Ma anche all’interno di un percorso terapeutico imparare a riconoscere ciò che sentiamo, invece di combatterlo continuamente, può rappresentare un passaggio importante.
Talvolta ciò che emerge attraverso l’ansia può farci comprendere qualcosa delle nostre paure più profonde, dei nostri conflitti interiori e dei bisogni che abbiamo trascurato.
Anche quella parte di noi che definiamo inconscia può esprimersi attraverso emozioni, sensazioni e comportamenti che non comprendiamo immediatamente. Interrogarci sul loro significato, elaborarli e rispettare ciò che proviamo può aiutarci a conoscerci meglio.
Perché forse una delle più grandi minacce dell’uomo contemporaneo è proprio quella che costruisce dentro di sé.
Molte paure abitano prima nella nostra mente e solo successivamente diventano prigioni.
C’è una frase, attribuita a Martin Luther King, che esprime bene questo concetto: «La paura ha bussato alla mia porta; l’amore e la fede hanno risposto; e quando ho aperto, fuori non c’era nessuno».
È un’immagine molto potente.
Quante volte abbiamo sofferto aspettando qualcosa che poi non è mai accaduto? Quante notti abbiamo trascorso immaginando scenari terribili che il giorno successivo non si sono realizzati? Quanta vita consumiamo cercando di controllare un futuro che, per sua natura, non possiamo conoscere?
Viviamo circondati dalle cose. Abbiamo armadi pieni, dispense piene, oggetti che spesso non utilizziamo, eppure continuiamo ad avere paura che ci possa mancare qualcosa.
L’ansia può spingerci anche ad accumulare.
Accumulo denaro perché non so che cosa accadrà domani. Accumulo oggetti perché potrebbero servirmi. Accumulo garanzie, sicurezze, programmi.
Ma accade un paradosso: più abbiamo, più abbiamo paura di perdere ciò che abbiamo. E più accumuliamo, più ci convinciamo di avere ancora bisogno di qualcosa.
Chi possiede poco, in determinate condizioni, può invece essere costretto a vivere molto più nell’oggi. Sa che ciò che possiede serve per il presente. Naturalmente la povertà non deve essere idealizzata, perché può generare sofferenza, insicurezza e ansia reale. Eppure resta una domanda profonda: quanto del nostro affanno nasce da ciò che realmente ci manca e quanto, invece, dal desiderio incessante di avere sempre di più?
Su questo punto le parole pronunciate da Gesù duemila anni fa sembrano incredibilmente contemporanee.
Nel Vangelo di Matteo, al capitolo 6, Gesù dice ai suoi discepoli che nessuno può servire due padroni e afferma: «Non potete servire Dio e la ricchezza».
Poi continua invitando l’uomo a non vivere nell’affanno per ciò che mangerà, berrà o indosserà. Indica gli uccelli del cielo, che non seminano e non raccolgono nei granai, eppure vengono nutriti; indica i gigli del campo, che non faticano e non filano e tuttavia sono rivestiti di una bellezza straordinaria.
Il cuore del messaggio è racchiuso soprattutto nelle parole finali: «Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».
In pochi versetti ritorna ripetutamente lo stesso invito: non affannatevi.
Non affannatevi per ciò che mangerete. Non affannatevi per ciò che berrete. Non affannatevi per ciò che indosserete. Non affannatevi per il domani.
Rilette oggi, queste parole sembrano pronunciate per una società dominata proprio dall’affanno.
Non significano naturalmente che dobbiamo diventare irresponsabili, smettere di lavorare o non preoccuparci delle necessità della nostra famiglia.
C’è infatti una differenza profonda tra occuparsi e preoccuparsi.
Occuparsi significa affrontare concretamente un problema.
Preoccuparsi continuamente significa vivere oggi un dolore che appartiene forse a domani.
Il Vangelo ci invita alla responsabilità, non all’angoscia.
Ci invita a fare ciò che possiamo e, nello stesso tempo, ad accettare che esistono parti della nostra esistenza sulle quali non avremo mai un controllo assoluto.
Gesù chiama l’uomo a vivere nella libertà.
Una libertà che significa anche non diventare schiavi delle nostre paure. Paura del giudizio. Paura di ingrassare, di non essere accettati, di chi vive accanto a noi, paura della malattia, della morte, del fallimento e di rimanere soli.
Quante catene invisibili costruiamo intorno alla nostra vita?
E quante volte rinunciamo a vivere proprio per paura di ciò che potrebbe succedere vivendo?
Anche nella preghiera che Gesù ci ha insegnato troviamo una parola apparentemente piccola, ma profondissima: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano».
Oggi.
Non dice: dacci oggi il pane per tutti gli anni che verranno. Chiediamo il pane necessario per attraversare questa giornata.
Forse perché nessun essere umano possiede spalle abbastanza forti da portare contemporaneamente tutti i pesi del futuro.
Eppure noi facciamo esattamente questo: ci carichiamo sulle spalle il problema di oggi, quello possibile di domani, quello immaginato del mese prossimo e magari anche quello che potrebbe verificarsi tra dieci anni. Poi ci domandiamo perché siamo esausti.
La fede può allora diventare una grande risorsa interiore. Ma bisogna essere chiari su un punto fondamentale: provare ansia non significa avere poca fede.
Una persona credente può attraversare momenti di angoscia, paura, smarrimento e fragilità. Dio conosce le nostre imperfezioni e la nostra umanità. La fede non rende invulnerabili e non sostituisce un percorso medico o psicologico quando questo è necessario.
Anche una persona profondamente religiosa può aver bisogno di uno psicologo, di uno psicoterapeuta o di un medico. Curarsi non significa credere meno.
La fede può però accompagnare la cura offrendo quella dimensione di fiducia che permette di riconoscere che non dobbiamo possedere necessariamente tutte le risposte.
L’ansia persistente può logorarci, consumare le nostre energie e perfino mettere alla prova la nostra fiducia in Dio. È proprio nei momenti più difficili che l’uomo può domandarsi: Perché sta accadendo proprio a me? Dove sei? Perché non intervieni?
La fede non consiste nell’avere sempre risposte. Fede significa fiducia.
Non significa pretendere da Dio che realizzi esattamente ciò che desideriamo. Non significa stipulare con Lui un contratto secondo il quale, se siamo buoni, nulla di doloroso dovrà mai accaderci.
Significa confidare.
Significa permettere all’amore di Dio di operare dentro di noi anche quando non comprendiamo ciò che sta accadendo. Vivere nella fede significa poter dire: non conosco il futuro, ma non per questo devo esserne schiavo.
Se vogliamo provare a liberarci dall’affanno dobbiamo imparare, poco alla volta, ad abbandonare ciò che non possiamo controllare. Gesù invita continuamente a non avere paura e a confidare nell’amore di Dio.
La paura diminuisce quando comprendiamo che la nostra vita non dipende esclusivamente dalla nostra capacità di controllare tutto.
Per il credente, la propria esistenza appartiene anche a Dio e questa consapevolezza può diventare un rifugio nei momenti nei quali ogni certezza umana sembra vacillare.
Naturalmente affidarsi a Dio non significa attendere passivamente. Pregare non esclude l’agire, così come la fede non impedisce di chiedere aiuto o di rivolgersi a un medico quando necessario. La spiritualità autentica accompagna la cura della persona, non la sostituisce né la ostacola.
Forse, allora, il vero antidoto all’ansia non è una formula unica. È un insieme di gesti.
Accettare ciò che sentiamo. Comprendere da dove nasce la nostra paura. Occuparci concretamente dei problemi che possiamo risolvere. Chiedere aiuto quando non riusciamo a farcela da soli. Ridimensionare il bisogno di controllo. Vivere maggiormente il presente. Coltivare relazioni vere.
Amare.
Perdonare quando è possibile. Lasciarci amare.
E, per chi crede, affidarci.
Perché anche l’amore possiede una forza straordinaria contro l’affanno.
Quando siamo completamente concentrati su noi stessi, ogni problema può diventare gigantesco. Quando invece impariamo anche a guardare l’altro, ad ascoltarlo, a renderlo felice, a prendercene cura, usciamo almeno per un momento dalla prigione delle nostre paure.
Questo non significa annullarsi per gli altri.
Significa ricordarci che non siamo nati per vivere ripiegati esclusivamente sulle nostre preoccupazioni.
L’essere umano è relazione. Ha bisogno di appartenere, condividere, amare ed essere amato.
Una società dominata dall’individualismo rischia invece di creare persone circondate da tutto e interiormente sole.
Possediamo moltissimo e continuiamo ad avere paura. Conosciamo moltissimo e continuiamo ad avere paura. Programmiamo ogni cosa e continuiamo ad avere paura.
Forse perché esiste una verità che facciamo fatica ad accettare: non potremo mai controllare completamente la vita.
La vita contiene l’imprevisto. Contiene il cambiamento. Contiene l’incertezza. Contiene separazioni, malattie, fallimenti, rinascite, incontri, perdite, gioie e dolori che nessun programma potrà prevedere interamente.
Possiamo trascorrere l’esistenza tentando disperatamente di costruire un muro contro l’incertezza oppure possiamo imparare a vivere sapendo che quel margine di imprevedibilità farà sempre parte del nostro cammino.
La fede, per chi la possiede, può essere proprio questo: non la cancellazione dell’incertezza, ma una mano alla quale affidarsi mentre la attraversiamo.
L’ansia assomiglia alla benzina.
La stessa sostanza può alimentare un incendio oppure permettere a un’automobile di percorrere chilometri e raggiungere una destinazione.
L’energia è la stessa. Ciò che cambia è il modo nel quale viene utilizzata.
Anche ciò che sentiamo dentro di noi può distruggerci se prende completamente il comando della nostra vita, oppure può diventare un segnale capace di spingerci a fermarci, capire, cambiare direzione e prenderci cura di noi stessi.
Non dobbiamo vergognarci dell’ansia. Dobbiamo imparare a riconoscerla.
E quando diventa troppo pesante dobbiamo avere il coraggio di chiedere aiuto.









