La vita dei figli di Calabria sembra essere legata al viaggio, quale che sia l’età in cui si mettono in cammino. E i genitori li salutano in un gesto che, in qualche modo, è rimasto uguale attraverso i tempi
L’estate è ormai finita. Le spiagge cominciano a svuotarsi, le seconde case a chiudere le persiane, i paesi a riprendere il loro ritmo consueto. E nelle stazioni, negli aeroporti, sui piazzali delle autolinee, tornano quelle scene che appartengono da sempre alla storia di questa terra: una valigia, un abbraccio, qualche raccomandazione e qualcuno che rimane a guardare finché il treno, l’autobus o l’auto non scompare.
È il rito di settembre. Quello della partenza.
Cambiano le generazioni, cambiano i mezzi di trasporto, cambiano le destinazioni. Ma il gesto resta sorprendentemente uguale.
Un tempo si partiva per cercare lavoro. Oggi si parte per studiare, per specializzarsi, per trovare un’occupazione coerente con gli studi compiuti, per costruirsi una vita che qui sembra più difficile da immaginare. E forse è proprio questa la differenza più dolorosa.
Perché la Calabria non saluta più soltanto i suoi emigranti. Saluta i suoi laureati. I suoi diplomati. I suoi ragazzi migliori.
Ogni fine estate il fenomeno si ripete, quasi fosse diventato una consuetudine alla quale ci siamo talmente abituati da non accorgerci più della sua drammaticità. I giovani calabresi prendono la strada del Centro-Nord o dell’estero. Molti lo fanno dopo aver trascorso l’estate a casa, riabbracciato gli amici, ritrovato la famiglia, respirato per qualche settimana l’aria della propria terra.
Poi ripartono.
E spesso questa volta la valigia è più pesante, perché dentro non ci sono soltanto vestiti e libri. Ci sono progetti, aspettative e soprattutto una domanda alla quale la Calabria non riesce ancora a dare una risposta convincente: perché dovrei tornare?
I numeri raccontano una realtà che non può più essere archiviata come una semplice mobilità giovanile. Negli ultimi dieci anni la Calabria ha perso decine di migliaia di giovani tra i 15 e i 34 anni, con un’emorragia che riguarda in maniera particolarmente significativa le persone più istruite e qualificate.
La fuga comincia spesso dall’università. Più della metà dei diplomati calabresi sceglie di studiare fuori regione, nella convinzione che un ateneo del Centro-Nord possa offrire, una volta concluso il percorso, maggiori possibilità di occupazione.
E quella che inizialmente dovrebbe essere una partenza temporanea diventa spesso definitiva. Perché dopo l’università arriva il lavoro. E quando il lavoro non c’è, oppure non è sufficientemente qualificato, il ritorno diventa sempre più improbabile.
La disoccupazione giovanile resta infatti tra le più alte d’Italia, superando spesso il 40%. Una cifra che non è soltanto una percentuale: è il motivo per cui una generazione intera guarda oltre i confini regionali.
Così la Calabria si ritrova davanti a un paradosso difficile da accettare: forma i propri giovani e poi li consegna ad altri territori.
La vera domanda, allora, non è perché i giovani calabresi partano. È perché così tanti di loro non trovino una ragione abbastanza forte per restare.
La Calabria possiede università, competenze, eccellenze professionali, patrimonio culturale, turismo, agricoltura, ambiente, mare e una posizione geografica che potrebbe rappresentare una risorsa strategica. Ma tutto questo, da solo, non basta.
Servono lavoro qualificato, infrastrutture, servizi, collegamenti, ricerca, innovazione e soprattutto una politica capace di guardare oltre la prossima scadenza elettorale.
Le famiglie calabresi sostengono sacrifici enormi per consentire ai figli di studiare. Pagano affitti, trasporti, tasse universitarie, libri. Fanno quello che possono per garantire loro un futuro migliore. E spesso quel futuro viene costruito altrove.
Non c’è nulla di sbagliato nel partire. Anzi. Partire è una forma di libertà. Il problema nasce quando partire non è più una scelta tra possibilità diverse, ma l’unica possibilità che sembra ragionevole.
È allora che la mobilità diventa emigrazione. Ed è allora che il problema smette di essere soltanto economico e diventa demografico, sociale, culturale.
Perché ogni giovane che parte è anche una possibile famiglia che non nascerà qui. Un’attività che forse non verrà aperta. Una professionalità che non verrà messa a disposizione del territorio. Un pezzo di futuro che prende un’altra direzione.
E mentre loro partono, qui rimangono i genitori.
Quelli che salutano sulla banchina. Quelli che accompagnano all’aeroporto. Quelli che caricano la valigia nel bagagliaio e fanno finta che sia tutto normale.
Come hanno fatto i loro genitori prima di loro.
Perché la storia della Calabria sembra essere attraversata da una singolare continuità: cambiano le ragioni, cambiano le generazioni, ma resta il viaggio.
Solo che oggi non dovremmo più rassegnarci a considerarlo un destino. La Calabria non può limitarsi a chiedere ai propri figli di volerle bene, di tornare d’estate, di non dimenticarla. Deve offrire loro una ragione per restare.
E allora la vera sfida per la Calabria non dovrebbe essere convincere i giovani a non partire. Dovrebbe essere molto più ambiziosa: costruire una terra nella quale partire sia una scelta e non una necessità.
Perché il vero fallimento non è che un ragazzo calabrese parta. Il vero fallimento è che, dopo aver visto il mondo, non trovi più una ragione per tornare a casa.
E così, mentre l’estate finisce, la Calabria torna a salutare i suoi figli.
Ancora una volta. Con la speranza che almeno questa volta non sia un addio.











