Dietro l’apparente immaterialità dell’intelligenza artificiale esiste un mondo estremamente materiale: enormi data center, server, processori, energia elettrica e sistemi necessari a disperdere il calore prodotto dalle macchine
di Antonella Moschella
Parliamo continuamente delle straordinarie capacità dell’intelligenza artificiale come supporto ad ogni professione.
Ed è probabilmente una delle più grandi conquiste tecnologiche del nostro tempo. Sarebbe sbagliato demonizzarla. È una risorsa straordinaria che può aiutare la ricerca, la medicina, la legge, la scuola, il lavoro, la comunicazione e persino la vita quotidiana di milioni di persone.
Ma proprio perché è così potente, una domanda diventa inevitabile: fin dove vogliamo spingerla?
Mentre ci domandiamo quanto diventerà intelligente, forse dovremmo cominciare a domandarci anche quanto ci costa renderla sempre più potente.
Non soltanto economicamente anche ambientalmente.
Dietro l’apparente immaterialità dell’intelligenza artificiale esiste infatti un mondo estremamente materiale: enormi data center, server, processori, energia elettrica e sistemi necessari a disperdere il calore prodotto dalle macchine.
E tra le risorse utilizzate per il raffreddamento di molti data center c’è anche l’acqua.
Naturalmente sarebbe scorretto affermare che ogni domanda rivolta a un sistema di IA consumi sempre la stessa quantità di acqua. I consumi dipendono dal tipo di infrastruttura, dal sistema di raffreddamento, dal luogo in cui si trova il data center, dalle condizioni climatiche, dall’energia utilizzata e da numerosi altri fattori.
Ma il problema esiste e diventa ancora più importante se immaginiamo miliardi di persone che utilizzeranno sistemi di intelligenza artificiale sempre più complessi.
Ed ecco il paradosso.
Da una parte parliamo continuamente di cambiamenti climatici, siccità, desertificazione e necessità di proteggere le risorse idriche. Dall’altra costruiamo infrastrutture tecnologiche sempre più potenti senza domandarci abbastanza quale sarà il loro costo ambientale complessivo.
Questo non significa rinunciare all’IA significa stabilire delle priorità.
L’intelligenza artificiale è una straordinaria risorsa e deve continuare a esserlo. Può migliorare concretamente la vita dell’uomo. Ma proprio per questo dovrebbe essere sviluppata secondo un principio semplice: la tecnologia deve essere al servizio dell’essere umano e non l’essere umano, insieme alle risorse del pianeta, al servizio della tecnologia.
L’allarme lanciato dall’ingegnere Jacob Coxon assume allora un significato ancora più ampio.
La sua preoccupazione riguarda soprattutto la corsa verso sistemi sempre più potenti e autonomi e la difficoltà di sapere fino a che punto saremo capaci di controllarli.

L’allarme lanciato dall’ingegnere Jacob Coxon, che ha lavorato nello sviluppo dell’intelligenza artificiale avanzata, dovrebbe almeno indurci a riflettere. Non perché dobbiamo accettare come certe tutte le sue previsioni più pessimistiche, ma perché quando una persona che conosce dall’interno questa tecnologia decide di lasciare il proprio lavoro e denuncia il rischio di una corsa incontrollata verso sistemi sempre più potenti, sarebbe superficiale limitarsi a liquidare tutto come catastrofismo.
Possiamo discutere sulle sue previsioni più estreme. Possiamo considerarle probabili oppure eccessivamente pessimistiche, ma non dovremmo ignorare la domanda che rimane sul tavolo: perché dobbiamo necessariamente andare sempre oltre?
Chi ha stabilito che progresso significhi potenziare continuamente?
Esiste un momento nel quale l’uomo deve avere il coraggio di fermarsi, osservare ciò che ha costruito e domandarsi se sia ancora lui a governare il processo.
Perché la corsa tecnologica porta con sé almeno due questioni.
La prima riguarda il pianeta: energia, acqua, materie prime e infrastrutture non sono infinite. La seconda riguarda noi stessi.
Più deleghiamo alle macchine, più rischiamo di perdere l’abitudine a esercitare alcune delle capacità che ci rendono umani: ragionare, dubitare, verificare, scegliere, creare e assumerci la responsabilità delle nostre decisioni.
L’IA dovrebbe potenziare l’intelligenza umana, non sostituirla.
Dovrebbe aiutarci a trovare una risposta senza impedirci di formulare una domanda. Dovrebbe offrirci possibilità, non scegliere la nostra strada. Dovrebbe restare uno strumento.
Per questo parlare di limiti non significa avere paura del futuro. Significa assumersi la responsabilità del futuro.
Abbiamo imparato a mettere limiti alle automobili, agli aerei, ai farmaci, alle industrie e a moltissime altre creazioni umane perché abbiamo compreso che la potenza senza regole non coincide necessariamente con il progresso.
Perché l’intelligenza artificiale dovrebbe rappresentare un’eccezione?
Non possiamo continuare a costruire il motore e pensare soltanto dopo ai freni.
E soprattutto non possiamo comportarci come se ciò che accade dentro uno schermo non avesse conseguenze fuori dallo schermo.
Dietro ogni grande infrastruttura tecnologica ci sono energia, territorio, materiali e, in molti casi, acqua.
E allora forse dovremmo cambiare domanda.
Non più soltanto: “Quanto potrà diventare potente l’intelligenza artificiale?” ma: “Quanto potente abbiamo davvero bisogno che diventi?”
Perché non tutto ciò che siamo capaci di costruire deve necessariamente essere costruito fino al suo limite estremo.
L’uomo ha sempre misurato il proprio progresso attraverso ciò che riusciva a conquistare, inventare e superare. Forse è arrivato il momento di misurarlo anche attraverso ciò che riesce responsabilmente a non oltrepassare.
L’acqua ci ricorda una verità elementare: possiamo vivere senza un algoritmo sempre più potente, ma non possiamo vivere senza le risorse fondamentali della Terra.
E allora il vero confronto tra uomo e macchina non sarà stabilire quale dei due possieda maggiore intelligenza.
Sarà capire se l’uomo possiede ancora qualcosa che nessuna macchina dovrebbe sostituire: la coscienza del limite.
Perché anche il progresso ha bisogno di un confine.
E saper dire “fin qui”, qualche volta, non significa tornare indietro.
Significa evitare di andare troppo avanti senza sapere più come tornare.
Forse la sfida più importante del futuro non sarà costruire una macchina capace di superare l’intelligenza umana. Sarà dimostrare che l’essere umano possiede ancora abbastanza intelligenza, coscienza e responsabilità da sapere quando utilizzare la propria creazione e quando, invece, dirle: fin qui.
Perché una nave può avere il motore più potente del mondo, ma se nessuno decide la rotta, la sua velocità non rappresenta il progresso: la porta soltanto più rapidamente verso qualcosa che nessuno ha scelto.
E allora la domanda finale non riguarda l’intelligenza delle macchine riguarda la nostra. Saremo abbastanza intelligenti da porre un limite a ciò che siamo diventati capaci di creare?










