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Dopo la tragedia di Mileto: ritrovare la forza di guardare il dolore negli occhi

Dopo la tragedia di Mileto: ritrovare la forza di guardare il dolore negli occhi

da admin_slgnwf75
24 Gennaio 2026
in cronaca, opinioni
Tempo di lettura: 2 minuti
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Lasciare andare non è perdere. È riconoscere la libertà dell’altro e costruire la nostra

di Domenico Nardo

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La tragedia di Mileto non è soltanto un fatto di cronaca. È una ferita che attraversa la nostra comunità e costringe a interrogarci su ciò che stiamo diventando. Viviamo in un tempo in cui non sappiamo più affrontare il dolore: lo temiamo, lo rimuoviamo, lo trattiamo come qualcosa che non dovrebbe toccarci. Gli diamo del “lei”, come se fosse un estraneo, e non del “tu”, come si fa con ciò che appartiene alla vita.

Eppure affrontare il dolore non è disumano: è profondamente umano. Abbiamo smarrito la nostra forza interiore, quella capacità antica di soffrire senza distruggere, di cadere senza trascinare con noi chi amiamo. Una persona — donna o uomo che sia — va lasciata libera, perché la libertà dell’altro è la condizione della nostra libertà. Ma oggi non siamo più liberi: siamo schiavi di un dolore che non sappiamo nominare, che ci schiaccia perché non abbiamo più gli strumenti per attraversarlo.

La tragedia di Mileto ci parla proprio di questo: di un dolore non ascoltato, non elaborato, non accompagnato. Un dolore che ha travolto due vite e ne ha ferita una terza, innocente.

Un pensiero va ad Assunta, alla sua vita spezzata. Un pensiero va anche a Pasquale, che non ha trovato la forza di ricominciare e si è lasciato schiacciare dal peso della perdita. E un pensiero, soprattutto, va al loro figlio, vittima innocente di una fragilità maschile che non ha retto la separazione e di un desiderio di libertà femminile che non dovrebbe mai essere motivo di conflitto, ma occasione di maturità. Impariamo a lasciarle andare, a lasciarli andare.

C’è un punto che come comunità dobbiamo avere il coraggio di guardare: non sappiamo più lasciare andare le persone che amiamo. Confondiamo l’amore con il possesso, la relazione con il controllo, la paura con la fedeltà. E così soffochiamo noi stessi e soffochiamo l’altro.Dobbiamo imparare a lasciarle andare — le donne, gli uomini, chiunque condivida un tratto di strada con noi — e a permettere loro di vivere le proprie emozioni, anche quando non coincidono più con le nostre. La libertà dell’altro non è una minaccia: è la condizione della nostra dignità.

E mentre lasciamo andare loro, dobbiamo imparare a costruire le nostre emozioni, a riconoscerle, a nominarle, a non averne paura. Perché chi non sa abitare il proprio dolore finisce per abitare quello degli altri, invadendolo, deformandolo, distruggendolo.

La tragedia di Mileto ci dice proprio questo: quando non sappiamo più lasciare andare, quando non accettiamo che l’altro possa cambiare, scegliere, allontanarsi, allora il dolore diventa una prigione. E chi è prigioniero del proprio dolore può diventare pericoloso per sé e per chi ama.Lasciare andare non significa perdere. Significa riconoscere che l’amore non è proprietà, ma responsabilità. Significa accettare che l’altro ha diritto alle proprie emozioni, e che noi abbiamo il dovere di costruire le nostre senza annientare nessuno.

Tags: miletoomicidiosuicidiotragedia

admin_slgnwf75

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