Quasi cento anni di orgoglio rossoblù umiliati da silenzi, incertezze e improvvisazione: il crollo al Luigi Razza è solo l’ultimo segnale di un declino annunciato
La fotografia è crudele, ma non è una sorpresa. Lo 0-4 incassato al Luigi Razza contro la Gelbison non è soltanto una sconfitta sportiva: è la manifestazione plastica di un disastro che parte da molto più lontano del rettangolo verde.
La partita racconta di una squadra fragile, disorientata, incapace di reagire al primo schiaffo. Ma la verità è che questa fragilità è il prodotto diretto di una situazione societaria surreale, grottesca, che sta consumando giorno dopo giorno ciò che resta della credibilità e della forza identitaria della Vibonese.
Per mezz’ora l’equilibrio aveva retto. Poi la dormita collettiva sul cross che ha liberato Urquiza sul secondo palo ha fatto crollare tutto. Non solo il punteggio, ma la struttura mentale della squadra. È bastato un episodio per sciogliere certezze già fragili. E questo è il punto: quando una società è solida, quando alle spalle c’è una guida presente, quando c’è una direzione chiara, anche una squadra in difficoltà trova dentro di sé gli strumenti per reagire. Qui, invece, si è vista una squadra sola.
Il “facite ammuina” sterile, il possesso che scorre da una fascia all’altra senza mai incidere, è lo specchio di una confusione più ampia. In campo si vede ciò che fuori manca: organizzazione, leadership, progettualità. La Gelbison ha fatto la sua partita con cinismo e ordine. La Vibonese ha mostrato nervosismo, smarrimento, impotenza.
E mentre il campo emette il suo verdetto impietoso, fuori regna il vuoto.
Una panchina – quella di Capodicasa – che diventa inevitabilmente bersaglio, ma senza che esista davvero una struttura societaria forte che possa decidere, intervenire, pianificare. Un presidente, Cammarata, di fatto latitante. Una società che appare sospesa, senza comunicazione, senza chiarezza, senza una strategia pubblica. È questo il vero dramma.
La Vibonese non è una comparsa del calcio dilettantistico. È una realtà che per quasi cento anni ha rappresentato un territorio intero, che ha saputo regalare orgoglio e appartenenza, che ha calcato i campi della Serie C, costruendo una storia fatta di sacrifici, passione e identità. Oggi quella storia rischia di essere dilapidata nell’indifferenza generale.
Lo 0-4 contro la Gelbison è pesante nel punteggio, ma ancora più pesante nel significato: racconta di una squadra che non crede più di potercela fare, di un ambiente sfiduciato, di tifosi costretti ad assistere impotenti a un declino che sembra senza guida. La zona calda non è più un’ipotesi teorica, è una minaccia concreta. E quando si scivola verso il basso senza una rete societaria solida, la caduta può diventare rovinosa.
La critica, oggi, non può limitarsi ai novanta minuti. Sarebbe comodo e superficiale. Il problema non è solo tecnico, non è solo tattico, non è solo mentale. È strutturale. È dirigenziale. È politico, nel senso più calcistico del termine.
Si può cambiare un allenatore. Si possono ruotare gli uomini. Si possono provare moduli diversi. Ma se manca una società presente, credibile, responsabile, ogni intervento sarà un cerotto su una ferita profonda.
La Vibonese sta rischiando di smarrire non soltanto una categoria, ma la propria dignità sportiva. E questo, per una piazza che ha dato tanto e che ha vissuto pagine importanti del calcio professionistico, è inaccettabile.
Adesso serve una presa di posizione chiara. Serve che chi ha responsabilità esca allo scoperto. Serve trasparenza. Serve un progetto. Perché il silenzio, oggi, è il vero avversario, il più pericoloso.
Il campo ha già emesso il suo verdetto. Ma la partita più importante si gioca fuori. E lì, finora, la Vibonese sta perdendo in modo ancora più preoccupante.






