A proposito del vertice a quattro per l’autonomia di Difesa, l’effetto Trump: la necessità di passare dalla reattività all’iniziativa
di Stefano Maria Cuomo
È innegabile che il “fattore Trump” abbia agito come un potente acceleratore, costringendo le cancellerie europee a guardarsi allo specchio e a riconoscere che l’ombrello protettivo americano non è più un dato scontato.
Il vertice di Parigi tra Macron, Merz, Starmer e Meloni segna potenzialmente una svolta per diverse ragioni.

Il ritorno del “Direttorio” in chiave pragmatica: per anni l’Europa è stata frenata dal dualismo franco-tedesco o dalle esitazioni post-Brexit. Vedere i leader delle quattro maggiori economie e potenze militari del continente seduti allo stesso tavolo suggerisce un superamento dei vecchi schemi:
- Germania (Merz): Una postura più decisa sulla difesa e meno vincolata ai dubbi dell’era Scholz.
- Regno Unito (Starmer): Il ritorno di Londra nel cuore del coordinamento strategico europeo, essenziale per la sicurezza collettiva (NATO e oltre).
- Francia (Macron): La spinta storica verso l’”autonomia strategica”.
- Italia (Meloni): Il riconoscimento di un ruolo centrale nella gestione del Mediterraneo e dei rapporti transatlantici.
Dalla difesa “sulla carta” ai fatti: Il coordinamento tra questi quattro attori è la condizione necessaria per costruire quel pilastro europeo della difesa di cui si parla da decenni. Senza l’accordo su standard comuni, investimenti congiunti e una visione geopolitica condivisa (soprattutto su Ucraina e Medio Oriente), l’Europa rimarrebbe un gigante economico ma un nano politico.
La risposta alle pressioni globali: Come è evidente la pressione non arriva solo da Washington: dalla Russia che richiede una deterrenza credibile e compatta. Dalla Cina che impone una strategia industriale e commerciale che nessun Paese europeo può affrontare da solo senza essere “diviso e conquistato”. Dagli Stati Uniti che richiedono e ricercano un partner che sia un alleato capace, non un protetto passivo.
Le sfide per rendere il formato stabile: Perché questo non resti un episodio isolato, occorre superare due grandi ostacoli. Le gelosie degli altri Stati Membri: gli altri 23 paesi dell’UE guardano sempre con sospetto ai “club ristretti”. Il segreto sarà far percepire questo coordinamento come un motore per l’intera Unione, non come un’esclusione. La politica interna: le divergenze ideologiche tra questi leader restano profonde. La sfida è capire se la ragion di Stato e la necessità di sopravvivenza geopolitica sapranno prevalere sulle agende elettorali nazionali.
Sarebbe davvero un salto di qualità: smettere di essere spettatori del proprio destino e iniziare a scriverne la sceneggiatura. Bisogna veramente credere in una Unica Europa.
Si dovrebbe credere che la divergenza politica interna ai vari governi (pensiamo alle diverse sensibilità tra Meloni e Starmer, o tra Macron e Merz) possa alla lunga minare questa unità d’intenti, o la minaccia esterna è ormai troppo grande per permettersi divisioni?
Vediamo e vedremo









