La denuncia di Alessia Piperno, medico del 118: tra carenze di personale, stipendi bloccati e caos istituzionale, l’emergenza-urgenza si spegne mentre le istituzioni restano immobili
C’è un momento in cui le parole smettono di essere semplici dichiarazioni e diventano testimonianza. È il caso dello sfogo della dottoressa Alessia Piperno, che suona come un atto d’accusa tanto lucido quanto doloroso. Non un allarme improvviso, ma la conferma di qualcosa che – negli ambienti sanitari e anche nella nostra redazione – si sapeva già: il sistema stava cedendo.
Che alle ore 14 nessuno sarebbe subentrato a coprire il turno non è stata una sorpresa. Era una notizia che circolava, sottovoce ma con crescente insistenza. Eppure leggerlo nero su bianco, nelle parole di chi ogni giorno vive il fronte dell’emergenza, ha un peso diverso. Più grave. Più definitivo.
Un’ambulanza ferma non è solo un mezzo in meno: è un pezzo di sicurezza pubblica che si spegne. È un tempo di risposta che si allunga. È, potenzialmente, una vita che resta sospesa. E non per fatalità, non per un guasto, ma per una carenza strutturale ormai fuori controllo: mancano autisti, mancano infermieri, manca una visione.
Le parole del medico Alessia Piperno raccontano un sistema che ha resistito finché ha potuto, retto dalla buona volontà e dal senso del dovere di operatori già allo stremo. Ma quando si bloccano i pagamenti, quando si superano le 180 ore senza riconoscimenti, quando chi va via non viene sostituito, non si può più parlare di emergenza: si tratta di un collasso annunciato.
Ancora più inquietante è il quadro istituzionale descritto: un rimpallo di competenze tra enti – tra Azienda Zero e ASP – che genera immobilismo. Nel frattempo, però, la realtà non aspetta. I cittadini nemmeno. E mentre gli uffici discutono, il territorio perde un presidio essenziale.
Non è la prima volta che accade. Ed è forse questo il dato più allarmante. Perché quando l’eccezione si ripete, smette di essere tale e diventa sistema. Una normalità inaccettabile.
Quello che emerge da questo episodio non è solo disorganizzazione, ma una progressiva erosione del diritto alla salute. Un diritto che non può essere subordinato a cavilli burocratici o a errori di pianificazione del personale. Non può essere rimandato, sospeso, ridotto.
C’è amarezza nelle parole della dottoressa Piperno, che è anche rappresentante sindacale quale responsabile provinciale dello SMI, ma c’è anche qualcosa di più: la consapevolezza che si è superata una linea. E che senza interventi concreti, immediati e strutturali, episodi come questo non saranno più notizie, ma routine.
E allora la domanda non è più se potesse accadere. È: quanto ancora si può tollerare?









