Riflessioni sulle pagine del Vangelo di domenica 10 maggio
di Mons. Giuseppe Fiorillo
Carissime, carissimi ,
il brano del Vangelo di Giovanni, che la liturgia di questa 6ª domenica di Pasqua ci propone, ci porta nel Cenacolo, dove Gesù celebra con i Suoi l’ultima Cena. Nel lungo ed intenso colloquio con i Discepoli (Capitoli 13-17 di Giovanni) Gesù più volte parla della sua imminente partenza da questo mondo con la conseguenza di un profondo sconforto nei suoi, feriti dalla paura di restare soli.
Ascoltiamo il brano del Vangelo: In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». (Giovanni 14, 15 – 21).
Tutti abbiamo vissuto l’esperienza dell’abbandono di una amicizia nella quale confidavamo tanto; la vicenda di una comunità che si sente persa per la inaspettata mancanza della propria guida; la storia di una madre, che si trova sola con figli piccoli, perché l’uomo della sua vita se n’è andato; la delusione di una Chiesa che volevamo profetica ed è diventata troppo istituzionale; la paura delle paure: la paura di non essere attesa da nessuno e non attendere più nessuno.
Gesù conosce bene le ferite dell’abbandono. A Cafarnao, nella Sinagoga, dove preannunzia, nel suo discorso, l’Eucarestia, tutti l’abbandonano. Restano soltanto i Dodici, ai quali dice: Ve ne volete andare anche voi? Nel Getsemani si lamenta con i tre più intimi: Pietro, Giacomo, Giovanni dicendo loro: non siete stati capaci di vegliare con me neppure un’ora? Sul Golgota, dall’alto della croce, grida forte: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Marco, 15,34).
Gesù, conoscendo bene la sofferenza dell’abbandono, assicura i suoi con questa promessa: “se mi amate, osserverete i miei comandamenti;ed io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito, perché rimanga con voi per sempre, lo spirito di verità…non vi lascerò orfani”.
Gesù promette ai suoi e, quindi, a noi, la venuta dello Spirito che Giovanni chiama Paraclito. Paraclito è un termine greco di origine forense, preso in prestito anche dalla lingua ebraica-aramaica, parlata da Gesù. Nei “discorsi di addio”, nell’ultima cena, Gesù pronunzia cinque volte la parola “Paraclito”. Paraclito letteralmente significa “colui che è vicino”, il compagno di vita che aiuta, il consolatore, “il maestro interiore” (Sant’Agostino). Nel mondo antico l’imputato doveva difendersi da solo. Era, tuttavia, ammesso nel processo un amico che poteva suggerire qualcosa all’imputato parlando a bassa voce ed all’orecchio. In definitiva, il Paraclito è il sostituto di Gesù (l’altro Paraclito) e, come Lui, non ci lascia soli, ma ci sta a fianco e ci assiste nei momenti più difficili della vita. Il discepolo, quindi, non dovrà preoccuparsi di come o cosa dire, perché gli sarà suggerito, in quel momento, ciò che dovrà dire: “non sarete voi a parlare ma lo Spirito del Padre vostro che parlerà per voi”. (Matteo 10,19-20).
Anche a noi, oggi, Gesù concede il dono del Paraclito con l’impegno di essere noi stessi buoni paracliti… e cosi: portare pace dove c’è gente che odia e scatena guerre; essere tessitori di buone relazioni dove ci sono intrecci perversi e complicati intrighi di peccato; essere portatori del sacramento della Consolazione dove c’è morte, angoscia e disperazione…
Buona domenica e tanti cari auguri, oggi, a tutte le mamme, generatrici di Vita. Al nostro coro di laudi si uniscono cielo e terra, teologia e poesia: san Paolo e Guido Gozzano.” Cristo nato da Donna”(Galati 4,4);”Donna: mistero senza fine bello”! (da Signorina Felicita).
Don Giuseppe Fiorillo.









