Chi amministra ha il dovere di risolvere i problemi, non di abituare i cittadini a conviverci. L’acqua non è un privilegio né un favore concesso dall’ente pubblico: è un diritto fondamentale
di Antonella Moschella
A Vibo Valentia l’acqua è diventata il simbolo di un paradosso tutto italiano: un diritto fondamentale che, invece di essere garantito, è diventato un problema quotidiano. C’è chi apre il rubinetto e non esce una goccia. Chi vede scorrere acqua marrone, con odore di ruggine. Chi, pur vedendola apparentemente limpida, non si fida a berla e corre al supermercato a comprare casse d’acqua eppure le bollette arrivano puntuali. Anzi, aumentano.
I cittadini pagano un servizio che troppo spesso non corrisponde a ciò che dovrebbe essere garantito: acqua potabile, continua e sicura. Pagano per un’acqua che manca, per un’acqua sporca e, contemporaneamente, sostengono una seconda spesa per acquistare acqua minerale da bere, per cucinare e, in alcuni casi, perfino per lavarsi. Un doppio costo imposto a famiglie che non hanno alcuna responsabilità.
La rete idrica cittadina è ormai un colabrodo. Lo ammettono gli stessi amministratori: si ripara una perdita e se ne apre un’altra. Tubi vecchi, corrosi e pieni di incrostazioni vengono rattoppati continuamente, ma un tratto nuovo non può risolvere il problema di decine di chilometri di condotte ormai arrivate al termine della loro vita utile. Anzi, spesso l’aumento della pressione sulle nuove tubazioni mette ulteriormente sotto stress quelle vecchie, provocando nuove rotture.
La domanda è inevitabile: quanti soldi pubblici sono stati spesi negli anni per riparazioni d’urgenza? Forse, sommando tutti questi interventi tampone, si sarebbe potuto avviare da tempo un vero piano di sostituzione della rete idrica. Invece si continua a rincorrere l’emergenza, spendendo senza risolvere definitivamente il problema.
Nel frattempo ci sono interi quartieri e frazioni che restano senz’acqua per giorni o addirittura settimane. Famiglie con bambini, anziani e persone fragili costrette a rifornirsi con taniche, bottiglie o chiedendo aiuto a parenti e amici. Una situazione che, in una città europea del 2026, dovrebbe essere semplicemente impensabile.
La questione non riguarda soltanto il disagio riguarda anche la salute pubblica. L’acqua è un bene essenziale e la sua qualità incide direttamente sull’igiene e sulla sicurezza sanitaria dei cittadini. Quando un servizio essenziale viene meno per così tanto tempo, non si può parlare soltanto di disservizio: si pone un problema di responsabilità istituzionale.
E mentre i cittadini continuano a convivere con tubi rotti, acqua sporca e rubinetti asciutti, arriva persino l’aumento della tariffa. È comprensibile che molti lo vivano come una beffa. Prima si dovrebbe garantire un servizio efficiente, poi eventualmente chiedere un sacrificio economico. Non il contrario.
Chi amministra ha il dovere di risolvere i problemi, non di abituare i cittadini a conviverci. L’acqua non è un privilegio né un favore concesso dall’ente pubblico: è un diritto fondamentale.
Vibo Valentia non ha bisogno di continue pezze su una rete ormai esausta. Ha bisogno di una programmazione seria, di investimenti strutturali e di amministratori che considerino l’acqua non come una semplice voce di bilancio, ma come il bene più prezioso da garantire alla propria comunità.
Perché i cittadini possono accettare i sacrifici, ma non possono essere condannati a pagare, ogni giorno, il prezzo dell’inefficienza.
L’aumento delle bollette trasmette un messaggio che i cittadini fanno fatica ad accettare: non importa se l’acqua manca, non importa se è sporca o inutilizzabile, l’importante è che la bolletta venga pagata.
È questa la sensazione che si respira tra la gente: il servizio può essere carente, ma il conto arriva puntuale. E questo mina il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.
In uno Stato di diritto dovrebbe valere il principio opposto: prima si garantisce un servizio efficiente, continuo e sicuro, poi si chiede il pagamento del corrispettivo, perché l’acqua non è un lusso, ma un diritto fondamentale. E chiedere ai cittadini di pagare di più mentre continuano a convivere con rubinetti asciutti e acqua sporca significa trasformare un diritto essenziale nell’ennesima ingiustizia.
Chi applica un aumento sapendo che il servizio erogato è gravemente carente dovrebbe prima mettersi una mano sulla coscienza. Prima di chiedere altri soldi ai cittadini, bisognerebbe garantire loro un’acqua pulita, continua e sicura. Far pagare di più chi da anni convive con rubinetti asciutti o acqua sporca non è solo una scelta discutibile: è una profonda mancanza di rispetto verso chi, nonostante tutto, continua a pagare regolarmente le bollette.











