La legalità deve essere rispettata, ma non può trasformarsi in una macchina amministrativa incapace di valutare le conseguenze delle proprie decisioni
di Antonella Moschella
La vicenda del lido La Rada di Vibo Marina non può essere letta soltanto attraverso il linguaggio freddo delle concessioni, delle autorizzazioni e delle procedure amministrative. Le motivazioni legali dovranno essere chiarite nelle sedi competenti, nel pieno rispetto delle regole, ma al di là degli aspetti giuridici, esiste una realtà concreta che rischia di essere dimenticata: il danno economico e sociale che la chiusura può provocare.
Francesco Cascasi è un imprenditore che ha scelto di investire sul turismo a Vibo Marina, mettendo in campo risorse economiche, energie e progetti di sviluppo. Investire in Calabria non è mai semplice. Significa affrontare ritardi, burocrazia, incertezze amministrative e un contesto nel quale, troppo spesso, chi prova a costruire qualcosa si sente privato dell’ossigeno necessario per continuare.
Un imprenditore che investe milioni di euro sul territorio non può essere trattato come uno sprovveduto né marchiato dal sospetto come se portasse addosso una lettera scarlatta. Se esistono irregolarità, devono essere accertate e sanate quando la legge lo consente. Ma le istituzioni hanno anche il dovere di rispondere in tempi ragionevoli, soprattutto quando una richiesta di proroga viene presentata prima della scadenza e seguita da solleciti rimasti, secondo quanto dichiarato dall’imprenditore, senza una risposta tempestiva.
L’estate è adesso e per uno stabilimento balneare ogni giorno perso non può essere recuperato in autunno o in inverno. La stagione turistica è breve e una chiusura nel mese di luglio può compromettere un intero anno di lavoro, investimenti, stipendi e programmazione.
Dietro il nome di un’impresa non ci sono soltanto bilanci e concessioni. Ci sono lavoratori che rischiano di perdere il posto, famiglie che contano su quello stipendio e giovani che potrebbero essere costretti ancora una volta a cercare altrove un’occupazione. Quando un’attività chiude, il danno non ricade solo sull’imprenditore: si allarga come un’onda su tutta la comunità.
Anche la cittadinanza subisce un danno. Vibo Marina non dispone di un numero così elevato di lidi e servizi turistici da poter assistere con indifferenza alla chiusura di una struttura conosciuta e frequentata. Meno servizi significano meno attrattività, meno presenze, meno opportunità per il commercio locale e un impoverimento complessivo dell’offerta turistica.
La legalità deve essere rispettata, ma non può trasformarsi in una macchina amministrativa incapace di valutare le conseguenze delle proprie decisioni. Servono controlli rigorosi, certamente, ma anche proporzione, rapidità e buon senso. Prima di arrivare a una chiusura definitiva o alla revoca di una concessione, bisognerebbe verificare se esistano soluzioni che consentano di regolarizzare la posizione, tutelando contemporaneamente l’interesse pubblico, i lavoratori e gli investimenti realizzati.
Appoggiare l’imprenditore Cascasi e i lavoratori non significa chiedere privilegi o deroghe alla legge significa chiedere che un imprenditore che ha creduto nel territorio venga ascoltato, che le sue ragioni vengano valutate senza pregiudizi e che le istituzioni si assumano la responsabilità non soltanto di controllare, ma anche di governare lo sviluppo turistico.
La Calabria non può continuare a lamentarsi della fuga dei giovani e della mancanza di investimenti per poi lasciare soli coloro che decidono di rischiare il proprio capitale e creare occupazione. Quando un imprenditore arriva a dire «mi arrendo», non è una sconfitta soltanto personale: è il fallimento di un sistema che non è riuscito a trovare una soluzione prima che fosse troppo tardi.
Le regole devono proteggere il territorio, non soffocare chi prova a farlo crescere.
Chi investe in Calabria è come chi tenta di accendere una luce in una stanza buia. Le istituzioni devono controllare che l’impianto sia sicuro, ma non possono spegnere quella luce lasciando nuovamente tutti nell’oscurità. Chi amministra non deve soltanto controllare i documenti, ma anche rispondere delle conseguenze dei propri silenzi. Non si può lasciare una nave per mesi in attesa del permesso di entrare in porto e poi accusarla di essere rimasta in mare senza autorizzazione.
La Calabria ha bisogno di una legalità efficiente, capace di controllare chi sbaglia ma anche di accompagnare e sostenere chi, nel rispetto delle regole, ha il coraggio di credere in questa terra.











