La verità sarà il compito della magistratura, ma il dovere della società è un altro: non accontentarsi mai delle spiegazioni più facili, avere il coraggio di porsi domande
di Antonella Moschella
Aveva solo 22 anni. Aveva superato una selezione durissima, aveva studiato, si era impegnata e, appena pochi giorni prima, aveva raggiunto il traguardo che tanti giovani sognano: era diventata ufficialmente un’allieva finanziera, ricevendo la tradizionale consegna delle Fiamme, simbolo dell’ingresso nella Guardia di Finanza.
Oggi quel sogno si è spezzato.
La giovane è morta all’ospedale San Salvatore dell’Aquila, dove era stata ricoverata in condizioni disperate dopo essere precipitata dalla finestra della sua stanza, al terzo piano della Scuola Ispettori e Sovrintendenti della Guardia di Finanza di Coppito. La caduta da circa dodici metri le aveva provocato gravissimi traumi alla testa e al bacino. I medici hanno tentato di salvarle la vita, ma ogni sforzo si è rivelato vano.
Le indagini sono in corso e spetterà alla magistratura ricostruire con precisione la dinamica dei fatti. Tra le ipotesi al vaglio vi è anche quella del gesto volontario, ma è proprio qui che nasce una riflessione.
Perché il primo pensiero, ogni volta che accade una tragedia del genere, sembra essere sempre il suicidio? Perché non si attende con prudenza l’esito degli accertamenti prima di trasformare un’ipotesi investigativa in una convinzione collettiva?
È difficile non interrogarsi. Come può una ragazza che aveva appena realizzato il proprio sogno, dopo aver superato prove selettive e sacrifici, arrivare a perdere la speranza? È una domanda che non cerca risposte semplici, ma pretende che nessuna possibilità venga esclusa e che ogni elemento venga verificato con rigore.
Questa tragedia si consuma inoltre in una scuola che, negli ultimi anni, è stata interessata da vicende finite all’attenzione della magistratura e dell’opinione pubblica. Nel 2024 un’istruttrice denunciò presunte violenze sessuali da parte di un ufficiale, con successive indagini che coinvolsero anche altri superiori. Nel 2025 emersero inoltre segnalazioni relative a presunti maltrattamenti e vessazioni nei confronti degli allievi, accuse contestate dalle rappresentanze sindacali della Guardia di Finanza. Naturalmente, questi episodi non dimostrano alcun collegamento con la morte della giovane, ma ricordano quanto sia indispensabile che ogni fatto venga accertato con trasparenza e senza pregiudizi.
La morte di questa ragazza deve interrogare tutti. Se dovesse emergere che si è trattato di un gesto volontario, il problema non si esaurirebbe con una parola scritta in un fascicolo. Bisognerebbe domandarsi cosa possa spingere una giovane di 22 anni, nel momento in cui vede realizzarsi il proprio futuro, a non voler più vivere. Se invece la dinamica fosse diversa, sarebbe altrettanto necessario che la verità emergesse senza ombre.
Purtroppo i suicidi tra gli appartenenti alle Forze armate e di polizia non rappresentano un fenomeno isolato. Da anni l’Osservatorio Suicidi in Divisa (OSD), curato da Cleo Iafrate, raccoglie dati, testimonianze e richiama l’attenzione su un disagio che merita di essere affrontato senza paura e senza silenzi. Ogni tragedia dovrebbe spingere le istituzioni a investire nella prevenzione, nell’ascolto e nella tutela del benessere psicologico del personale.
Oggi, però, prima di ogni dibattito, c’è il dolore. Una famiglia ha perso una giovane figlia. Dei compagni hanno perso un’amica. Lo Stato ha perso una giovane che aveva scelto di servirlo.
La verità sarà il compito della magistratura, ma il dovere della società è un altro: non accontentarsi mai delle spiegazioni più facili, avere il coraggio di porsi domande e fare tutto il possibile affinché nessun altro sogno si spenga così presto.
Una giovane vita è come una candela appena accesa: basta un soffio per spegnerla, ma prima di dire che è stato il vento bisogna essere certi che nessuno abbia lasciato aperta la finestra.
La morte di questa ragazza non può trasformarsi in una notizia destinata a essere dimenticata. Ogni tragedia deve diventare un’occasione per cercare la verità, ascoltare il disagio e correggere ciò che non funziona perché uno Stato non si misura solo dalla capacità di formare donne e uomini in divisa, ma soprattutto dalla capacità di proteggerli, comprenderli e non lasciarli mai soli.
La verità non si teme, si cerca. E ogni vita salvata vale infinitamente più di qualsiasi silenzio.










