Il rispetto delle regole è fondamentale, ma altrettanto fondamentale è la capacità di comprendere le circostanze, soprattutto quando abbiamo davanti dei minorenni
di Antonella Moschella
Tre ragazzini di tredici e quattordici anni, un piccolo chiosco, qualche limonata e un sogno: mettere da parte, con le proprie forze, il denaro necessario per acquistare un Piaggio Ciao usato.
È accaduto a Pradamano, in provincia di Udine, dove tre amici hanno deciso di provare a guadagnarsi ciò che desideravano senza chiederlo ai genitori. Hanno allestito un banchetto, lo hanno chiamato “Ai tre amici” e hanno iniziato a proporre limonata fatta in casa, caffè, anguria, krapfen e muffin dietro un piccolo contributo.
Un’iniziativa ingenua, certamente improvvisata e priva delle autorizzazioni necessarie, ma nata da un’intenzione che sarebbe difficile non considerare positiva: lavorare per conquistarsi un desiderio.
Un tempo, probabilmente, davanti a tre ragazzetti che vendevano limonata avremmo sorriso. Qualcuno si sarebbe fermato anche senza avere sete, avrebbe lasciato qualche moneta e forse avrebbe detto: “Bravi, continuate così”.
Avremmo visto prima i ragazzi, la loro buona volontà, il desiderio di fare qualcosa da soli. Poi, eventualmente, l’irregolarità.
Oggi sembra essere accaduto il contrario.
Un cittadino ha ritenuto di segnalare il piccolo chiosco alla Polizia locale. Gli agenti, una volta intervenuti, hanno spiegato ai ragazzi che non potevano continuare perché mancavano le autorizzazioni necessarie alla vendita di alimenti.
Ed è importante distinguere i due piani.
La Polizia locale, ricevuta una segnalazione, ha svolto il proprio compito. Le norme amministrative e igienico-sanitarie non sono un capriccio: servono a tutelare la salute dei consumatori e devono essere rispettate, ma prima dell’intervento degli agenti c’è stata una scelta individuale: quella di un adulto che, vedendo tre ragazzini dietro un banchetto, ha deciso di segnalarli.
Ed è proprio su questo che vale la pena riflettere.
Avere il diritto di segnalare qualcosa non significa necessariamente che la denuncia o la segnalazione debbano essere sempre la prima risposta possibile.
Esiste anche il buon senso.
Davanti a tre minorenni di tredici e quattordici anni, evidentemente inesperti delle norme che regolano la vendita di alimenti, sarebbe stato forse possibile avvicinarsi, parlare con loro, chiedere dove fossero i genitori, spiegare che quell’attività non poteva essere svolta in quel modo.
Una frase avrebbe potuto precedere una telefonata: “Ragazzi, l’idea è bella, ma sapete che per vendere alimenti servono delle autorizzazioni?”
Forse sarebbe bastato.
Perché educare un ragazzo significa anche questo: non trasformare immediatamente ogni errore commesso in buona fede in uno scontro tra chi viola una norma e chi la fa rispettare.
Il rispetto delle regole è fondamentale, ma altrettanto fondamentale è la capacità di comprendere le circostanze, soprattutto quando abbiamo davanti dei minorenni.
Quei ragazzi non stavano organizzando un’attività commerciale clandestina. Non cercavano consapevolmente di sottrarsi alle tasse o ai controlli. Per quanto emerge dalla vicenda, volevano semplicemente mettere insieme qualche soldo per comprarsi un motorino.
E infatti avevano raccolto circa cento euro.
Pochi se misurati con il prezzo di un Piaggio Ciao. Tantissimi se misurati con il valore educativo di ciò che stavano facendo.
Dentro quei cento euro c’erano amicizia, organizzazione, impegno quotidiano in queste giornate afose, fantasia, lavoro e soprattutto una frase che dovremmo essere felici di sentire pronunciare da ragazzi così giovani: “Non me lo faccio comprare. Provo a guadagnarmelo”.
Ed è qui che questa piccola storia diventa anche il racconto delle nostre contraddizioni.
Ci lamentiamo continuamente dei ragazzi che trascorrono ore davanti allo smartphone, che chiedono tutto ai genitori, che non conoscono il sacrificio e che sembrano incapaci di attendere.
Poi tre adolescenti decidono di rimboccarsi le maniche e rischiamo di guardare soltanto ciò che non hanno fatto correttamente.
La domanda allora non è se le regole vadano rispettate. Certamente sì.
La domanda è: non avremmo potuto insegnare loro a rispettarle senza spegnere quell’entusiasmo?
C’è poi un’altra questione che rende questa vicenda ancora più significativa: la percezione di una legalità che non sempre sembra procedere alla stessa velocità.
Nelle nostre città vediamo quotidianamente venditori ambulanti. Tantissimi sono perfettamente in regola e proprio per questo meritano tutela, ma esiste anche il commercio abusivo, esercitato senza le necessarie autorizzazioni, che troppo spesso finiamo per considerare parte normale del paesaggio urbano.
Non conta la nazionalità di chi vende. Italiano o straniero, il principio deve essere identico: chi possiede le autorizzazioni deve poter lavorare serenamente; chi non le possiede deve essere sottoposto agli stessi controlli previsti per tutti.
E lo stesso ragionamento riguarda il POS.
Nonostante l’obbligo di accettare i pagamenti elettronici nei casi previsti dalla legge, capita ancora di sentirsi rispondere: “Il POS non funziona”, “qui solo contanti”, “per questa cifra la carta non la accettiamo”.
Un guasto tecnico può naturalmente verificarsi, ma quando il rifiuto diventa abituale, perché quella stessa indignazione civica che ha portato a segnalare tre tredicenni non si manifesta con altrettanta puntualità?
È questo il punto.
Non abbiamo bisogno di meno legalità abbiamo bisogno di una legalità credibile perché applicata con equilibrio e con lo stesso metro nei confronti di tutti.
Se controlliamo il banchetto dei tre ragazzi, controlliamo anche il commercio abusivo. Se chiediamo ai tredicenni di conoscere e rispettare le regole, pretendiamo che lo facciano anche gli adulti. Se tuteliamo chi compra una limonata, tuteliamo anche il commerciante e l’ambulante onesto che pagano tasse, autorizzazioni e contributi e subiscono la concorrenza di chi lavora illegalmente.
Altrimenti il rischio è quello di apparire inflessibili davanti alla piccola ingenuità e rassegnati davanti all’irregolarità diventata abitudine.
Ed è proprio questa sproporzione che lascia l’amaro in bocca.
Un Comune, una famiglia, un’associazione avrebbero potuto raccogliere quella voglia di fare e trasformarla in qualcosa di regolare: un piccolo mercatino autorizzato, un’iniziativa per ragazzi, un’esperienza di educazione all’imprenditorialità.
Perché la legalità non dovrebbe essere soltanto il cartello con scritto “vietato”.
Dovrebbe essere anche una freccia che indica: “Da questa parte si può fare”.
A quei tre ragazzi, allora, bisognerebbe dire di non vivere quanto accaduto come una sconfitta.
Ragazzi, avete imparato che avere una buona idea non basta. Esistono regole, autorizzazioni e responsabilità. Conoscetele, rispettatele e riprovate.
Ma non perdete ciò che vi ha fatto cominciare.
Non perdete quel pensiero bellissimo: “Me lo guadagno io”.
Oggi era un motorino. Domani sarà un progetto, un lavoro, una casa, un’impresa, un sogno molto più grande.
La vita vi dirà molte altre volte: “Così non si può fare”. Imparate a non tradurre quella frase in “Non puoi farcela”. Sono due cose completamente diverse.
Cercate la strada giusta e continuate.
E noi adulti impariamo, a nostra volta, qualcosa da questa storia.
Prima di prendere un telefono per segnalare l’ingenuità di un ragazzo, quando non esistono situazioni di pericolo immediato, forse possiamo provare a rivolgergli una parola. Prima della denuncia può esserci il dialogo; prima della condanna morale può esserci una spiegazione; prima del divieto può esserci l’educazione.
Il buon senso non sostituisce la legge, ma la rende umana.
La legge deve essere una bussola che indica la strada, non un muro contro il quale far schiantare i sogni di chi quella strada deve ancora imparare a percorrerla.
Perché correggere un errore è necessario. Spegnere l’intraprendenza di un ragazzo non lo è.
E se chiediamo a tre tredicenni di rispettare le regole, dobbiamo avere l’autorevolezza di pretenderne il rispetto da tutti.
Solo allora potremo davvero insegnare loro che la legalità non significa essere forti con chi è più facile colpire, ma essere giusti con chiunque.
Perché davanti alla legge non dovrebbero esserci forti e deboli. Dovrebbero esserci soltanto cittadini.











