Una società realmente civile non dovrebbe avere bisogno di conoscere il sesso della vittima prima di decidere quanto indignarsi
di Antonella Moschella
L’aggressività appartiene, in misura diversa, a tutti gli esseri umani. È un impulso che può nascere dalla rabbia, dalla frustrazione, dalla paura di perdere qualcuno, dalla gelosia o dal bisogno di controllo. Ma ciò che fa la differenza tra una persona capace di convivere civilmente con gli altri e una persona violenta è proprio la capacità di governare quell’impulso, di fermarsi prima che la parola diventi insulto, l’insulto diventi minaccia e la minaccia si trasformi in un gesto capace di distruggere un’altra vita.
La violenza può appartenere all’uomo come alla donna, perché la cattiveria, l’odio, la possessività e l’incapacità di accettare un abbandono non sono caratteristiche biologiche di un genere. Certamente i numeri e la gravità della violenza contro le donne impongono un’attenzione specifica e necessaria, ma questo non dovrebbe portarci a rendere invisibili gli uomini che subiscono maltrattamenti. La violenza femminile esiste, anche se spesso emerge nel dibattito pubblico soltanto quando accade qualcosa di talmente grave da non poter più essere ignorato.
Prima, invece, può esserci un lungo territorio sommerso fatto di violenza verbale, umiliazioni, ricatti, minacce, controllo ossessivo, persecuzioni e aggressioni fisiche che magari non lasciano immediatamente segni visibili. Ci sono uomini che non denunciano perché provano vergogna, perché temono di essere derisi o semplicemente perché pensano che nessuno crederà loro. Lo stereotipo dell’uomo forte diventa così una prigione: se racconta di avere paura di una donna rischia di sentirsi giudicato nella propria virilità, se tace rimane solo dentro quella paura. Ed è proprio nel silenzio che certe forme di violenza possono crescere.
Quando è una donna a provare odio, possessività o una gelosia patologica nei confronti di un uomo se ne parla pochissimo, quasi niente. Non perché ogni conflitto sentimentale debba essere trasformato in violenza o perché uomini e donne vivano statisticamente situazioni perfettamente sovrapponibili, ma perché anche ciò che accade meno frequentemente continua a esistere. Una vittima non diventa meno vittima perché appartiene alla minoranza dei casi.
La storia di Valerio Gentile dovrebbe costringerci a riflettere proprio su questo.
A Pomezia, nel Lazio, Valerio era stato colpito con dell’acido corrosivo che, secondo l’accusa, gli era stato lanciato dalla compagna. Le conseguenze sul volto e sul corpo erano state gravissime. Qualche settimana più tardi il giovane è morto dopo essere stato trovato in condizioni critiche a Marino e trasportato all’ospedale dei Castelli, ad Ariccia. Le cause della morte devono essere stabilite dagli accertamenti e non è corretto anticipare conclusioni che spettano agli investigatori e alla magistratura, ma ciò che aveva subito prima della morte rimane un fatto terribile, così come rimangono le parole con cui aveva raccontato pubblicamente la propria sofferenza.
«Sfregiato con l’acido dall’amore della mia vita. Ho paura del mio futuro.»
C’è qualcosa di devastante in questa frase, perché contiene insieme l’amore e la paura, il passato e un futuro improvvisamente diventato oscuro. La persona alla quale avevi affidato sentimenti, progetti e fiducia diventa, secondo il racconto della vittima, la persona dalla quale hai ricevuto una ferita destinata a cambiare il tuo rapporto con lo specchio e con il mondo.
Valerio aveva scritto anche qualcosa che oggi dovrebbe diventare una riflessione collettiva: «La violenza sulle donne e sugli uomini deve terminare».
Non chiedeva di togliere attenzione alle donne. Non chiedeva una guerra tra i sessi. Chiedeva qualcosa di molto più semplice e infinitamente più civile: che finisse la violenza.
Ed è proprio questo il punto sul quale dovremmo interrogarci. Quando viene uccisa una donna, soprattutto dal partner o dall’ex partner, il femminicidio provoca giustamente una fortissima reazione sociale e mediatica. Se ne parla nei telegiornali, nei programmi televisivi, sui giornali, nelle scuole e nelle istituzioni. È necessario che sia così, perché sensibilizzare significa anche prevenire. Ma quando la vittima di una grave violenza all’interno di una relazione è un uomo, troppo spesso quella stessa capacità di indignazione sembra affievolirsi. La notizia rimane cronaca, raramente diventa occasione per interrogarsi sul fenomeno più ampio degli uomini maltrattati.
Eppure l’empatia non dovrebbe funzionare secondo le statistiche. La minore frequenza di un fenomeno può spiegare una diversa rilevanza sociale, ma non può determinare una diversa dignità della singola vittima. Se un uomo viene perseguitato, picchiato, minacciato o sfregiato, il suo dolore non vale una frazione di quello di una donna che subisce la medesima violenza.
Riconoscere questo non significa minimizzare la violenza maschile contro le donne, né mettere sullo stesso piano fenomeni che possono avere dimensioni e caratteristiche differenti. Significa compiere un passo ulteriore di civiltà: comprendere che proteggere una vittima in più non significa proteggerne un’altra in meno. I diritti non sono una coperta troppo corta che, se tirata dalla parte degli uomini, lascia scoperte le donne.
Ed è soprattutto sull’acido che la vicenda di Valerio obbliga a fermarsi. L’acido è un’arma terribile perché non cerca soltanto di provocare dolore nell’istante dell’aggressione. Sfregiare il volto di qualcuno significa colpire ciò attraverso cui quella persona si riconosce e viene riconosciuta dagli altri. Significa costringerla a fare i conti ogni giorno con ciò che le è accaduto. Quando Valerio scriveva di avere paura del proprio futuro, dietro quelle parole c’era probabilmente un interrogativo enorme: come sarà la mia vita da domani?
Ed è qui che il silenzio diventa ancora più doloroso.
Una società realmente civile non dovrebbe avere bisogno di conoscere il sesso della vittima prima di decidere quanto indignarsi. Dovrebbe essere capace di riconoscere innanzitutto l’essere umano. Dovrebbe saper ascoltare una donna terrorizzata dal proprio compagno e, con la stessa serietà, un uomo terrorizzato dalla propria compagna perché nessuno dovrebbe sentirsi ridicolo pronunciando le parole: «Ho paura».
La violenza è come un incendio: può nascere in case diverse e trovare combustibili differenti, ma quando divampa non domanda se la persona che sta bruciando sia uomo o donna. Distrugge ciò che incontra. Il nostro compito non dovrebbe essere stabilire quale incendio meriti l’acqua, ma intervenire prima che rimangano soltanto le macerie.
Bisogna imparare ad ascoltarla quando racconta le prime minacce, quando confessa la propria paura, quando chiede aiuto quasi sottovoce e magari si vergogna persino di farlo.
Perché la violenza provoca soltanto vittime. E davanti a una vittima dovrebbe cadere ogni distinzione: non un uomo contro una donna, non una donna contro un uomo, ma un essere umano che ha fatto del male e un altro essere umano che quel male lo ha subito.
La violenza non acquista o perde gravità a seconda del genere di chi impugna l’arma o di chi cade a terra. Cambiano le storie, possono cambiare i numeri e le dinamiche, ma non cambia il valore della vita umana.
E forse arriveremo davvero a una società più giusta quando, davanti a qualsiasi violenza, prima ancora di domandarci se la vittima sia uomo o donna, saremo capaci semplicemente di dire: una persona aveva bisogno di essere protetta e non siamo riusciti a salvarla.











