L’assistenza dovrebbe creare sicurezza, mai dipendenza, paura o soggezione. Quello che non si può fare è rispondere alla fragilità con la violenza
di Antonella Moschella
È accaduto nel cuore della notte a Vibo Valentia. Un uomo di 91 anni è arrivato al pronto soccorso dell’ospedale Jazzolino con gravi ferite e, secondo quanto emerso dai primi accertamenti, sarebbe stato colpito ripetutamente con diversi oggetti, tra cui coltelli, forbici e un forchettone da cucina. L’anziano presentava inoltre costole fratturate e versamenti interni, condizioni che hanno reso necessario il trasferimento a Catanzaro.
La Polizia ha immediatamente avviato le indagini per ricostruire l’esatta dinamica dei fatti. L’attenzione degli investigatori si è concentrata sulla badante dell’anziano, ma responsabilità e movente devono ancora essere accertati. È quindi necessario mantenere una netta distinzione tra quanto emerso finora e ciò che dovrà essere definitivamente verificato dagli inquirenti e dalla magistratura.
Dietro questa terribile vicenda, però, c’è prima di tutto un uomo: Totò Reggio, professore in pensione, docente stimato, conosciuto per la gentilezza e l’eleganza dei modi, profondamente legato alla propria famiglia, alle figlie e ai nipoti. Un uomo perbene, arrivato a 91 anni e ammalato, che proprio nell’età in cui avrebbe dovuto ricevere protezione, serenità e assistenza si è ritrovato gravemente ferito.
Ed è inevitabile che una vicenda simile apra una riflessione più ampia sul significato stesso dell’assistenza domiciliare e, soprattutto, sulla responsabilità di chi decide di svolgerla.
Una famiglia che assume una badante compie innanzitutto un enorme atto di fiducia. Quando un padre o una madre non sono più completamente autonomi e i figli non possono garantire una presenza continua, affidano la persona amata a qualcuno che viene retribuito proprio per assisterla, sorvegliarla e intervenire nelle situazioni di necessità. Non si consegnano soltanto le chiavi di una casa: si consegna la sicurezza di un essere umano fragile.
Assistere un anziano malato e non autosufficiente non è semplice e non può essere considerato un lavoro che chiunque sia automaticamente in grado di svolgere. Esistono persone affette da demenza o da altre patologie che possono manifestare confusione, disinibizione, allucinazioni, agitazione e persino aggressività. Sono condizioni che richiedono pazienza, equilibrio e soprattutto preparazione.
Chi sceglie questo lavoro deve esserne consapevole. Non sta andando in villeggiatura, con stipendio, vitto e alloggio garantiti: viene retribuito per assistere una persona anche nelle difficoltà che possono accompagnare la malattia, la perdita dell’autonomia e il decadimento cognitivo.
E se un anziano diventa agitato o aggressivo, esistono modi per proteggere se stessi e contemporaneamente proteggere lui. Ci si allontana, si evita lo scontro, si mettono in sicurezza eventuali oggetti pericolosi e si chiamano immediatamente i figli, gli altri familiari o, quando necessario, i soccorsi. Se non si è più in grado di gestire quella persona, si comunica alla famiglia la propria impossibilità a proseguire e si interrompe il rapporto di lavoro.
Quello che non si può fare è rispondere alla fragilità con la violenza.
La malattia può spiegare un comportamento difficile. Non può trasformarsi nell’alibi per maltrattare una persona che, proprio a causa delle proprie condizioni, potrebbe non essere più pienamente capace di controllarsi, raccontare ciò che accade o difendersi.
Una badante che vive da sola con un anziano spesso si sente padrona dell’anziano e della sua casa semplicemente perché trascorre mesi o anni nella sua abitazione, anziché sentirsi una lavoratrice alla quale è stata affidata una persona fragile. E proprio perché quella persona può non essere più pienamente consapevole delle proprie azioni, la responsabilità di chi la assiste dovrebbe essere maggiore, mai minore.
La convivenza prolungata può inoltre alterare progressivamente la percezione dei ruoli. Quella casa diventa il luogo nel quale la badante vive, mangia, dorme e trascorre gran parte della propria giornata, ma resta la casa della persona assistita. Questo confine non dovrebbe mai essere dimenticato.
Può accadere che, quando una famiglia decide di sostituire una badante, la perdita di quel lavoro venga vissuta in maniera particolarmente negativa perché significa perdere non soltanto lo stipendio, ma anche l’alloggio e le condizioni economiche connesse alla convivenza.
La badante è lì per assistere l’anziano, non per diventare proprietaria dei suoi spazi, delle sue abitudini o della sua volontà.
Ed è proprio quando l’assistenza comincia a trasformarsi in controllo, prevaricazione o dominio che i familiari devono prestare la massima attenzione. L’assistenza dovrebbe creare sicurezza, mai dipendenza, paura o soggezione. Molti anziani che non possono più comunicare diventano se i figli non vigilano
In Italia rimane poi un problema fondamentale: la formazione di chi svolge assistenza domiciliare.
Lo Stato disciplina contratti, contributi e regolarizzazione del rapporto di lavoro, ma non può fermarsi agli aspetti burocratici. Quando una persona viene affidata alle cure di un’altra, soprattutto se anziana, malata e non autosufficiente, servono requisiti adeguati alla responsabilità assunta.
Dovrebbero essere previsti percorsi formativi specifici e obbligatori: elementi di primo soccorso, gestione delle emergenze, igiene e assistenza della persona, conoscenza delle demenze e delle principali alterazioni comportamentali, capacità di affrontare episodi di agitazione senza ricorrere alla forza e consapevolezza dei limiti oltre i quali occorre chiamare familiari, medici o servizi sanitari.
Fondamentale dovrebbe essere anche una conoscenza minima e certificata della lingua italiana. Non è una questione di nazionalità — la professionalità e l’umanità non hanno passaporto — ma di sicurezza. Chi assiste un anziano deve essere capace di comprenderne le parole, interpretarne una richiesta, comunicare con i familiari, leggere correttamente indicazioni e prescrizioni, parlare con un medico e soprattutto riconoscere una richiesta d’aiuto.
Non è accettabile che una famiglia debba affidare una persona cara alla sorte, sperando semplicemente di aver incontrato “quella giusta”. Affidare una persona fragile a qualcuno senza verificarne adeguatamente preparazione, competenze e capacità comunicative significa lasciare troppo spazio alla fortuna.
E quando in gioco c’è la sicurezza di un anziano che non è più completamente autonomo, la fortuna non può diventare una politica assistenziale.
Il caso del professor Totò Reggio rimane affidato agli investigatori e alla magistratura, ai quali spetta stabilire cosa sia realmente accaduto, individuare eventuali responsabilità e chiarire il movente. Qualunque considerazione deve quindi rispettare l’esito degli accertamenti ancora in corso.
Ma indipendentemente da ciò che emergerà dalle indagini, questa vicenda pone un problema che riguarda migliaia di famiglie: quanto è realmente protetta una persona anziana quando la porta di casa si chiude e rimane sola con chi dovrebbe assisterla?
Una società civile non può limitarsi a trovare qualcuno che semplicemente “stia” con i propri anziani. Deve costruire un sistema nel quale chi entra nelle loro case sia preparato ad assisterli, comprenderli e rispettarli.
Perché quando una persona perde autonomia non perde dignità al contrario, più aumenta la sua fragilità, più dovrebbe aumentare la responsabilità di chi ha il compito di proteggerla.
P.S.= Antonio “Totò” Reggio, 91 anni, storico docente di Storia e Filosofia al liceo classico M. Morelli, ed ex amministratore pubblico è rimasto vittima di una brutale aggressione. L’episodio, avvenuto nella villetta in un tranquillo quartiere residenziale di Vibo Valentia dove l’anziano risiedeva, al momento vede una badante ucraina di circa cinquant’anni rinchiusa in carcere con l’accusa di lesioni gravissime.
Le condizioni del professore restano critiche ma stabili nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Catanzaro, dove è stato trasferito d’urgenza, dall’ospedale Jazzolino dove era arrivato dopo l’aggressione, a causa delle profonde ferite al torace e all’addome e di un grave versamento pleurico.
All’interno dell’abitazione, gli investigatori della Squadra Mobile di Vibo Valentia hanno compiuto rilievi approfonditi, repertando diversi oggetti comuni che potrebbero essere stati utilizzati per compiere l’aggressione: un coltello da cucina, un paio di forbici e un forchettone.
Saranno gli accertamenti scientifici e medico-legali a stabilire con esattezza quale di questi strumenti abbia inferto i colpi e se siano stati adoperati in una rapida e violenta sequenza d’accanimento contro la fragile corporatura del novantunenne. Mentre la donna – arrivata nella villetta da appena un mese per una sostituzione temporanea – si trova in carcere in attesa di ulteriori sviluppi giudiziari dopo l’interrogatorio di garanzia.
Rimane il totale mistero sul movente. Solo poche ore prima dell’accaduto, il professore Reggio era stato visto passeggiare serenamente proprio in compagnia della badante. La stessa donna avrebbe allertato i soccorsi chiamando il 118, un dettaglio che apre ulteriori interrogativi sulla dinamica dei fatti.










