Il problema è quando l’illegalità diventa estetica, la trasgressione diventa prestigio e ciò che dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme viene trasformato in un simbolo di forza e successo
di Antonella Moschella
Ed ecco uno dei grandi paradossi del nostro tempo: Ed ecco uno dei grandi paradossi del nostro tempo: gli esempi sbagliati sono spesso quelli che hanno più seguito.
Tony Boy, nome d’arte di Antonio Hueber, è un rapper di appena 26 anni, ma è già uno degli artisti più popolari tra i giovanissimi. Oltre un milione di follower su Instagram, milioni di ascolti, collaborazioni importanti e, nel 2025, un posto nella top ten degli artisti uomini più ascoltati in Italia su Spotify.
Numeri impressionanti. Ed è proprio dai numeri che nasce una riflessione che va molto oltre la vicenda giudiziaria che oggi lo riguarda.
Il rapper è stato arrestato a Milano dopo una perquisizione durante la quale la Polizia avrebbe rinvenuto nell’appartamento nella sua disponibilità cocaina, hashish, marijuana, una bilancia e una pistola calibro 6.35 con matricola abrasa, oltre a un caricatore e diverse cartucce. Le accuse dovranno naturalmente essere valutate nelle sedi competenti e vale per lui, come per chiunque altro, il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza fino a condanna definitiva.
Ma c’è un particolare che, sul piano sociale ed educativo, colpisce forse quanto tutto il resto: durante la perquisizione avrebbe avviato una diretta sui social.
È l’immagine quasi perfetta della società nella quale siamo precipitati: persino un intervento della Polizia può trasformarsi in uno spettacolo da mostrare ai follower. Tutto deve diventare contenuto, tutto deve essere ripreso, condiviso, commentato. Anche ciò che dovrebbe imporre serietà e silenzio rischia di trasformarsi nell’ennesima scena da consegnare alla platea virtuale.
Ed è qui che nasce il problema senza criminalizzare il rap, la trap o qualsiasi altro genere musicale. Sarebbe superficiale e profondamente ingiusto. Esistono artisti capaci di raccontare attraverso questi linguaggi disagio, periferie, fragilità, solitudine e contraddizioni sociali. Il problema non è la musica. Il problema è quando l’illegalità diventa estetica, la trasgressione diventa prestigio e ciò che dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme viene trasformato in un simbolo di forza e successo.
Un personaggio pubblico non è necessariamente un educatore e non possiamo pretendere che un cantante sostituisca una famiglia o una scuola, ma sarebbe altrettanto ingenuo sostenere che chi possiede un milione di follower non eserciti alcuna influenza.
Soprattutto quando una parte importante di quel pubblico è composta da adolescenti.
A quell’età l’identificazione con un personaggio famoso può essere fortissima. Il modo di vestirsi, parlare, comportarsi, persino di rappresentare il denaro, le donne, la droga, la violenza o il rapporto con le regole può diventare qualcosa da imitare. E più un comportamento viene spettacolarizzato, più rischia di perdere agli occhi dei ragazzi la sua reale gravità.
Famiglie e insegnanti possono impiegare anni a spiegare che un’arma non è un giocattolo, che la droga distrugge esistenze, che rispettare le regole non significa essere deboli e che la vera forza consiste nel costruirsi un futuro. Poi possono bastare pochi secondi di un video, milioni di visualizzazioni e l’idolatria verso un personaggio famoso perché il messaggio opposto appaia improvvisamente più seducente.
Ed anche le piattaforme digitali debbano assumersi maggiori responsabilità. Non significa oscurare automaticamente una persona perché è stata arrestata: sarebbe sbagliato trasformare i social in tribunali e anticipare una condanna che spetta soltanto alla magistratura. Significa però intervenire con fermezza quando determinati contenuti esaltano, normalizzano o trasformano in spettacolo armi, droga, violenza e comportamenti illegali, soprattutto quando possono raggiungere milioni di minorenni.
Perché esiste anche una responsabilità legata alla visibilità.
Più grande è il megafono che possiedi, più lontano arriva ciò che dici e ciò che mostri.
E allora dovremmo forse cominciare a spiegare ai nostri ragazzi una cosa apparentemente banale ma oggi indispensabile: avere un milione di follower non significa essere un modello.
Abbiamo costruito una società nella quale rischiamo di confondere continuamente popolarità e valore, notorietà e autorevolezza, successo e merito.
Ci sono persone che salvano vite e non hanno follower. Insegnanti che cambiano il destino di un ragazzo senza finire su Instagram. Genitori che compiono sacrifici enormi senza ricevere un like. Volontari, medici, appartenenti alle Forze dell’Ordine, lavoratori e persone comuni che ogni giorno costruiscono silenziosamente qualcosa di buono.
E poi esistono personaggi capaci di raccogliere milioni di seguaci semplicemente perché sono diventati famosi, ma essere seguiti non significa necessariamente essere degni di essere seguiti.
È questa la distinzione che dobbiamo restituire soprattutto ai più giovani.
Perché un milione di persone può camminare dietro qualcuno, ma il numero di chi lo segue non ci dice nulla sulla direzione della strada che ha scelto.
La popolarità conta i follower. Il valore di una persona, invece, si misura anche dalle tracce che lascia nella vita degli altri.
Ed è forse questa la lezione più importante da insegnare ai nostri ragazzi: prima di scegliere chi seguire, non guardate quanti camminano dietro quella persona.










