Ci sono notizie che si leggono e altre che, invece, fanno fatica persino a entrare nella testa. Questa è una di quelle: Matteo Betrò ha detto “Basta”
Io non ci credo. Non lo credo possibile. Non posso immaginare che tra dieci mesi, quando la nuova estate spalancherà ancora una volta le sue porte alla calura, Matteo Betrò se ne stia con le mani in mano.
No. Non è possibile.
Non è possibile che a Pizzo possa arrivare un’estate senza la Coppa Olimpia. Non è possibile che la Calabria perda le emozioni del suo più antico e longevo torneo sportivo. Non è possibile che quelle sere d’estate, il pallone, le squadre, il pubblico, le discussioni, le risate e quella speciale febbre che accompagna da sempre la manifestazione possano improvvisamente non esserci più.
E forse non è possibile perché, per chi come me ha avuto la fortuna di attraversare la Coppa Olimpia in momenti diversi della propria vita, quella Coppa non è soltanto un torneo. È un pezzo di memoria.
Io ci ho giocato da ragazzo. Poco importa se ero un calciatore “molto amatoriale”: in campo c’ero anch’io, con la stessa emozione di chi indossava quella maglia sapendo che, per una sera, il calcio sembrava qualcosa di terribilmente serio.
Poi sono cresciuto e sono diventato spettatore.
Poi ancora giornalista, e ho seguito, scritto, raccontato alcune edizioni di quella manifestazione che nel frattempo era diventata una consuetudine dell’estate, quasi un appuntamento dell’anima.
E la Coppa Olimpia, alla fine, è entrata persino nella mia storia personale in una maniera che non avrei mai immaginato. Il 5 agosto 2015 ricevetti il Premio di Giornalismo sportivo intitolato a Franco Russo.
Per questo, forse, faccio ancora più fatica a leggere quelle parole: Matteo ha detto basta.
Le ha pronunciate l’altra sera, al Castello di Pizzo, davanti a una comunità che ha imparato negli anni a riconoscere nella Coppa Olimpia molto più di una competizione.
Una faccia triste. La bandiera olimpica tolta dall’asta e ripiegata con cura. I singhiozzi. I ricordi. Le soddisfazioni. Qualche amarezza, inevitabile dopo una storia così lunga. E poi quella consapevolezza terribile e bellissima insieme: 65 edizioni sono una vita.

La 65ª Coppa Olimpia ha celebrato la vittoria della “Chijazza”, ha consegnato medaglie e trofei, ha chiuso un’altra estate di calcio. Ma soprattutto ha segnato la fine di un ciclo.
Il ciclo di M.B., come ormai simpaticamente è stato ribattezzato Matteo Betrò: due lettere che racchiudono una storia fatta di ostinazione, passione, sacrificio e soprattutto di una fedeltà quasi commovente a un’idea. Perché bisogna avere qualcosa dentro per trascinare una manifestazione per sessantacinque anni, attraversando generazioni, mode, difficoltà, estati torride, cambiamenti e inevitabili momenti di stanchezza.
E Matteo quella cosa l’ha avuta. L’ha chiamata passione.
Adesso dice che gli anni pesano. E forse, più ancora degli anni, pesa quella che lui stesso ha definito la mancanza di entusiasmo. Quella linfa che per una vita intera gli ha permesso di ricominciare ogni volta.
E allora bisogna rispettarlo. Bisogna accettare il suo “basta”. Ma permettetemi, almeno per una volta, di essere egoista.
Io non ci credo.
Perché non riesco a pensare l’estate a Pizzo senza la Coppa Olimpia. E non riesco a pensare alla Coppa Olimpia senza Matteo.
So bene che nessuna storia appartiene per sempre a chi l’ha cominciata. E so altrettanto bene che anche le cose più belle, prima o poi, devono trovare qualcuno capace di raccoglierne l’eredità.
Questo è l’augurio più importante che possiamo fare oggi: che ci sia qualcuno, o magari una squadra di persone, pronta a prendere quella bandiera, a rimetterla sull’asta e a farla sventolare ancora. Perché dietro, come ha promesso Matteo, M.B. ci sarà ancora. Non più da protagonista assoluto, ma con idee, consigli, esperienza. E non è poco.

Sessantacinque anni da primo attore organizzativo non si cancellano con una sera di commiato. Non si ripongono dentro una scatola insieme a una coppa. Non si consegnano agli archivi.
Restano nelle persone. Restano nei ragazzi che hanno giocato. Restano negli uomini che oggi, magari con qualche capello bianco in più, ricordano quella partita di tanti anni fa.
Restano nei campioni che sono passati da Pizzo, nei giocatori che arrivavano da tutta la Calabria dopo aver calcato campi e campionati nazionali, perché partecipare alla Coppa Olimpia significava ancora qualcosa.
E restano in chi, come me, ha avuto il privilegio di viverla da più prospettive. È questo che mi rende malinconico.
Perché certe cose non sono semplicemente eventi. Diventano calendario. Diventano abitudine. Diventano estate.
E quando qualcuno annuncia che non ci saranno più, improvvisamente ci accorgiamo di quanto fossero importanti.
A Pizzo il calcio è vita. Oggi lo è ancora di più, perché c’è un terreno in erba sintetica collaudato dalla Figc, perché ci sono strutture, entusiasmo, giovani e una tradizione che non può essere dispersa.
Per questo quella bandiera olimpica, mentre l’altra sera veniva ammainata, non l’ho immaginata come una bandiera che si arrende. L’ho vista come una bandiera che aspetta qualcuno disposto a raccoglierla.
E allora, caro Matteo, permettimi di dirti quello che forse non dovrei. Io non ci credo. Non posso crederci.
Tra un anno, quando tornerà l’estate e Pizzo tornerà a vestirsi di sole, voglio continuare a cercarla quella Coppa, la Coppa Olimpia. Voglio pensare che ci sarà ancora un pallone a rotolare sul rinnovato campo dello stadio Tucci, qualcuno a discutere per un fallo, qualcuno ad esultare, qualcuno a raccontare una partita.
E magari, in tribuna, con quel sorriso un po’ stanco di chi ha già dato tutto, ci sarà anche Matteo Betrò.
Perché alcune storie possono cambiare padrone. Ma non possono finire davvero.
E la Coppa Olimpia, almeno per chi l’ha amata, non è ancora finita.










