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La Kakistocrazia del Tavolo di Baccarat

La Kakistocrazia del Tavolo di Baccarat

da Maurizio
3 Settembre 2026
in politica, opinioni
Tempo di lettura: 6 minuti
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La vera specialità di questo Casinò è trasformare l’assenza in presenza, l’insuccesso in strategia, l’incapacità in prudenza e la confusione in metodo

di Marcello Bardi

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C’è una parola che, ultimamente, gira per i salotti buoni della politica come una fiches sospetta passata di mano in mano: kakistocrazia.

Parola difficile, quasi impronunciabile. Eppure, a Vibo Valentia, rischia di diventare facilissima da capire.

Basta entrare al Tavolo di Baccarat.

Non serve conoscere il greco antico. Non serve aver letto Aristotele. Non serve neppure scomodare Platone, che già avrebbe abbastanza problemi a riconoscere la Repubblica nel salotto dove si gioca oggi.

Basta osservare dal posto privilegiato della Cerasarella.

Churchill, dal suo angolo, fuma il sigaro e guarda Clementine che gli sussurra qualcosa all’orecchio. Scocola conta le fiches.

E il mazziere, allontanato ormai il camerlengo, continua a distribuire carte con l’aria di chi sia convinto che, prima o poi, qualcuno dovrà pur vincere.

Il punto è che nessuno ha ancora stabilito chi.

Perché la kakistocrazia, se proprio vogliamo tradurla in maniera comprensibile ai frequentatori del nostro Casinò, è quella singolare forma di governo nella quale non arrivano necessariamente al potere i migliori, ma quelli che, per una curiosa combinazione di circostanze, si trovano già seduti al tavolo. E una volta seduti, guai a chiedere loro di alzarsi.

La sedia diventa improvvisamente una questione di principio. La poltrona, addirittura, un diritto acquisito.

Il merito?

Quello può aspettare fuori. In fondo al corridoio. Possibilmente senza disturbare.

Churchill osserva e sorride: «Clementine, cara, ho combattuto guerre più semplici».

«Perché?».

«Perché almeno il nemico sapeva di essere il nemico».

Ed è qui che comincia il vero spettacolo.

Perché al Tavolo di Baccarat nessuno è veramente responsabile di nulla, ma tutti sono responsabilissimi di tutto.

Se qualcosa funziona, è merito della macchina. Se non funziona, è colpa della macchina precedente.

Se una decisione arriva tardi, è prudenza. Se arriva troppo tardi, è programmazione. Se non arriva affatto, è una scelta strategica.

E se qualcuno osa domandare perché, improvvisamente diventa lui il problema…

Intanto, Clementine guarda e annota tutto.

«Ma scrivi davvero tutto?».

«Tutto».

«Anche le cose che non succedono?».

«Soprattutto quelle».

Ed è probabilmente questa la vera specialità di questo bizzarro Casinò: trasformare l’assenza in presenza, l’insuccesso in strategia, l’incapacità in prudenza e la confusione in metodo.

Una specie di alchimia amministrativa.

Prendi un problema. Mettilo sul tavolo. Giralo tre volte. Chiedi un parere. Convoca un tavolo. Riconvoca il tavolo. Nomina una commissione. Aspetta.

E alla fine, quando il problema è ormai diventato adulto, lo presenti come una novità. Applausi.

Churchill spegne il sigaro: «Straordinario».

«Cosa?».

«Siamo riusciti a trasformare il tempo perso in una politica pubblica».

Nel frattempo, però, la città continua ad aspettare.

Aspetta servizi. Aspetta risposte. Aspetta scelte.

Aspetta persino che qualcuno si accorga che amministrare non significa semplicemente occupare una sedia mentre gli altri discutono di chi debba sedersi sulla sedia accanto. Ma guai a dirlo.

Al Tavolo di Baccarat certe parole sono proibite.

Competenza, per esempio. Merito. Responsabilità. Risultati.

Sono termini considerati eccessivamente aggressivi. Possono provocare nervosismo.

E, soprattutto, possono mettere qualcuno nella spiacevole condizione di dover dimostrare di saper fare ciò per cui è stato chiamato.

Molto meglio parlare di equilibrio. Di percorso. Di confronto. Di prospettiva.

Parole morbide, innocue, perfette per coprire le crepe. Come un bel tappeto sul pavimento di una stanza che sta marcendo.

Scocola, intanto, ha finalmente capito il gioco. «Ma qui chi vince?».

Nessuno risponde.

«E allora chi perde?».

Silenzio.

Churchill sorride: «La città, mio caro».

E forse è proprio questa la parte più raffinata della kakistocrazia.

Non è necessario essere i peggiori. È sufficiente costruire un sistema nel quale i migliori non abbiano più alcuna convenienza a provarci.

Perché chi sa fare diventa scomodo.

Chi domanda diventa fastidioso. Chi critica diventa nemico. Chi propone diventa sospetto.

Chi, invece, annuisce al momento giusto può tranquillamente diventare indispensabile.

È la meritocrazia rovesciata. L’aristocrazia capovolta.

L’antico governo dei migliori trasformato nel moderno governo dei più adatti alla sopravvivenza.

Vittorio Alfieri, nel 1797, aveva già intuito che bastava cambiare qualche lettera all’aristocrazia per ottenere la sua caricatura più feroce.

A Vibo Valentia, due secoli dopo, qualcuno sembra aver deciso di trasformare quella battuta in un modello organizzativo.

E così il Tavolo continua. Le carte vengono distribuite. Le fiches passano di mano.

Clementine sospira. Scocola controlla la sedia (non si sa mai che qualcuno…).

E Churchill, che ormai ha smesso persino di meravigliarsi, guarda fuori dalla finestra.

La città è lì. Aspetta.

Lui dà un ultimo tiro al sigaro: «Clementine».

«Sì?».

«Sai qual è la differenza tra un’aristocrazia e una kakistocrazia?».

«Immagino che tu stia per dirmelo».

«Nella prima comandano i migliori».

«E nella seconda?».

Churchill sorride.

«Nella seconda comandano quelli che sono riusciti a convincere gli altri di esserlo».

Poi si alza.

E lascia il Tavolo di Baccarat.

Non perché abbia perso. Semplicemente perché ha capito che quella partita non gli interessa più.

Tags: casinòcerasarellaChurchillClementinekakitocraziaScocolaVibo Valentia

Maurizio

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