Non esiste alcun diritto di proprietà sulla vita di un’altra persona. Dobbiamo educare alla libertà dell’altro, alla frustrazione, alla sconfitta, alla separazione e persino al dolore
di Antonella Moschella
Siamo nel 2026 e certe parole sembrano riportarci indietro nel tempo, a un’Italia che pensavamo di avere definitivamente consegnato alla storia.
Prima di gettarsi nel vuoto, Federico Vella avrebbe detto ai poliziotti: «Mi ha tradito, mi ha trattato male, mi ha aggredito».
«Mi ha tradito».
È soprattutto questa frase, pronunciata dopo l’orrore, a lasciare senza parole.
Qualunque conflitto possa esserci stato all’interno di quella relazione tossica, qualunque torto una persona ritenga di avere subito, esiste un principio che non ammette eccezioni: nessun tradimento, nessuna separazione, nessun rifiuto e nessuna offesa sentimentale possono diventare una giustificazione per togliere la vita a un essere umano.
Eppure quel «mi ha tradito» riporta inevitabilmente alla memoria una delle pagine più vergognose della nostra storia giuridica: il cosiddetto delitto d’onore.
Per decenni il nostro Codice penale ha previsto una pena enormemente più mite per chi uccideva il coniuge, la figlia o la sorella in determinate circostanze legate a una relazione sessuale ritenuta illegittima, agendo nello stato d’ira determinato dall’offesa al proprio onore o a quello della famiglia.
Quella disposizione venne finalmente cancellata nel 1981.
Sono trascorsi quarantacinque anni.
La legge è cambiata. La società è cambiata. Le donne hanno conquistato libertà, autonomia e rispetto che per generazioni erano stati loro negati. Eppure, davanti a determinati delitti, viene spontaneo domandarsi se sia cambiata altrettanto profondamente la cultura del possesso.
Il femminicidio non ha semplicemente preso, sul piano giuridico, il posto del vecchio delitto d’onore: sarebbe una sovrapposizione storicamente e giuridicamente impropria.
Ma qualcosa di quella mentalità sembra sopravvivere ogni volta che un tradimento, una separazione o un rifiuto vengono percepiti come un affronto intollerabile; ogni volta che una donna che sceglie di andarsene non viene riconosciuta come una persona libera, ma come qualcuno che sta sottraendo all’altro qualcosa che questi riteneva gli appartenesse.
Ed è questo che dovrebbe terrorizzarci perché nel 2026 esistono ancora persone culturalmente ferme all’idea che essere traditi rappresenti un’umiliazione insopportabile, che essere lasciati significhi perdere la propria dignità e che la libertà dell’altro possa trasformarsi in un’offesa personale da punire.
Ma non esiste alcun diritto di proprietà sulla vita di un’altra persona.
E c’è un altro aspetto sul quale dovremmo riflettere.
Quando una relazione è tossica, logorata da tempo, quando sono venuti meno fiducia, rispetto, serenità e forse persino l’amore, parlare semplicemente di «tradimento» rischia di non raccontare la complessità di ciò che quella coppia stava vivendo.
Un tradimento, vero o presunto, difficilmente può essere considerato un fulmine a ciel sereno quando una coppia non è più unita serenamente nell’amore, quando il rapporto è già attraversato da distanza, incomprensioni, conflitti e mancanza di fiducia. Ed è proprio allora che può nascere quella corazza della vittima, dietro la quale ci si rifugia si trova l’alibi per attribuire interamente all’altro la responsabilità della fine: «mi ha tradito», «mi ha ferito», «mi ha umiliato».
Ed è proprio per questo che quel «mi ha tradito», pronunciato dopo una tragedia, assume un significato inquietante: rischia di spostare sull’altra persona una parte della spiegazione di ciò che si è scelto di fare, quasi a costruire un alibi, ma non esiste alcun alibi.
Anche il tradimento più doloroso può spiegare una sofferenza, una rabbia, una delusione. Può spiegare una notte trascorsa a piangere, mesi di amarezza, la decisione di non voler vedere mai più quella persona.
Non potrà mai giustificare la decisione di toglierle la vita.
Ed è proprio per questo che dobbiamo imparare a educare anche alla perdita.
Sappiamo parlare ai giovani dell’amore, ma molto meno della sua fine. Raccontiamo l’innamoramento, il «per sempre», la coppia, la famiglia. Dovremmo insegnare con la stessa forza che un amore può finire, che qualcuno può smettere di amarci, che possiamo essere traditi, lasciati o rifiutati e che, nonostante tutto, la nostra vita continuerà.
Dobbiamo educare alla libertà dell’altro, alla frustrazione, alla sconfitta, alla separazione e persino al dolore.
Perché essere lasciati può spezzare il cuore, ma non autorizza a spezzare una vita.
Il delitto d’onore è stato cancellato dal nostro ordinamento quarantacinque anni fa, ma cancellare un articolo dal Codice penale è infinitamente più semplice che cancellare una cultura dalla mente delle persone.
Ed è forse questa la battaglia che non abbiamo ancora concluso.
Il delitto d’onore appartiene alla storia del nostro Codice. L’idea malata secondo cui l’«onore ferito», il tradimento, il rifiuto o l’abbandono possano trasformare la persona che abbiamo amato in qualcuno da punire, invece, non è ancora completamente scomparsa.
Finché continueremo a leggere storie nelle quali un «no», una separazione o un presunto tradimento precedono l’uccisione di una donna, non potremo limitarci a liquidare tutto come la follia incomprensibile di un singolo.
Dovremo continuare a interrogarci su ciò che insegniamo ai nostri figli, sul significato che attribuiamo all’amore e, soprattutto, sulla capacità di accettare che l’altro non ci appartiene.










