In un tempo che pretende slogan e appartenenze, il cantautore viene attaccato per aver rivendicato la complessità. Ma il compito di un artista non è schierarsi: è far pensare
di Maurizio Bonanno
Ho resistito. Ho provato: giuro!
Dinanzi al profluvio di post sui social, di dotti editoriali e opinioni varie, mi ero imposto il silenzio, cercando di non cadere nella trappola ed esternare pure il mio pensiero.
Alla fine ho ceduto.
Io sono cresciuto con Rimmel, Pablo, Il signor Hood, Alice, Generale. Mi sono commosso pensando all’Uomo che cammina sui pezzi di vetro; mi sono emozionato immaginando La donna cannone, o pensando che La storia siamo noi. Anch’io ho incitato Nino a non aver paura di tirare un calcio di rigore, mi sono indignato pensando all’amico di Girardengo che cercava giustizia, ma trovò la legge.
Sono cinquant’anni che Francesco De Gregori “parla” di politica. E ci descrive, ci racconta.
Certo, non lo fa sgarbatamente come molti influencer de noialtri o come i troppi politicanti urlanti nei talk show televisivi, ma lo fa con la poesia delle sue canzoni. E non credo che sia in dubbio la sua simpatia politica, che peraltro non coincide con la mia.
Vi ricordate di Socrate? «Io so di non sapere». Ecco, De Gregori sembra aver fatto propria quella lezione. Con una modestia rara.
Eppure, proprio questa prudenza intellettuale è diventata motivo di accusa. Dopo le sue parole sulla guerra, su Gaza, sugli appelli degli artisti e sulla superficialità con cui troppo spesso si affrontano questioni drammaticamente complesse, si è scatenata la solita macchina dell’indignazione.
Naturalmente si è mobilitato il mondo dei “liberi pensatori”, quelli per cui puoi esprimere la tua opinione soltanto se coincide con la loro. Altrimenti sei colpevole. Non importa di cosa. Basta sancire che sei fuori dal coro.
Il punto, però, è un altro.
Perché la poesia non militante dovrebbe valere meno di quella impegnata? Perché un artista dovrebbe essere costretto a schierarsi secondo il copione del momento per essere considerato moralmente accettabile?
Il poeta non è un funzionario della politica. Non è un commissario ideologico. Non è un portavoce di campagne social. Il poeta osserva, dubita, scava, problematizza. E spesso prova una naturale diffidenza verso l’applauso delle tifoserie.
Non antipolitica, ma impolitica. Una distanza critica dall’ipocrisia e soprattutto dalla retorica. Quella retorica che riempie i vuoti del pensiero e offre risposte immediate a domande che meriterebbero invece studio, riflessione e perfino silenzio.
È esattamente ciò che mi aspetto da un artista: che mi tolga dalle mie certezze, che metta in discussione il mio conformismo, che smuova le zolle dure della pigrizia intellettuale.
Dopo le parole su Gaza e sulle guerre, De Gregori ha fatto esattamente questo. Quello che ha sempre fatto.
Si è scansato dalle scie del conformismo. Dagli appelli facili. Dalle semplificazioni.
Dalla pretesa che tutto possa essere ridotto a una tifoseria.
Perché distinguere non significa giustificare. Significa pensare.
Distinguere tra Palestina e Hamas. Tra il popolo israeliano e il governo israeliano.
Tra la critica politica e l’antisemitismo.
Tra la solidarietà umana e la propaganda.
Secondo me, il senso delle sue parole era semplice: esistono questioni che richiedono cautela, profondità e conoscenza. E forse dovrebbe imbarazzarci la facilità con cui oggi si assumono posizioni assolute su conflitti che hanno radici storiche, culturali e religiose enormemente complesse.
Per questo trovo paradossale che proprio chi invoca il dialogo abbia reagito con insulti e aggressività.
Francesco De Gregori è stato travolto dalla volgarità del conforme. Da quella parte del mondo culturale che confonde la complessità con l’ambiguità e il dubbio con la codardia. Da artisti sempre in scia. Da intellettuali a gettone. Da professionisti dell’indignazione permanente.
Eppure De Gregori non è mai stato un estremista. Mai un uomo degli slogan. Mai un uomo delle curve.
È sempre stato un autore riflessivo, moderato, capace di guardare la realtà senza trasformarla in una caricatura ideologica.
Forse è proprio questo il problema. De Gregori è, per molti, un libro troppo complesso.
Non perché sia oscuro. Non perché sia difficile. Ma perché rifiuta ostinatamente di stare dentro una definizione semplice, dentro uno slogan, dentro una fazione.
La nostra epoca ama le etichette. Ama il bianco e il nero. Ama le sentenze rapide. Ama i tribunali social.
Chi invece continua a difendere il diritto alla complessità viene guardato con sospetto.
Eppure la storia della letteratura ci insegna il contrario. Anche Giovanni Pascoli fu criticato per la sua distanza dalla militanza politica. Ma il poeta non ha l’obbligo di decidere per conto nostro. Non è un dirigente di partito. Non è un attivista. Non deve nulla.
Può.
E questo basta.
Come ha scritto Andrea Appino, «l’arte è pensiero che esce dal corpo né più né meno come lo sterco».
Brutale, forse. Ma efficace.
L’arte non nasce per rassicurare le masse o per certificare la bontà delle opinioni dominanti. Nasce per interrogare, disturbare, illuminare.
Per questo oggi mi sento di stare dalla parte di Francesco De Gregori.
Non necessariamente dalla parte delle sue idee. Ma dalla parte del suo diritto di esprimerle senza essere sottoposto a un processo sommario.
Dalla parte della complessità contro la semplificazione. Del dubbio contro il fanatismo. Della poesia contro gli slogan.
In fondo, Francesco De Gregori ha commesso un solo peccato: non essere diventato prevedibile.
Non ha recitato la parte che gli era stata assegnata. Non ha firmato il manifesto giusto al momento giusto. Non ha pronunciato le parole che una parte del pubblico voleva sentirsi dire.
Ha preferito fare ciò che fanno gli artisti autentici: complicare la realtà invece di semplificarla.
E in un tempo che vive di slogan, hashtag e sentenze immediate, la complessità è diventata l’ultima vera forma di ribellione.
Un altro cantautore, che sa stare fuori dagli schemi, qualche anno fa tuonò: “Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa. Però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia”.
Eh già! Perché la poesia, quella vera, non nasce per confermare ciò che sappiamo già. Nasce per costringerci a pensare ciò che non avevamo ancora avuto il coraggio di pensare.









