L’Italia è ricca di persone oneste, di servitori dello Stato, di magistrati, forze dell’ordine, insegnanti, medici e volontari che ogni giorno lavorano per il bene comune
di Antonella Moschella
Le immagini di Montesanto non sono soltanto cronaca sono la fotografia di uno Stato che, agli occhi di molti cittadini onesti, da troppo tempo arretra davanti alla criminalità organizzata.
Una rissa in pieno centro. Colpi di pistola. Un uomo armato di un fucile d’assalto tra la folla. Bambini, famiglie, turisti costretti a fuggire. E la domanda è inevitabile: come può accadere tutto questo nel cuore di una grande città europea?
Il problema non è solo chi impugna un’arma. Il problema è che questi soggetti sembrano non avere alcun timore dello Stato. Agiscono in pieno giorno, davanti a tutti, come se il territorio appartenesse a loro. È il segnale più grave: in alcuni quartieri il potere criminale viene percepito come più forte dell’autorità dello Stato.
Non riguarda soltanto Napoli ma anche Palermo, Roma, Milano e tante altre città hanno quartieri in cui la criminalità organizzata o la delinquenza hanno costruito negli anni un controllo del territorio che nessuno dovrebbe accettare in uno Stato di diritto.
Le forze dell’ordine fanno un lavoro straordinario e rischiano la vita ogni giorno, ma non possono essere lasciate sole. Arrestano, sequestrano armi, combattono la mafia e la criminalità, mentre troppo spesso i cittadini hanno la percezione che il sistema non riesca a impedire il ripetersi degli stessi fenomeni.
Lo Stato deve tornare a occupare ogni metro del proprio territorio. Non può esistere una sola strada, un solo quartiere, una sola piazza in cui siano i criminali a decidere chi entra, chi esce e chi comanda.
Servono una giustizia rapida, pene effettive, controlli continui, investimenti nelle scuole, nelle periferie e nei servizi sociali, ma serve soprattutto la volontà politica di affermare un principio semplice: nessuna parte d’Italia può essere abbandonata all’illegalità.
È necessario anche proteggere i bambini che crescono in contesti dominati dalla criminalità organizzata in famiglie mafiose. Ogni minore ha il diritto di essere educato alla legalità e non all’odio verso le istituzioni. Quando un ambiente familiare o criminale compromette gravemente il suo sviluppo, lo Stato ha il dovere di intervenire con gli strumenti previsti dalla legge, mettendo sempre al primo posto il futuro del bambino.
Lo Stato non può limitarsi a rincorrere la criminalità deve prevenirla, contrastarla e dimostrare ogni giorno, con la propria presenza, che la legge è più forte della violenza. Che il bene vince il male.
Perché quando i cittadini iniziano a pensare che in alcuni quartieri comandino i clan e non le istituzioni, non è soltanto un problema di ordine pubblico. È una sconfitta dello Stato. E uno Stato che arretra davanti alla criminalità rischia di perdere la fiducia dei suoi cittadini ancora prima del controllo del territorio.
Negare i problemi che affliggono l’Italia non significa risolverli, ma lasciarli crescere.
Ogni volta che si minimizza la criminalità, il degrado, la povertà, la dispersione scolastica o le difficoltà della giustizia, si rinvia soltanto il momento in cui quei problemi diventeranno ancora più gravi.
Un Paese maturo non nasconde le proprie ferite: le riconosce, le affronta e cerca soluzioni concrete. Il vero pericolo non è denunciare ciò che non funziona, ma abituarsi all’idea che sia normale.
L’Italia è ricca di persone oneste, di servitori dello Stato, di magistrati, forze dell’ordine, insegnanti, medici e volontari che ogni giorno lavorano per il bene comune. Proprio per rispetto del loro impegno, non possiamo chiudere gli occhi davanti alle realtà in cui la criminalità, il degrado o l’illegalità continuano a sottrarre libertà ai cittadini.
Affrontare i problemi non significa parlare male dell’Italia. Significa amarla abbastanza da pretendere che nessun territorio venga lasciato indietro e che lo Stato sia presente ovunque con la forza della legge, della giustizia e della legalità.











