La tecnologia non è il nemico. Viviamo in un mondo digitale e sarebbe sbagliato demonizzarla
di Antonella Moschella
Sempre più spesso la prima cosa che un bambino riceve tra le mani non è un libro, un gioco creativo o una carezza, ma uno smartphone. Lo si consegna per farlo smettere di piangere, per tenerlo buono al ristorante, in auto, a casa o durante una conversazione. È una soluzione comoda e immediata, ma rischia di avere un costo altissimo.
Un recente studio dell’Università di Hong Kong ha evidenziato un precoce utilizzo dei dispositivi digitali, con gravi ripercussioni sulla salute psicofisica. Un sondaggio condotto da Ipsos rivela che il 52% dei bambini tra i sei e i dirci anni possiede già uno smartphone. Prima dei sei anni usano quello dei genitori. Non si tratta di un semplice passatempo: il disturbo da gioco online è riconosciuto anche dalla comunità scientifica come una forma di dipendenza comportamentale.
Ma sarebbe troppo facile puntare il dito soltanto contro i videogiochi.
La colpa è degli adulti. La prima educazione non nasce a scuola, ma tra le mura di casa. Non possiamo pretendere che insegnanti, psicologi o terapeuti riparino ciò che per anni è stato delegato a uno schermo. Un cellulare può distrarre un bambino, ma non può educarlo. Può farlo tacere, ma non gli insegnerà mai a gestire le emozioni, il rispetto delle regole, la frustrazione o il valore delle relazioni umane.
Essere genitori significa esserci, anche quando è faticoso. Significa dire dei “no”, dedicare tempo, ascoltare, dare l’esempio e non scegliere sempre la strada più comoda. Ogni minuto trascorso insieme costruisce un adulto più forte; ogni ora affidata senza limiti a uno schermo rischia di creare un vuoto che nessuna tecnologia potrà colmare.
I figli non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di genitori presenti perché i bambini che oggi crescono educati da uno smartphone saranno gli adulti che domani la società si troverà ad affrontare. E di quel futuro non potremo dare la colpa ai videogiochi, alla scuola o alla tecnologia: la responsabilità educativa resta, prima di tutto, nelle mani degli adulti.
Molti genitori, spesso inconsapevolmente, affidano alla tecnologia un compito che spetta a loro: educare, intrattenere, consolare e insegnare ad affrontare la noia e la frustrazione. Così il cellulare diventa una babysitter silenziosa. Il bambino cresce sempre più solo, sostituendo il dialogo con i genitori con quello virtuale di uno schermo.
Se poi i videogiochi proposti sono basati su guerra, violenza, uccisioni e aggressività, il rischio aumenta ulteriormente. Naturalmente un videogioco non trasforma automaticamente un ragazzo in una persona violenta, ma un’esposizione continua a contenuti aggressivi, soprattutto in assenza di educazione, dialogo e limiti, può influenzare il modo di vivere le emozioni e i rapporti con gli altri.
Educare significa anche dire dei “no” significa stabilire orari, regole, controllare i contenuti, proporre alternative: sport, lettura, musica, gioco all’aperto, amicizie vere, tempo trascorso insieme. Tutto questo richiede fatica, pazienza e presenza.
Purtroppo, quando per anni ogni richiesta viene soddisfatta con uno schermo, arriva un momento in cui imporre regole diventa molto più difficile. Il ragazzo reagisce con rabbia, irritabilità, isolamento. In alcuni casi il disagio diventa così profondo da rendere necessario l’intervento di psicologi o psicoterapeuti. Non perché la terapia sia un fallimento, ma perché spesso si arriva a chiedere aiuto quando il problema è ormai radicato.
La tecnologia non è il nemico. Viviamo in un mondo digitale e sarebbe sbagliato demonizzarla. Esistono videogiochi educativi, strumenti straordinari per imparare e comunicare. Il problema nasce quando lo schermo sostituisce l’educazione, quando diventa il rifugio permanente del bambino e la scorciatoia dell’adulto.
I figli non hanno bisogno soltanto di connessioni interne hanno bisogno soprattutto di connessioni umane: di genitori che parlino con loro, li ascoltino, giochino insieme, insegnino il rispetto, la pazienza e il valore delle relazioni.
Perché educare è molto più difficile che consegnare uno smartphone, ma è anche l’investimento più importante che una famiglia possa fare. I bambini di oggi saranno gli adulti di domani. Se vogliamo una società meno violenta, meno fragile e meno dipendente, dobbiamo iniziare a costruirla nelle nostre case, un dialogo e un abbraccio alla volta.











