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Il Cantastorie
L’Inutile Germoglio
A che servono i vecchi manifesti di tuo padre,
le foto ingiallite coi potenti, le tessere di partito ostentate,
se tu, seduto su quella poltrona vellutata e troppo grande,
resti soltanto un’ombra muta, un’effigie di cera senza voce?
Cosa vanti quel sangue, se di tuo non hai messo un grammo?
C’è chi per te ha scavato la terra, ha tessuto la rete,
ha spartito le briciole, ha fatto promesse nei vicoli della città,
e tu, miracolato della genetica, ne raccogli i frutti.
Ti muovi tra i palazzi con la boria di un Cesare conquistatore,
ma sei solo un piccolo arrampicato sulle spalle di un gigante astuto.
Senza quel nome cosa saresti? un passante tra i tanti sul Corso!
Invece firmi decreti scritti da altri, muovendo labbra telecomandate.
«Guardate il giovane che avanza!», sussurrano al tavolo di baccarat…
mentre il popolo, stanco e assopito dal solito vecchio gioco,
china la testa davanti al burattino, per non dispiacere al burattinaio.
O Vibo, terra d’antichi fasti e oggi di moderni servi,
fino a quando accetterai che il merito sia solo un vitalizio di famiglia?
Tu non hai vinto una sfida, non hai sudato un solo voto;
la tua sedia è un prestito, il tuo potere un affitto paterno.
Ti pavoneggi, ma sai per cosa? il blasone copre solo il passo
di un giovane vecchio che imita i percorsi di chi lo ha generato,
mentre la città affonda, governata dall’eredità e non dal valore.










