La libertà di stampa è sacrosanta, ma non significa immunità dalla critica. Essere vittima merita rispetto, ma non significa essere intoccabili. E chiedere spiegazioni non significa emettere una condanna
di Antonella Moschella
Per anni Sigfrido Ranucci ha fatto delle domande la materia prima del proprio mestiere. Report ha costruito la sua identità sul giornalismo d’inchiesta: documenti, rapporti personali, frequentazioni, interessi, conversazioni e collegamenti sono stati messi sotto la lente d’ingrandimento per cercare ciò che poteva nascondersi dietro l’apparenza. È il compito del giornalismo investigativo e, quando viene esercitato con rigore e rispetto dei fatti, rappresenta una risorsa fondamentale per la democrazia.
Ma esiste una regola che dovrebbe valere soprattutto per chi indaga sugli altri: le domande non possono avere una sola direzione.
Il caso Ranucci è diventato molto più complesso dopo gli sviluppi dell’inchiesta sull’attentato del 16 ottobre 2025 davanti alla sua abitazione di Pomezia. L’esplosione di un ordigno che danneggia le automobili di Ranucci e della figlia è un fatto gravissimo e su questo non possono esserci ambiguità. Ranucci è vittima di quell’attentato e, allo stato delle conoscenze pubbliche, non risultano elementi che dimostrino una sua preventiva conoscenza del progetto.
Poi, però, emerge una realtà sorprendente. Valter Lavitola, ex direttore dell’Avanti! e protagonista in passato di importanti vicende giudiziarie, ammette davanti al giudice di essere stato il mandante dell’attentato. E Lavitola non era semplicemente uno sconosciuto che gravitava attorno a Ranucci: tra i due si era sviluppato negli anni un rapporto molto stretto, tanto che Lavitola, attraverso il proprio legale, è arrivato a definire Ranucci un “fratello”.
Ed è qui che nasce il paradosso.
Ranucci aveva conosciuto Lavitola proprio nell’ambito della propria attività giornalistica. Successivamente quel rapporto si sarebbe trasformato in una frequentazione personale e in un’amicizia. Nulla di tutto questo costituisce di per sé un reato. Frequentare una persona con precedenti giudiziari non rende automaticamente complici delle sue azioni, e sarebbe profondamente sbagliato applicare una sorta di responsabilità penale per conoscenza o amicizia.
Ma il problema non è soltanto penale. Esiste anche quello della coerenza giornalistica.
Quante volte un rapporto, una telefonata, una cena, una conoscenza o una frequentazione sono diventati elementi di un’inchiesta giornalistica? Quante volte all’opinione pubblica è stato chiesto di interrogarsi non soltanto sui reati accertati, ma anche sulle relazioni e sulle zone d’ombra che circondavano una persona?
E allora la stessa domanda deve poter essere rivolta a chi quelle inchieste le conduce.
Non per vendetta. Non per delegittimare Report. Non per mettere sotto processo il giornalismo investigativo. Ma perché la trasparenza che pretendiamo dagli altri acquista valore soltanto quando siamo disposti ad accettarla anche per noi stessi.
C’è inoltre la vicenda delle chat e delle parole attribuite a Ranucci sulla possibilità di renderle pubbliche qualora venisse estromesso dalla guida di Report. La magistrata Clementina Forleo ha posto interrogativi durissimi, arrivando a domandarsi chi Ranucci starebbe ricattando e perché, a suo giudizio, dichiarazioni di quella natura non abbiano determinato un’indagine per estorsione.
L’estorsione è naturalmente una fattispecie penale precisa e non può essere dichiarata sulla base di una polemica pubblica. Stabilire se esistano gli estremi di un reato compete esclusivamente alla magistratura attraverso gli strumenti previsti dalla legge.
Ma rimane una domanda che non può essere cancellata: se quelle chat contengono informazioni di interesse pubblico, perché la loro eventuale divulgazione dovrebbe essere collegata alla permanenza di Ranucci alla guida di Report? Che cosa significa “tutti”? A chi si riferisce? E perché quelle conversazioni dovrebbero diventare pubbliche proprio nel momento in cui qualcuno decidesse di allontanarlo?
Fare queste domande non significa condannare Ranucci significa utilizzare esattamente quello strumento che il giornalismo d’inchiesta rivendica da sempre: il diritto di chiedere spiegazioni.
Ranucci ha certamente il diritto di raccontare la paura, il dolore e persino il senso di tradimento provocati da un attentato. Una bomba davanti alla propria casa resta un fatto gravissimo, anzi, scoprire che dietro un gesto del genere ci sia una persona quasi familiare rende, umanamente, la ferita ancora più profonda, ma richiamare Giovanni Falcone per rappresentare la propria vicenda appare fuori luogo, perché Falcone appartiene a una storia profondamente diversa: era un magistrato impegnato nella lotta a Cosa nostra, assassinato dalla mafia proprio per il lavoro che svolgeva. Accostare le due vicende rischia quindi di creare un parallelismo improprio, soprattutto considerando che nel caso Ranucci il mandante dell’attentato sarebbe proprio una persona con la quale il giornalista aveva instaurato negli anni un rapporto personale molto stretto, nonostante il suo noto passato giudiziario.
Falcone era un magistrato che aveva dichiarato guerra giudiziaria a Cosa nostra e che Cosa nostra assassinò insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli uomini della sua scorta. La sua morte rappresenta una delle pagine più drammatiche della storia repubblicana. Richiamarne la figura per interpretare una vicenda personale così diversa rischia di creare un parallelismo sproporzionato e, soprattutto, di spostare l’attenzione dalle domande concrete che oggi attendono risposte.
Ranucci non perde la propria condizione di vittima perché qualcuno gli pone delle domande, ma essere vittima non può diventare uno scudo contro le domande.
Chi esercita il giornalismo d’inchiesta possiede un potere enorme. Una trasmissione televisiva può cambiare la percezione pubblica di una persona molto prima che un tribunale stabilisca se abbia commesso qualcosa. Un sospetto, una frequentazione controversa o un collegamento possono produrre conseguenze pesantissime sulla reputazione. Proprio per questo bisogna ricordare sempre che esiste una distanza enorme tra porre interrogativi e dimostrare un illecito, tra raccontare un’indagine e pronunciare una sentenza.
Vale per coloro che finiscono davanti alle telecamere di Report. E deve valere anche per Ranucci.
Non sarebbe corretto sostenere genericamente che le sue inchieste abbiano “rovinato” persone innocenti senza analizzare i singoli casi e le relative prove, ma è altrettanto legittimo osservare che il giornalismo investigativo può incidere profondamente sulla reputazione delle persone e che proprio chi esercita questo potere dovrebbe comprendere meglio di chiunque altro il peso di un sospetto pubblico.
Oggi, paradossalmente, l’inchiesta riguarda chi per mestiere fa inchieste.
E allora non servono né santificazioni né processi sommari. Serve trasparenza.
Ranucci rimane la vittima dell’attentato finché i fatti conosciuti indicano questo. Lavitola dovrà rispondere delle proprie eventuali responsabilità. La magistratura dovrà chiarire movente, dinamiche e responsabilità. Ma Ranucci, sul piano pubblico e professionale, dovrebbe spiegare senza sentirsi delegittimato la natura del rapporto con Lavitola, il significato delle conversazioni emerse, la questione dell’eventuale progetto politico e soprattutto il senso delle parole sulle chat che potrebbero essere rese pubbliche.
Perché esiste una forma molto semplice di giustizia intellettuale: accettare per noi stessi le domande che abbiamo rivolto agli altri.
La libertà di stampa è sacrosanta, ma non significa immunità dalla critica. Essere vittima merita rispetto, ma non significa essere intoccabili. E chiedere spiegazioni non significa emettere una condanna.
Chi per anni ha tenuto una lente d’ingrandimento sulle vite degli altri non può stupirsi se, un giorno, quella stessa lente viene girata verso di lui.









