La risposta più potente alla banalità del male è la quotidianità del bene. Non occorrono gesti eroici. A volte basta fermarsi. Guardare. Ascoltare. Non girare la testa quando qualcosa ci sembra sbagliato
di Antonella Moschella
Ci sono episodi che potrebbero sembrare piccoli davanti alle grandi tragedie raccontate ogni giorno dalla cronaca. Un gattino di appena due mesi, un bordo strada, un uomo che, secondo il racconto della veterinaria intervenuta, cerca di schiacciarlo con gli scarponi. Nessuna grande scena, nessuna folla, nessun gesto destinato a cambiare il corso della storia. Eppure proprio nella semplicità terribile di quella scena si nasconde qualcosa che dovrebbe inquietarci profondamente: la banalità del male.
È accaduto a Lamezia Terme. Un micino rosso piange disperatamente nell’erba accanto a una strada trafficata. La dottoressa Lorena Franconeri sente quel miagolio e decide di fermarsi. Avvicinandosi, secondo quanto raccontato dalle veterinarie, vede un uomo che pesta nell’erba proprio nel punto in cui si trova il piccolo, apparentemente nel tentativo di schiacciarlo. Quando si accorge della sua presenza, l’uomo si allontana. Il gattino viene recuperato, portato in ambulatorio, visitato, nutrito e finalmente messo al sicuro.
Tra la morte e la vita, questa volta, ci sono stati pochi secondi e una persona che ha scelto di non voltarsi dall’altra parte.
Cosa può spingere un essere umano a cercare di uccidere una creatura di appena due mesi che non rappresenta alcuna minaccia, che non può difendersi e che davanti alla violenza possiede soltanto un miagolio?
È proprio qui che quella piccola storia smette di riguardare soltanto un gatto e comincia a riguardare tutti noi.
Hannah Arendt utilizzò l’espressione “banalità del male” in un contesto storico immensamente diverso e incomparabilmente più tragico. Non sarebbe corretto sovrapporre realtà tanto lontane, ma quella riflessione conserva un insegnamento universale: il male non sempre si presenta con un volto mostruoso e riconoscibile. Può insinuarsi nella normalità, diventare gesto, abitudine, indifferenza, incapacità di percepire l’altro come essere vivente degno di rispetto.
Ed è questo che dovrebbe spaventarci.
Perché siamo abituati a immaginare la persona crudele come qualcuno profondamente diverso da noi, immediatamente riconoscibile. Invece può avere un volto qualunque, attraversare la nostra stessa strada, condurre una vita apparentemente normale e, davanti a una creatura indifesa, scegliere deliberatamente di farle del male.
La vera bestia, allora, non è l’animale.
Gli animali agiscono prevalentemente secondo istinto. L’essere umano possiede invece coscienza, capacità di scegliere, possibilità di distinguere ciò che può fare da ciò che non dovrebbe mai fare. È proprio questa libertà a rendere ancora più inquietante la crudeltà gratuita.
Maltrattare un animale non dovrebbe essere considerato una semplice questione di sensibilità animalista. È anche una questione sociale. La crudeltà verso chi è più debole ci interroga sulla capacità di provare empatia, sul rapporto con la vulnerabilità e sul limite che poniamo alla nostra aggressività. Non significa affermare automaticamente che chi maltratta un animale farà necessariamente del male a una persona: sarebbe una conclusione semplicistica. Significa però comprendere che l’abitudine a considerare la sofferenza altrui irrilevante rappresenta un segnale che una comunità non dovrebbe banalizzare.
Perché oggi davanti a quello scarpone c’era un gattino.
Domani davanti alla prepotenza di qualcuno potrebbe esserci un bambino, un anziano, una persona con disabilità, una donna, un uomo fragile o semplicemente qualcuno incapace di difendersi.
Il punto non è stabilire un’equazione automatica tra violenza sugli animali e violenza sugli esseri umani. Il punto è molto più profondo: quando viene meno il rispetto per la vulnerabilità, abbiamo un problema che riguarda l’intera società.
La violenza possiede infatti una caratteristica pericolosa: può diventare normale agli occhi di chi la esercita e persino di chi la osserva. Prima ci scandalizziamo, poi ci abituiamo, infine passiamo oltre. Ed è proprio quel passare oltre a permettere al male di trovare spazio.
Per questo, nella storia di Lamezia Terme, accanto allo scarpone c’è un altro simbolo molto più importante: una persona che si ferma.
La veterinaria avrebbe potuto continuare per la propria strada. Avrebbe potuto pensare che fosse soltanto un gatto che miagolava nell’erba. Invece ha ascoltato, si è avvicinata ed è intervenuta. Un gesto apparentemente semplice ha salvato una vita.
Ed è forse questa la risposta più potente alla banalità del male: la quotidianità del bene.
Non occorrono sempre gesti eroici. A volte basta fermarsi. Guardare. Ascoltare. Non girare la testa quando qualcosa ci sembra sbagliato. Il male prospera soprattutto quando trova intorno a sé indifferenza; il bene comincia quando qualcuno decide che la sofferenza di un altro essere vivente lo riguarda.
Ogni volta che tolleriamo la crudeltà gratuita perché la vittima è “soltanto un animale”, abbassiamo di qualche centimetro il confine morale che protegge i più fragili. E una società che continua ad abbassare quel confine rischia, prima o poi, di non riconoscere più la sofferenza nemmeno quando ad avere paura sarà un essere umano.
Quel micino, questa volta, è stato salvato.
Ma forse il suo miagolio dovrebbe continuare a disturbarci.
Perché ci ricorda che la vera misura della nostra umanità non è la forza che possediamo, ma ciò che scegliamo di fare quando davanti a noi incontriamo qualcuno che non può difendersi.










