Il New York Times racconta la Costa degli Dei. E ci ricorda che la nostra più grande ricchezza è proprio quella che troppo spesso non sappiamo valorizzare
Per una volta non siamo noi calabresi a dire che la Calabria è meravigliosa. Lo dice il New York Times.
E non lo dice in un trafiletto, non lo suggerisce tra le righe, non la infila in una classifica qualsiasi. La racconta. La percorre. La guarda. La assaggia. La fotografa. E alla fine la consegna ai suoi milioni di lettori nel mondo con un titolo che, da solo, vale più di mille campagne promozionali: The Divine Allure of Calabria’s Coast of the Gods.
Il fascino divino della Costa degli Dei.
Per il Vibonese non è una semplice notizia di turismo. È una piccola rivincita. Di quelle che fanno piacere proprio perché arrivano da lontano e perché, soprattutto, non hanno il sapore della propaganda.
Questa volta, infatti, non siamo stati noi a raccontare quanto siamo belli. È venuto qualcuno da fuori a scoprirlo. E questa differenza conta.
Il New York Times, una delle più autorevoli e influenti testate giornalistiche del mondo, ha scelto di dedicare un lungo reportage alla Costa degli Dei. E già questo, per il Vibonese e per la Calabria, è un fatto che nonsi può ignorare. Anzi, merita di essere accolto per quello che è: un motivo di legittima, autentica soddisfazione.
Il titolo scelto dalla testata americana è quasi una dichiarazione d’amore: The Divine Allure of Calabria’s Coast of the Gods. Il fascino divino della Costa degli Dei. Ma ciò che più ci interessa non è soltanto l’enfasi del titolo. È lo sguardo.

Perché questa volta il Vibonese non viene raccontato attraverso gli stereotipi che troppo spesso hanno accompagnato la narrazione internazionale della Calabria. Non siamo soltanto la terra dei problemi, delle emergenze, della criminalità, delle infrastrutture che non funzionano, delle classifiche nelle quali ci si vergogna di comparire.
Siamo anche altro.
Siamo Pizzo, Parghelia, Zungri, Tropea, Ricadi, Capo Vaticano, Carìa. Siamo il mare turchese e le scogliere, le chiese e i palazzi nobiliari, il castello di Murat e la chiesetta di Piedigrotta, le grotte e le spiagge. Siamo il tartufo di Pizzo, la cipolla rossa di Tropea, il bergamotto, la ‘nduja, il pane, i grani antichi.
Siamo soprattutto una terra nella quale la storia non è ancora diventata soltanto una voce nei libri.
Il reportage della giornalista Laura Rysman, accompagnato dalle immagini di Pontus Berghe, restituisce infatti una Calabria stratificata, nella quale convivono tracce greche, romane, bizantine, arabe, normanne e spagnole. Ma soprattutto restituisce una comunità che, nonostante tutto, continua a custodire tradizioni, feste, musiche, sapori, gesti e ritualità.
È questo, forse, l’aspetto che dovrebbe renderci più orgogliosi.
Il New York Times non ha trovato una cartolina. Ha trovato un territorio.
E, se una cartolina è immobile, un territorio vive, cambia, soffre, conserva, produce, accoglie e qualche volta sbaglia.
Ed è proprio qui che il reportage americano diventa ancora più interessante per noi.
Perché non nasconde le contraddizioni. Racconta la bellezza di Tropea, ma racconta anche il rischio che quella stessa bellezza venga soffocata dalla pressione turistica. Racconta il mare, ma registra le difficoltà dei trasporti. Avrebbe voluto arrivare a Vibo Valentia e visitare il castello (che noi definiamo federiciano, piuttosto che normanno com’è nella vulgata comune), il museo archeologico e le mura greche, ma il viaggio salta per la cancellazione di un treno.
È un dettaglio che dovrebbe farci riflettere.
La promozione più efficace del mondo vale poco se poi non siamo capaci di far funzionare il territorio. Ed è forse questa la lezione più importante che dovremmo trarre dalla prestigiosa vetrina internazionale.
Non basta essere belli. Bisogna essere all’altezza della propria bellezza. Non basta che il mondo scopra la Costa degli Dei. Dobbiamo essere capaci di conservarla, proteggerla, organizzarla e renderla accessibile.
Il sindaco di Tropea Giovanni Macrì, commentando il reportage, ha parlato di una maggiore responsabilità. È una considerazione che ViViPress condivide pienamente.
Perché quando una testata come il New York Times accende i riflettori su un territorio, la vetrina diventa anche uno specchio. E nello specchio non si vedono soltanto il mare, Santa Maria dell’Isola, i tramonti e le spiagge. Si vedono anche la mobilità, la pulizia, i servizi, la qualità dell’accoglienza, la sanità, le infrastrutture, la capacità di governare il turismo.
Il mondo ci sta guardando.
E sarebbe un errore limitarci a compiacerci perché finalmente qualcuno, dall’altra parte dell’oceano, si è accorto di quanto siamo belli. Dovremmo piuttosto chiederci se siamo pronti a meritare quello sguardo.
Perché il dato più importante del reportage non è che il New York Times abbia scoperto la Costa degli Dei. La Costa degli Dei esiste da millenni e non aveva certo bisogno del certificato di un giornale americano per sapere quanto vale.
La vera novità è che oggi milioni di lettori nel mondo possono scoprirlo. E questo può diventare una straordinaria opportunità.
Un’opportunità turistica, certamente. Ma anche culturale ed economica. Un’occasione per raccontare una Calabria diversa, per attirare viaggiatori interessati non soltanto al mare, ma alla storia, all’identità, all’enogastronomia, ai borghi, alle tradizioni. Un’occasione per convincere anche i giovani che questa terra non deve necessariamente essere soltanto il luogo da cui partire, ma può tornare a essere il luogo nel quale investire, creare, restare.
Il reportage racconta proprio questo: giovani che tornano e provano a costruire qualcosa nella propria terra. E allora sì, siamo orgogliosi che il Vibonese sia entrato in una delle più prestigiose vetrine giornalistiche internazionali.
Lo siamo senza complessi di inferiorità e senza bisogno di trasformare questa storia in uno slogan.
Perché questa volta non siamo stati noi a dire al mondo quanto siamo bravi. È stato il mondo, attraverso una delle sue più autorevoli testate, a venire qui, a guardare, ad ascoltare, ad assaggiare, a navigare, a camminare nei nostri borghi e nelle nostre campagne.
E alla fine ha raccontato una terra imperfetta, certo. Ma anche bellissima, autentica, identitaria, sorprendente. Una terra che forse non ha ancora imparato fino in fondo a raccontarsi.
Adesso, però, qualcuno l’ha raccontata per noi. Sta a noi non sprecare questa occasione.











