Comunicare è anche aiutarsi reciprocamente a comprendere la vita mentre accade. La vita già ci sottrae abbastanza tempo. Non dovremmo aiutarla sottraendoci anche la presenza
di Antonella Moschella
Comunicare. Una parola semplice, quasi scontata, eppure dentro quella parola vive una parte essenziale dei rapporti umani. Comunicare non significa soltanto trasmettere informazioni. Significa aprire una finestra sulla propria giornata e permettere a qualcuno di guardare dentro ciò che si è vissuto.
Quante volte un genitore avrà chiesto a un figlio, una moglie al proprio marito, un compagno alla propria compagna o a un amico: Perché non mi hai chiamato quando hai finito?”
E quante volte si sarà sentito rispondere: “Perché non avevo nulla da dirti”.
Eppure era trascorsa un’intera giornata. Erano passate ore di vita. C’erano stati incontri, parole ascoltate e pronunciate, pensieri, silenzi, piccoli fastidi, forse una preoccupazione, una soddisfazione, una delusione. Qualcuno avrà fatto sorridere, qualcun altro avrà irritato. Ci sarà stato un momento di stanchezza, un pensiero improvviso, qualcosa che avrebbe meritato anche soltanto poche parole.
Allora forse il problema non è davvero non avere nulla da dire. Il problema comincia quando si perde il desiderio di raccontarlo.
Perché quella telefonata fatta uscendo da scuola o dal lavoro non serviva necessariamente a comunicare un avvenimento importante. Non occorreva che fosse successo qualcosa di straordinario. A volte significava semplicemente: “Ho finito. Eccomi. Prima di tornare alle mie cose, voglio raccontarti la mia giornata e voglio sentire la tua voce.”
Ed era proprio quella normalità ad avere un valore enorme.
Raccontare la giornata, infatti, significa anche ripercorrerla. Quando una persona racconta ciò che ha vissuto, inevitabilmente lo rivive, lo osserva da un’altra prospettiva, gli attribuisce un significato. Una frase che durante il giorno era sembrata offensiva, raccontata la sera, può apparire meno grave. Una preoccupazione enorme può ridimensionarsi attraverso lo sguardo di chi ascolta. Una delusione può fare meno male dopo averla affidata a qualcuno. E persino una gioia diventa più grande quando trova qualcuno con cui essere condivisa.
Comunicare è anche questo: aiutarsi reciprocamente a comprendere la vita mentre accade.
E invece sempre più spesso ciascuno porta dentro la propria giornata come una stanza chiusa. Il figlio torna a casa e risponde «niente» alla domanda su ciò che ha fatto. Il genitore, stanco, smette di chiedere. Nella coppia si parla degli impegni, delle bollette, della spesa, degli orari, di ciò che bisogna fare domani, ma sempre meno di ciò che si è provato oggi. Tra amici una telefonata viene sostituita da un messaggio veloce, poi da un’emoticon e, qualche volta, persino quella scompare.
Così può nascere l’indifferenza. Non necessariamente attraverso un gesto crudele, ma attraverso una lenta sottrazione di attenzione.
Si smette di chiedere. Si smette di raccontare. Si smette di ascoltare. E alla fine si smette persino di accorgersi che qualcosa è cambiato.
È paradossale: mai come oggi esistono strumenti per comunicare e forse mai come oggi tante persone rischiano di sentirsi sole. Si può sapere in pochi secondi cosa sta facendo qualcuno dall’altra parte del mondo e ignorare cosa abbia nel cuore la persona seduta nella stanza accanto. Si condividono fotografie con centinaia di persone e non si riesce più a raccontare a chi si ama perché quella giornata sia stata pesante.
Con i figli questo silenzio può diventare ancora più pericoloso. Un bambino o un adolescente che racconta una cosa apparentemente insignificante sta verificando, senza saperlo, se dall’altra parte esiste qualcuno disposto ad ascoltarlo. Se trova attenzione nelle piccole cose, saprà forse dove andare quando arriveranno quelle grandi. Se invece ogni suo racconto viene liquidato, interrotto o accolto distrattamente, potrebbe imparare a tenersi tutto dentro.
E nella coppia accade qualcosa di simile. Due persone possono continuare a vivere sotto lo stesso tetto e, lentamente, smettere di abitare lo stesso mondo emotivo. Non perché sia necessariamente finito l’amore, ma perché non vengono più condivisi quei frammenti quotidiani attraverso i quali l’altro continua a conoscere chi gli sta accanto.
Per questo quel «non avevo nulla da dirti» dovrebbe far riflettere.
Forse non serviva avere qualcosa da dire. Forse bastava avere qualcuno da voler sentire.
Le relazioni non si alimentano soltanto con le grandi dichiarazioni, i regali, le ricorrenze o i momenti straordinari. Vivono soprattutto di gesti minuscoli: «Come stai?», «Sei arrivato?», «Com’è andata?», «Raccontami», «Oggi ho pensato a te».
Perché l’opposto dell’amore non è sempre l’odio. Qualche volta è semplicemente il momento in cui la vita dell’altro smette di incuriosire, la sua voce non manca più e una giornata intera può trascorrere senza sentire il desiderio di raccontarsela.
Ogni rapporto è come un ponte costruito tra due rive. Le grandi parole sono i pilastri, ma sono le piccole conversazioni quotidiane a tenere unite le assi sulle quali si cammina. Se giorno dopo giorno quelle assi vengono tolte, il ponte può restare apparentemente in piedi, ma arriverà un momento in cui nessuno riuscirà più a raggiungere l’altra sponda.
I figli hanno bisogno di presenza, così come ne hanno bisogno un marito e una moglie, due compagni di vita e persino gli amici. Ma la presenza non significa soltanto esserci fisicamente: significa interessarsi, ascoltare, cercarsi, raccontarsi e accorgersi dell’altro.
E perché un rapporto possa vivere, l’impegno deve essere reciproco. Non può esserci sempre una persona che telefona e l’altra che risponde, una che domanda e l’altra che tace, una che cerca e l’altra che aspetta di essere cercata. I rapporti non possono essere portati sulle spalle da una persona sola.
Anche con i figli bisogna costruire questa reciprocità: il genitore deve creare lo spazio perché il figlio possa parlare, ma il figlio, crescendo, deve comprendere che anche un semplice «Come stai?» rivolto a sua madre o a suo padre è una forma di affetto.
Nella coppia vale ancora di più. Amarsi significa continuare a scegliersi anche nella quotidianità, quando non ci sono grandi avvenimenti da raccontare. Significa cercarsi semplicemente perché si desidera sentire la voce dell’altro.
E così nell’amicizia: se uno tende continuamente la mano e l’altro non la tende mai, prima o poi quella mano si stanca.
Allora non bisogna aspettare di avere qualcosa di importante da dire per cercare chi si ama. A volte la cosa più importante da dire è proprio: “Non è successo niente di speciale, ma volevo sentirti”. Perché una giornata raccontata diventa vita condivisa; una giornata continuamente taciuta, invece, può diventare lentamente distanza.
La vita è già abbastanza frenetica, piena di impegni, di arrivi e di partenze, lavoro, scuola, palestra, responsabilità e corse quotidiane che inevitabilmente ci tengono lontani dalle persone che amiamo, ma se a questa lontananza imposta dalla vita aggiungiamo anche quella scelta da noi, fatta di telefonate che non facciamo, domande che non poniamo, risposte sbrigative e giornate che non raccontiamo più, allora la distanza non sarà soltanto fisica: diventerà emotiva.
Gli impegni possono separare le persone anche per ore e ore, ma l’indifferenza può separarle anche quando sono sedute una accanto all’altra. Ed è questa la distanza più difficile da colmare, perché non si misura in chilometri, ma nel silenzio che lentamente prende il posto della voglia di cercarsi.
La vita già ci sottrae abbastanza tempo. Non dovremmo aiutarla sottraendoci anche la presenza.










