La separazione o il rifiuto possono rappresentare un momento particolarmente critico quando una persona vive la relazione non come l’incontro tra due libertà, ma come possesso
di Antonella Moschella
Un omicidio al giorno. Una vita spezzata, una famiglia distrutta, persone che restano a chiedersi se quella morte avrebbe potuto essere evitata.
L’ultimo episodio arriva da Firenze ed è di una violenza difficile persino da raccontare.
Secondo le prime ricostruzioni, Lorena Isceri, 45 anni sarebbe stata bloccata dall’ex compagno Federico Vella, 36 anni nel garage della propria abitazione, caricata e chiusa nel bagagliaio di un’auto. L’uomo avrebbe poi raggiunto un viadotto, dal quale avrebbe gettato la donna, prima di togliersi la vita. Resta da accertare, attraverso gli esami medico-legali e le indagini, se Lorena fosse ancora viva al momento della caduta e ricostruire con precisione l’intera sequenza dei fatti.
Un’altra donna. Un altro ex. Un’altra relazione finita. Un’altra tragedia che impone di interrogarci su ciò che può accadere quando qualcuno non riesce ad accettare che l’altra persona abbia scelto di andare via.
Naturalmente ogni omicidio ha la propria storia e le responsabilità individuali devono essere accertate, ma davanti al ripetersi di vicende che coinvolgono partner ed ex partner non possiamo limitarci a contare le vittime.
Quanto sappiamo affrontare la perdita?
Nel femminicidio, la separazione o il rifiuto possono rappresentare un momento particolarmente critico quando una persona vive la relazione non come l’incontro tra due libertà, ma come possesso.
Il pensiero può trasformarsi da ‘ho paura di perderti’ a «non posso vivere senza di te», fino alla sua degenerazione più terribile: «se non sei mia, non sarai di nessun altro».
A quel punto non siamo più davanti all’amore. Siamo davanti al tentativo di negare all’altra persona il diritto di scegliere della propria vita.
La paura dell’abbandono non ha età. Possiamo avere vent’anni, cinquanta o settanta. Essere lasciati può provocare dolore, rabbia, solitudine, senso di fallimento. Può sembrare un lutto perché, in qualche modo, muore un progetto, una quotidianità, l’immagine di un futuro costruito insieme. Ma un amore può morire senza che debba morire una persona.
È questa la distinzione che dobbiamo imparare e, soprattutto, insegnare.
Siamo stati educati a conquistare, amare, costruire una famiglia, prometterci un “per sempre”. Molto meno siamo stati educati ad accettare che quel «per sempre» possa finire.
E invece dobbiamo educare anche alla perdita.
Dobbiamo insegnare ai nostri figli che un «no» non è un’umiliazione, che essere lasciati non significa essere annientati, che la persona amata non è una proprietà. Si può soffrire, piangere, sentirsi traditi, provare rabbia e chiedere aiuto. Ma non si acquisisce mai, per questo, il diritto di trasformare il proprio dolore nella condanna dell’altro.
La paura di rimanere soli è umana. La sofferenza per una separazione è umana. Anche la gelosia è un’emozione umana.
Trasformare queste emozioni in violenza non è inevitabile e non è giustificabile.
Ed è proprio qui che dovrebbe cominciare la prevenzione: molto prima del braccialetto elettronico, molto prima del Codice Rosso, molto prima dell’ordinanza di un giudice.
Quando siamo arrivati alle minacce, allo stalking, alle persecuzioni, alla donna costretta a cambiare strada, numero di telefono o abitudini per paura, siamo già dentro una situazione che richiede una protezione immediata ed efficace.
La prevenzione deve iniziare ancora prima, nell’infanzia, dentro le famiglie e nelle scuole, insegnando qualcosa di apparentemente semplice e invece difficilissimo: si può perdere qualcuno senza perdere sé stessi.
Possiamo essere lasciati e continuare a vivere. Possiamo attraversare mesi dolorosi e tornare a sorridere.
Possiamo incontrare un’altra persona oppure scegliere di rimanere soli, comprendendo che una solitudine serena vale infinitamente più di una relazione trasformata in una prigione.
E quando il dolore diventa ingestibile bisogna avere il coraggio di chiedere aiuto, prima che la sofferenza diventi ossessione e l’ossessione possa trasformarsi in comportamento persecutorio o violento.
Forse è questa una delle educazioni più importanti che possiamo consegnare alle nuove generazioni: insegnare non soltanto ad amare, ma anche a lasciare andare.
Perché amare significa riconoscere all’altro persino la libertà più dolorosa per noi: quella di non amarci più.
Una relazione che finisce può sembrare un naufragio. Fa paura, lascia senza punti di riferimento e per qualche tempo può farci credere che non esista più una riva.
Ma la riva esiste.
E dobbiamo insegnare alle persone ad attraversare il naufragio di una relazione senza trascinare sott’acqua chi ha deciso di raggiungere un’altra riva.
Perché la fine di un amore può essere un dolore immenso.
Non deve mai diventare la fine di una vita perché nella vita tutti siamo sostituibili. Nessuna persona può diventare così indispensabile da convincerci che, senza di lei, la nostra esistenza non abbia più senso.
Una relazione può finire, una persona può scegliere un’altra strada e ciò che avevamo immaginato per il futuro può crollare. Fa male, certamente, ma la vita non finisce insieme a un amore.
Darsi un’altra possibilità è doveroso, prima di tutto verso sé stessi. Significa concedersi il tempo di soffrire, ma anche quello di ricominciare; accettare che una porta si sia chiusa senza convincersi che dietro quella porta fosse racchiuso tutto il nostro futuro.
Perché nessuno dovrebbe vivere pensando: «senza di te non posso esistere». L’amore sano dice qualcosa di molto diverso: «ti scelgo, ma non ti possiedo; se un giorno sceglierai di andare via, soffrirò, ma continuerò a vivere».
Forse dovremmo educare proprio a questo: a capire che perdere qualcuno non significa perdere sé stessi. A volte una fine non è la fine: è soltanto la vita che, dolorosamente, ci obbliga a cercare un’altra strada.
Darsi una nuova possibilità non significa dimenticare ciò che abbiamo amato. Significa scegliere di non morire insieme a ciò che è finito.










