Viviamo in una società che attribuisce grande valore alla parola. Ma non tutto ciò che esiste riesce a diventare immediatamente parola
di Domenico Nardo
Questa settimana è stata dedicata alle fragilità. Non solo all’autismo, ma a quei silenzi che abitano le persone e non fanno rumore. A tutto ciò che spesso rimane nascosto perché non trova le parole giuste, perché non riesce a emergere nei tempi che conosciamo, oppure semplicemente perché appartiene a un modo diverso di stare nel mondo.
Viviamo in una società che attribuisce grande valore alla parola. Saper spiegare ciò che sentiamo, raccontare ciò che proviamo, rispondere rapidamente, partecipare, comunicare: spesso consideriamo queste capacità come una misura della presenza dell’altro. Ma non tutto ciò che esiste riesce a diventare immediatamente parola.
Ci sono mondi interiori che restano in ombra. Pensieri che hanno bisogno di tempo. Emozioni che non trovano un varco. Persone che sentono profondamente, ma non sempre riescono a restituire ciò che sentono nella forma che noi ci aspettiamo.
E allora rischiamo di confondere il silenzio con l’assenza. Rischiamo di pensare che, se una persona non parla, non abbia nulla da dire. Che se non risponde nel modo atteso, non abbia compreso. Che se non manifesta un’emozione secondo i nostri codici, quell’emozione non esista. È qui che forse dobbiamo fermarci.
La fragilità non è necessariamente una mancanza. Può essere, piuttosto, un linguaggio sottile che chiede ascolto senza interpretazioni affrettate. Anche l’autismo ci invita a mettere in discussione alcune delle nostre certezze sulla comunicazione. Non per sostituire un modello con un altro, ma per ricordarci che esistono modi diversi di percepire, elaborare, comunicare e stare in relazione. Il problema, a volte, non è che l’altro non abbia un linguaggio. È che noi non sappiamo ancora riconoscerlo.
Forse ascoltare davvero significa proprio questo: non pretendere che l’altro traduca la propria esperienza immediatamente nelle nostre parole. Significa lasciare spazio. Lasciare tempo. Accettare che qualcosa possa essere presente anche quando non riusciamo ancora a comprenderlo.
Da questa riflessione nasce la poesia
Linea del silenzio
Linea di silenzio
tra ciò che senti
e ciò che riesci a dire.
Il tempo
non coincide
con la voce.
Lo smarrimento
si ritrae.
Resta interno.
Noi
al limite.
E chiamiamo
autismo
ciò che è
un modo diverso
di esistere.

Forse dovremmo imparare a stare un po’ di più su quel limite. Senza riempirlo subito di spiegazioni. Senza trasformare ogni silenzio in un problema da risolvere. Senza confondere ciò che non vediamo con ciò che non esiste. Perché oltre la superficie delle parole può esserci una presenza piena, intensa, complessa. Un mondo che non fa rumore, ma c’è.
E forse la prima forma di ascolto è proprio questa: riconoscere che anche il silenzio può avere una voce.











