Il giudizio su questa operazione, denominata Ferdy, ancora oggi appare contrastante nella ricostruzione che viene fatta dagli storici
Lo sbarco alleato a Vibo Marina, avvenuto all’alba dell’8 settembre 1943, fu un’operazione militare strategica, considerata di fondamentale importanza e nota in codice come “Operazione Ferdy“.
Pianificata solo due giorni prima, il 6 settembre, dal generale britannico Miles Dempsey, l’operazione aveva l’obiettivo di tagliare la strada alle truppe tedesche della Wehrmacht in ritirata verso nord lungo la Calabria e prevenire le loro sistematiche opere di demolizione delle infrastrutture.
Poche ore dopo i violenti combattimenti sulla costa, la sera stessa, il maresciallo Badoglio avrebbe annunciato via radio lo storico Armistizio di Cassibile.
Il contingente anfibio alleato — composto dal 40° Commando dei Royal Marines e da due unità del No. 3 (Army) Commando britannico — arrivò via mare nel Golfo di Sant’Eufemia, prendendo di mira il porto di Vibo Marina. I testimoni dell’epoca descrivono una vera e propria tempesta di bombe e un fragore spaventoso proveniente dal mare, con una miriade di natanti da sbarco di varie dimensioni che facevano la spola verso la riva.
Nonostante si trattasse di un’operazione-lampo, la reazione delle forze dell’Asse (tedeschi e reparti italiani ancora operativi) portò a uno scontro durissimo, costringendo gli alleati ad attendere che l’esercito tedesco completasse i suoi programmi di ritiro verso il Nord Italia per poter finalmente occupare stabilmente il territorio.
Le testimonianze orali delle persone che hanno vissuto quei drammatici momenti trovano una perfetta e straordinaria conferma nelle analisi della storiografia militare più recente. I ricordi dei testimoni oculari colgono la verità strategica di quella giornata in modo molto più accurato rispetto alla propaganda dell’epoca.
Il giudizio su questa operazione ancora oggi appare contrastante nella ricostruzione che viene fatta da diversi storici.
Da una parte, l’Operazione Ferdy viene spesso definita dagli storici locali una “battaglia dimenticata”, oscurata dal contemporaneo annuncio dell’armistizio e dal successivo massiccio Sbarco di Salerno (Operazione Avalanche) della notte tra l’8 e il 9 settembre. Tuttavia, lo sbarco di Vibo Marina fu decisivo per scardinare la resistenza delle divisioni tedesche in Calabria, costringendole a una fuga accelerata verso il nord della penisola e abbreviando i tempi della liberazione della regione.
Dall’altra, c’è chi evidenzia che i resoconti storici confermano che le perdite tedesche a Vibo Marina furono molto basse. A differenza dei reparti alleati (che subirono il fuoco di sbarramento mentre erano ancora sulle spiagge o sui mezzi da sbarco), le truppe della Wehrmacht combattevano da posizioni difensive sopraelevate e protette, una delle quali, stando ai ricordi popolari, attestata in località “Cocari” sull’altura di Vibo Valentia.

Nei registri, le vittime totali di quel giorno (sommando i caduti italiani e tedeschi in tutta l’area tra Ricadi, Tropea, Briatico e Vibo Marina) ammontano a circa una sessantina di morti, di cui i soldati tedeschi rappresentano solo una parte. L’idea di un’ecatombe dell’esercito tedesco a Vibo Marina non trova conferme che ne accerti la certezza; anzi, il grosso dei loro reparti rimase intatto.
Ne abbiamo parlato con Domenico Antonio Basile. L’ex parlamentare vibonese conserva memorie di quell’evento che rappresenta comunque un pezzo di storia importante di questo territorio. Ed in proposito, la sua affermazione è netta: I tedeschi non furono “sconfitti” o “scacciati” da Vibo Marina. La 29. Panzergrenadier-Division aveva già ricevuto da giorni l’ordine tassativo dall’alto comando (Albert Kesselring) di effettuare una ritirata strategica controllata (chiamata in gergo manovra ritardatrice) verso Salerno e il Nord Italia per evitare l’accerchiamento dopo lo sbarco alleato a Reggio Calabria (Operazione Baytown).
Lo scontro dell’8 settembre servì ai tedeschi unicamente a proteggere le proprie retrovie e a garantire che i convogli di camion e carri armati potessero defluire in sicurezza verso nord lungo le strade interne della Calabria.
Secondo questa versione, la conclusione cui giunge Basile porta ad un’altra chiave di lettura: A seguito della battaglia dell’8 settembre 1943 a Vibo Marina, non vi fu alcuna “fuga” dil tedeschi, nè da Vibo Marina né, con effetto salvifico, dall’intera Calabria; le truppe germaniche completarono, semplicemente e con lieve maggior fastidio, la loro (da tempo) programmata ritirata.
Nonostante lo sbarco a Vibo Marina avesse l’obiettivo di “tagliare la strada” ai tedeschi, l’azione non riuscì a bloccare il ripiegamento nemico. Gli Alleati dovettero muoversi con estrema cautela e, di fatto, poterono occupare stabilmente e in sicurezza Vibo Marina e Vibo Valentia solo la mattina del 9 settembre, dopo che i comandi tedeschi ebbero completato il trasferimento delle loro colonne e dopo che la notizia dell’Armistizio di Cassibile divenne di pubblico dominio, portando alla cessazione dei combattimenti sul posto. Peraltro, una volta raggiunta Vibo Valentia, le truppe alleate operarono azioni di rastrellamento alla ricerca di eventuali tedeschi ancora presenti, nelle quali vennero coinvolte, fino all’ovvio chiarimento, anche persone locali.
I racconti degli anziani del luogo non fanno altro che confermare una diversa lettura della realtà: fu un’operazione alleata cruenta in cui i tedeschi, peraltro subendo pochissime perdite, riuscirono a sganciarsi secondo i loro piani, lasciando il territorio in mano anglo-americana solo una volta terminata la propria manovra di ripiegamento.











