C’è una Calabria che spesso non fa notizia, quella delle emergenze silenziose che esplodono quando è ormai troppo tardi
Ci sono povertà che si vedono. E altre che rimangono nascoste finché non diventano emergenza.
È su queste ultime che richiama l’attenzione l’Osservatorio Regionale delle Povertà, che lancia un appello urgente alle istituzioni davanti a un numero crescente di richieste di aiuto e di segnalazioni relative a situazioni di grave marginalità sociale.
Un appello che parte da un caso concreto, quello di una famiglia indicata con le iniziali M.A., composta da un uomo, dal figlio adulto e dalla compagna di quest’ultimo. Tre persone che, secondo quanto riferito dall’Osservatorio, da tre anni vivono una condizione di progressiva precarietà abitativa ed economica.
La storia raccontata dall’Osservatorio è quella di una casa perduta e mai più ritrovata, di un lavoro diventato sempre più raro e precario, di poche settimane di occupazione stagionale e, in alcuni casi, di lavoro privo di contratto e di tutele. Poi la perdita definitiva dell’occupazione. E, insieme al lavoro, la perdita della possibilità stessa di sostenere una vita normale.
La compagna del figlio, di origini straniere, è disoccupata. Così, quello che poteva essere un periodo difficile si è trasformato in una condizione di vera e propria marginalità. Senza un contratto di locazione stabile e senza risorse economiche sufficienti, i tre sarebbero stati costretti a vivere all’interno di un magazzino, dormendo su un materasso di fortuna.
È qui che la parola povertà rischia di diventare persino riduttiva. Perché non si tratta più soltanto di non avere denaro. Significa non avere una casa, non avere un lavoro, non avere sicurezza, non sapere dove e come vivere il giorno successivo. Significa sentirsi progressivamente esclusi da quella normalità che per la maggior parte delle persone appare scontata.
E quando la disperazione prende il posto della speranza, il confine con la tragedia può diventare drammaticamente sottile.L’Osservatorio riferisce infatti di gesti di estrema disperazione maturati all’interno del nucleo familiare, proprio come conseguenza della pressione psicologica ed economica e della sensazione di abbandono e impotenza.
È questo, forse, l’aspetto sul quale occorre riflettere maggiormente.Quanto deve precipitare una situazione prima che qualcuno se ne accorga?
L’Osservatorio Regionale delle Povertà ha scelto di non voltarsi dall’altra parte, facendosi carico della situazione e intervenendo per cercare di arginare l’emergenza abitativa, sociale e lavorativa. Ma lo stesso organismo chiarisce un punto essenziale: non può sostituirsi alle istituzioni.

Ed è proprio qui che l’appello assume un significato più ampio. Perché un’associazione, un osservatorio, una realtà del Terzo settore possono ascoltare, segnalare, sensibilizzare, accompagnare. Possono diventare una mano tesa quando tutto sembra crollare. Ma la presa in carico strutturale di una situazione di grave disagio sociale appartiene a una rete istituzionale che deve essere capace di intervenire.
Comuni e servizi sociali, sindaci, realtà del Terzo settore, Caritas, Banco alimentare, associazioni e tutti gli altri soggetti che operano sul territorio devono riuscire a parlarsi, coordinarsi e soprattutto intervenire.
Non basta dare un pasto quando manca una casa. Non basta trovare una sistemazione provvisoria se non si costruisce contemporaneamente un percorso verso l’autonomia. Non basta un aiuto una tantum se, il giorno dopo, quella persona torna esattamente al punto di partenza.
La vera emergenza non è soltanto dare un tetto per una notte. È impedire che una persona perda definitivamente la possibilità di costruirsi una vita dignitosa.,
Ecco perché l’idea di una rete di protezione sociale non può essere soltanto una formula contenuta nei documenti istituzionali. Deve diventare pratica quotidiana.Il caso segnalato dall’Osservatorio non viene presentato come un episodio isolato. Al contrario, Antonio Belmonte e Amato Napolillo sottolineano come siano numerose le richieste che arrivano quotidianamente e come siano sempre più frequenti le situazioni di emergenza sociale.Ed è proprio questa la parte più inquietante.
Dietro ogni telefonata c’è una storia. Dietro ogni richiesta di aiuto c’è una persona. Dietro ogni persona c’è spesso una famiglia. E dietro una famiglia che chiede aiuto può esserci un percorso di impoverimento iniziato molto prima che qualcuno se ne accorga.La povertà, del resto, raramente arriva tutta insieme. Prima si perde un lavoro. Poi si accumulano i debiti. Poi diventa impossibile pagare l’affitto. Poi si chiede aiuto a parenti e amici. Poi finiscono anche quelli. E quando arriva la richiesta alle istituzioni, spesso la situazione è già precipitata.
È proprio prima di quel momento che dovrebbe funzionare la rete.
L’appello dell’Osservatorio è dunque rivolto a tutti i soggetti che possono contribuire a costruire una risposta concreta: dalle amministrazioni comunali ai servizi territoriali, dalle realtà ecclesiali alle associazioni, dal Terzo settore agli operatori economici e sociali.Non per una generica solidarietà, ma per qualcosa di molto più concreto: una casa dignitosa e un lavoro onesto.Sono queste, in fondo, le due richieste più semplici e insieme più difficili contenute nella vicenda di M.A.
Non viene chiesto il superfluo. Viene chiesto di poter tornare a vivere.
Ed è per questo che il caso non dovrebbe essere archiviato come l’ennesima emergenza sociale. Dovrebbe diventare un’occasione per interrogarsi sulla capacità delle nostre comunità di riconoscere il disagio, prenderlo in carico e impedire che la povertà diventi esclusione definitiva.
Perché una società può dirsi davvero civile non quando riesce a celebrare i propri successi, ma quando riesce a non lasciare solo chi è precipitato più in basso.L’Osservatorio continuerà a seguire la vicenda e a sollecitare il coinvolgimento delle istituzioni. Ma la sua stessa ammissione è un monito: da soli non si può fare abbastanza.
E allora quella frase finale contenuta nell’appello assume il valore di una responsabilità collettiva: una speranza può nascere solo insieme. Perché, quando una famiglia non ha più nemmeno un luogo dignitoso dove dormire, non è soltanto la sua solitudine a essere in discussione.
È la nostra.









