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Non è la pace, ma ben venga questo nuovo accordo…

Non è la pace, ma ben venga questo nuovo accordo…

da admin_slgnwf75
15 Giugno 2026
in opinioni
Tempo di lettura: 4 minuti
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Effettivamente un accordo sembrerebbe esserci. Ma soltanto sulla carta e in forma ancora ipotetica: pochi punti generali, quasi dei titoli

di Franco Cimino

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«La pace è fatta!»

— Ma davvero?

— Sì, l’hanno detto tutti i telegiornali. Non l’hai sentito?

— Ma la pace tra chi?

— Quella tra l’America e l’Iran.

— Ma come? Fino a ieri Trump li bombardava, minacciando altri pesanti attacchi nei giorni successivi. E gli iraniani continuano a far volare i loro droni nei cieli di Tel Aviv come fossero aerei da luna park.

— No, no, che dici? Questa volta è vero. Le delegazioni ai più alti livelli si incontreranno venerdì in Svizzera, terra neutrale e tradizionale sede della diplomazia internazionale, per sottoscrivere l’accordo.

— Mah, vai a credere a quelli lì! Per settimane intere Trump, di giorno, annunciava la pace e, di notte, bombardava. E anche dall’altra parte i governanti iraniani, già divisi tra loro, continuano a professare ostilità verso gli americani e a mantenere rapporti conflittuali con Israele. Difficile immaginare propositi di pace realmente condivisi. Più facile prevedere una lunga serie di condizioni sempre più pesanti e, quindi, inaccettabili per una delle parti.

Sono andato a verificare. Ho seguito i telegiornali successivi e, incredulo, ho lasciato passare la notte per accendere il televisore alle prime edizioni del mattino. Tutto confermato. Effettivamente un accordo sembrerebbe esserci. Ma soltanto sulla carta e in forma ancora ipotetica: pochi punti generali, quasi dei titoli sotto i quali dovrebbero poi essere scritti i contenuti. Contenuti che, almeno per ora, non sembrano esserci.

Sul nucleare, ad esempio, l’Iran potrà davvero accettare tutte le condizioni poste dal presidente degli Stati Uniti? Sul disarmo di Hezbollah, sulla fine dei rapporti con questo radicato movimento politico-militare, sull’abbandono delle tradizionali alleanze regionali di Teheran, ci sarà davvero un’intesa? E quale?

E sulla storica inimicizia tra Iran e Israele, alimentata da reciproche diffidenze e da una lunga stagione di ostilità, quale accordo concreto potrebbe essere raggiunto?

E ancora: che spazio avrà, all’interno di questo presunto accordo, il tema dei diritti umani? Che fine farà quella parte dell’America che continua a richiamarsi ai valori della libertà, della democrazia e della tutela della dignità umana? Quell’opinione pubblica che ha guardato con indignazione alla repressione violenta delle proteste popolari in Iran e alla sofferenza di un popolo oppresso dalla crisi economica e dalle limitazioni delle libertà civili?

Il cosiddetto pessimismo della ragione finisce inevitabilmente per prevalere sull’ottimismo del cuore. E dovrebbe indurre l’opinione pubblica mondiale a uscire da una sorta di sonnolenza, di indifferenza o di ripiegamento sui propri interessi particolari. Dovrebbe spingere tutti ad allungare lo sguardo e a esprimere con coraggio la propria posizione su questa geografia mondiale sempre più infuocata, in particolare sui conflitti che continuano a devastare il Medio Oriente.

Perché la sola voce del Santo Padre, del Pontefice della Chiesa di Roma, non può bastare. Così come non bastano le parole di quei vescovi che più di altri si mostrano sensibili al dolore del mondo, come il cardinale Matteo Zuppi, il cardinale Mimmo Battaglia e pochi altri pastori impegnati quotidianamente nella costruzione della pace, come il cardinale, vescovo di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa .

A mio avviso, il vero accordo — sia pure fragile e provvisorio — riguarda il canale di Hormuz e la sua immediata riapertura. È lì, in quello stretto braccio di mare, che si gioca la partita più importante: quella economica.

La partita dei ricchi e dei potenti, soprattutto. Anche se, come spesso accade, la si presenta come una necessità dei popoli. Liberare Hormuz non significa soltanto ridurre il costo delle materie prime e, di conseguenza, abbassare i prezzi dei prodotti che troviamo sugli scaffali dei supermercati e dei negozi. Significa anche rilanciare le borse mondiali e generare enormi profitti per chi controlla i grandi capitali, la finanza e l’alta tecnologia.

E significa, inevitabilmente, favorire anche quanti speculano sulla guerra e persino sulle voci di guerra e di pace. Talvolta si ha l’impressione che quel continuo alternarsi di annunci — “pace sì, pace no; accordo sì, accordo forse” — non sia soltanto l’espressione di leadership impulsive e contraddittorie, ma anche una tecnica utile a influenzare i mercati e a favorire interessi economici enormi.

La pace è un’altra cosa.

Ma se questo accordo potrà almeno fermare, o sospendere, gli ammazzamenti di persone innocenti, di chi non ha nulla a che fare con questi sporchi interessi e con le “teo-ideologie” sanguinarie che alimentano i conflitti, allora non possiamo che accoglierlo con favore.

Una sola vita salvata vale più di cento droni parcheggiati nei piazzali delle industrie che li producono.

Per la pace vera, quella per la quale si è battuto fino all’ultimo respiro papa Francesco, il Papa degli ultimi e dei diseredati, la strada è ancora lunga.

Ma chi ama la vita e la natura che gli è stata donata; chi crede ancora nella bellezza di questo pianeta e del suo posto nell’universo; chi continua a sognare e a lottare per le utopie possibili; chi non si arrende alla cattiveria e alla crudeltà; chi pensa che la bontà e la bellezza possano prevalere ogni volta che trovano spazio nel cuore degli uomini, deve continuare a battersi per la pace.

Bisogna continuare a credere nella vita e nella persona umana, nella sua capacità di riconoscersi unita a tutte le altre persone. Perché sono gli uomini e le donne del mondo i veri costruttori della pace, gli autentici architetti di questa bellezza e i suoi destinatari più importanti.

Tags: accordoiranpaceUSA

admin_slgnwf75

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